IL BLOG DI SIMEU

 

CI SONO GIORNI.

dicembre 22nd, 2023 | NO COMMENTS

di Roberta Marino

Vercelli

 

Ci sono giorni in cui vedo la luce in fondo al tunnel con la certezza che non si tratti di un treno né di una esperienza di pre morte.

 

Un* specializzand* MEU da quasi un anno vegetava in attesa di rifare il concorso di specializzazione per andare a fare anestesia e rianimazione, avendo deciso che non voleva più fare MEU.

 

L* mandano da noi, “tanto quest* poi molla a ottobre”, della serie “non vale la pena investirci”. Noi però investiamo sempre nei giovani, perché siamo fatti così, perché così abbiamo visto fare con noi quando eravamo giovani.

 

Ebbene il concorso l’ha fatto, è brav* e quindi è entrat* nella scuola di anestesia che preferiva, ma intanto frequentava attivamente, imparava in fretta, sembrava content*, dava l’idea (e la verbalizzava pure) che qualcosa nelle sue convinzioni si stesse incrinando.

 

Oggi ha consapevolmente lasciato scadere il termine per presentare l’iscrizione.

È MEU, ama la MEU, resta MEU.

È felice, lo leggi nei suoi occhi, sa di aver scelto la cosa giusta per l*i.

 

Noi siamo ancora più felici: siamo riusciti a far capire a un* giovane MEU in crisi che il nostro, nonostante tutto, è ancora il mestiere più bello del mondo.

 

Ma la cosa più soddisfacente è che l’ha capito guardando noi, vedendo quanto soddisfatti siamo, vedendo che un’organizzazione del lavoro decente e la voglia di tutti di fare bene questo mestiere può fare la differenza anche in un periodo storico come questo, tra mille difficoltà, carenze di personale e tutti i problemi che conosciamo.

 

La considero una grandissima vittoria della MEU fatta bene.

La considero una svolta vera e ancora mi commuovo a pensarci nonostante i miei oramai quasi vent’anni di anzianità di servizio.

Ci credo ancora, qui ci crediamo ancora tutti.

E riusciamo anche a “venderla” a chi aveva già rinunciato a crederci.

 

Se stai sorridendo è perché ci credi ancora pure tu ed è per quello che volevo sapessi questa storia a lieto fine.

 

Giovan* professionst* alla Summer School SIMEU 2023

 

Aria acqua terra e fuoco.

dicembre 5th, 2023 | NO COMMENTS

di Francesca O – Specializzanda MEU

 

In principio era dio.

E poi ci fu la filosofia.

Qualcuno pensó che fosse l’acqua il principio di tutte le cose.

Nulla esiste senza l’acqua.

È quella che in turno ci aspetta e che non beviamo mai, quella che diamo ai nostri pazienti, quella che diluisce i nostri farmaci, che pulisce e lenisce le ferite.

Il sudore, le lacrime.

Ma anche la doccia fredda nel dire al nostro paziente o ai familiari che le notizie non sono tanto buone.

Potrebbe essere.

 

Qualcun altro invece disse è sicuramente l’aria. Non ha limiti nè forma.

 

In effetti l’aria è quella che ci manca quando corriamo per gestire un codice rosso, quella che ci aiuta quando un paziente non respira più o lo fa male, quella che veicola i suoni, le parole. Quella dove a volte galleggiano i nostri sogni.

Il soffio, il respiro, la vita.

Potrebbe essere..

 

E poi ..

arrivó il fuoco.

Perennemente in movimento, che non si ferma mai.

È quella fiammella che ci accompagna nella vita di tutti i giorni, che talvolta tentenna e talvolta fa una gran luce e che si spera non si spenga mai.

E’ il fuoco che ci arde dentro, il fuoco sacro dei MEU come qualcuno un giorno l’ha definito.

 

E la terra?

La terra è sotto i nostri piedi, sulle nostre mani. A volte sporca le ferite e soffoca i pensieri.

Tutto ciò che è tangibile, concreto, le fondamenta e le radici che ci tengono saldi e ancorati a terra. E che il più delle volte diamo per scontato.

 

 

Ma forse potrebbero essere tutti insieme.

I quattro elementi. E i loro contrari.

 

Amore e odio. Unione e separazione.

Non come bene e male. Entrambi hanno un lato positivo e uno negativo.

Cercano l’equilibrio.

 

È vero che non possiamo entrare due volte nello stesso fiume?

Forse non solo le acque saranno diverse. Forse lo saremo anche noi.

 

Tutto ciò di cui abbiamo esperienza si trasforma, ci trasforma.

 

Dobbiamo separarci, trasformarci per poi unirci e ritrovarci interi.

Ma tutto questo è niente senza la conoscenza. E la condivisione.

 

Forti di tutto questo, consapevoli che a volte i quattro elementi e noi stessi saranno dalla nostra parte e talvolta no.

Ma sempre, come nei giorni di lavoro e formazione, insieme.

 

In fondo i quattro elementi siamo noi..❤️

 

La violenza di genere oggi.

novembre 20th, 2023 | NO COMMENTS

di Aurelia Masciantonio

Nei report della direzione centrale di Polizia Criminale dal primo gennaio al 20 novembre del 2022 sono stati registrati 273 omicidi di cui 104 vittime sono donne.

 

L’ accesso ai Pronto Soccorso delle vittime della violenza di genere, registra un implacabile aumento. Le motivazioni sono ovviamente legate alle cure mediche immediate e non procrastinabili,  ma anche per sintomi larvati, aspecifici e a volte fuorvianti che minano un vissuto di minacce, aggressioni, stalking, molestie.

 

In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne, ha subito nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica o sessuale o economica o psichica.

 

Le forme più frequenti di molestatore sono i partner, gli ex, amici con motivazioni ascrivibili a liti, spesso a futili motivi.

Gli effetti della violenza si ripercuotono sia sulla salute fisica che su quella psicologica.

Le vittime tendono all’isolamento, riducono la loro capacità lavorativa manifestando incuria di sé e dei loro familiari, spesso sviluppano disturbi comportamentali e, ben presto, si assiste al ricorso di strutture sanitarie o socioassistenziali risultando un problema di salute di proporzioni globali enormi.

 

Il 25 Novembre si celebra nel mondo la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con attività volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violazione dei diritti umani. Nel 2011 la Convenzione Europea definisce il primo strumento europeo giuridicamente vincolante, più nota come Convenzione di Istanbul, un quadro normativo completo a protezione delle donne contro qualsiasi forma di violenza riconosciuta come forma di violazione dei diritti umani.

 

La Repubblica Italiana tutela la salute dell’individuo tramite il sistema sanitario nazionale (leg 23 dicembre del 1978, legge 208 del 2015) e prevede un potenziamento dei percorsi dedicati alle vittime di violenza di genere nei Pronto Soccorso.

 

Nel mese di giugno 2023 è stato approvato un disegno di legge finalizzato al contrasto della violenza di genere che contempla il rafforzamento dell’ammonimento del Questore e garanzia per le vittime di cyberbullismo e di stalking, in cui è previsto un aggravamento della pena per soggetti già ammoniti. Inoltre vengono prese misure di potenziamento preventivo e misure di velocizzazione dei processi per la violenza contro il femminile.

 

Parere unanime dei ricercatori: adottare strategie per ridurre il rischio, investendo sulla prevenzione, l’informazione e la cultura.

 

Nel 2015 è stata adottata dall’Onu, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: una lista di 17 obiettivi da raggiungere entro il 2030 sulla tutela dei diritti umani. Il documento è inserito all’interno del programma per lo sviluppo climatico.

Nel punto 5 è stato posto il raggiungimento dell’uguaglianza di genere, l’eliminazione di discriminazione e violenza contro donne e ragazze, ponendolo come obiettivo di strumento per il raggiungimento di parità in tutti i campi specialmente economico, politico e di leadership.

Si propone anche la garanzia per l’accesso alla salute sessuale e ai diritti riproduttivi, al riconoscimento del lavoro domestico retribuito e alla responsabilità condivisa all’interno del nucleo familiare.

 

La raccolta di dati e informazioni avviene con indagini periodiche da parte di esperti (GREVIO un comitato internazionale formato da 10/15 membri di vari stati firmatari), vengono così formulate indicazioni e direttive in ambito di prevenzione, sensibilizzazione, sia da parte di istituti pubblici che enti a convenzione ONG e Associazione.

L’ educazione alla parità di genere avviene con l’abbattimento di stereotipi che possono essere messi in atto con programmi dedicati nel nelle scuole, nelle istituzioni e con la formazione del personale preposto all’accoglienza delle vittime e degli autori della violenza.

 

Il significato di genere non si sovrappone al significato di sesso.

Per sesso si intendono caratteristiche biologiche, anatomiche, genetiche.

Per genere si fa riferimento ad una costruzione sociale di norme, comportamenti e attività che la stessa società ritiene appropriato per la donna o per l’uomo nel contesto culturale, epocale, storico, ambientale.

 

Parlando di violenza è inoltre fondamentale il concetto di “intenzionalità” dell’atto, la cui espressività fisica, psichica, sessuale, connessa ad incurie o privazione, può essere dichiarata o sospetta. La natura del reato deve essere specifica non vaga, scaturire da un sospetto fondato.

 

Dobbiamo ricordare che il medico di Pronto Soccorso è un P.U. ed esercita una pubblica funzione (amministrativa legislativa e giurisdizionale).

Vanno sempre denunciate, senza ritardo, con lo scopo di far avviare le indagini il prima possibile (art. 365 del CPP) le lesioni su minori con prognosi tra 21 o 40 giorni o che scaturiscono da lesioni che mettano in pericolo la vita, o quando vengono utilizzate delle armi, o con mezzi venefici, insidiosi o sostanze corrosive.

 

Per i minori vige l’obbligo di segnalazione di qualunque situazione anche di pregiudizio in cui il minore palesi uno stato di sofferenza, di disagio o carenza.

Situazioni sostenute da indicatori specifici: mancanza o carenza di relazioni familiari / tutoriali, assenza di ruolo genitoriale / protettivo e sicuro, inadeguatezza condotte parentelari rischiose dannose.

Nel caso in cui emergono questi indicatori specifici, la segnalazione va fatta immediatamente alla Procura presso il Tribunale dei Minori o, nel caso in cui sia possibile individuare il presunto autore, anche alla Procura Presso il Tribunale Ordinario.

Indicatori aspecifici sono casi in cui non emergono soggettivi gravi indicatori.

In questo secondo caso con indicatori aspecifici o comunque meritevole di attenzione e approfondimenti, la segnalazione verrà inviata ai Servizi Sociali Territoriali, all’Ufficio della Tutela dei Minori.

 

All’arrivo in PS di una persona che abbia subito maltrattamenti o violenza – giunta autonomamente o con F.O. o 118 – viene attivata la Procedura Aziendale in primis dal Triagista, opportunamente formato, che effettua una prima valutazione tenendo conto del contesto lavorativo, ponendo attenzione alla riservatezza, alla sicurezza, alla privacy.

Vengono raccolte le prime informazioni necessarie alla registrazione dei dati e all’ attivazione di un codice colore (che non è mai inferiore al codice giallo e con priorità).

 

Vengono messe in atto da parte del medico MEU specifiche misure di accoglienza della vittima prestando particolare attenzione al racconto, al coinvolgimento delle varie figure specialistiche – sempre nel rispetto della riservatezza dovuta – e fornendo informazioni dettagliate sull’ iter diagnostico terapeutico a cui la vittima verrà sottoposta.

 

Il Pronto Soccorso fornisce le cure necessarie e affida le vittime di violenza di genere, ad un percorso (con possibilità di accoglienza in centri specifici) per trovare strategie e soluzioni che le possano allontanare dai pericoli a cui possono andare incontro.

 

Il Pronto Soccorso è una porta sempre aperta, per molti è un “rifugio”.

Nei Pronto Soccorso ci si prende cura.

I Pronto Soccorso vanno tutelati, anche in rispetto della sofferenza di queste persone.

 

 

 

SIMEU. E’ UNA SOCIETÀ SCIENTIFICA NON UN SINDACATO!

novembre 12th, 2023 | NO COMMENTS

di Fabio De Iaco

 

Ci è capitato spesso di inviare richiesta di rettifica alle redazioni media e/o ai singoli giornalisti, ma a ben vedere l’occasione, l’ennesima, recentemente capitata su un articolo dell’agenzia ANSA che poi si è diffuso su altre testate, mi permette di puntualizzare un concetto che mi sta molto a cuore.

 

Succede infatti che SIMEU la Società Scientifica che ho l’onore di presiedere venga definita “sindacato”. È un errore, nel quale si incorre, ma è chiaro da sempre che non siamo un sindacato.

 

È evidente sulla base del nostro statuto ma soprattutto della nostra attività storica, a partire dalla creazione stessa di una comunità scientifica che faccia della Medicina d’Emergenza Urgenza il proprio obiettivo, passando per la battaglia per l’istituzione della Scuola di Specializzazione in Medicina d’Emergenza Urgenza, fino alle più recenti attività di questa Società nell’ambito della stesura di linee guida, della formazione dei professionisti, della promozione di eventi culturali e formativi.

 

E tuttavia, nonostante tutto “la SIMEU” spesso viene evocata come “il SIMEU”: un sindacato!

L’equivoco è grave, ma comprensibile nella sua genesi:

negli ultimi anni la SIMEU ha acquisito, spesso suo malgrado, una rilevanza mediatica che ha portato alcuni di noi alla ribalta della comunicazione pubblica.

È ovvio che sia così.

 

Se il Pronto Soccorso è il malato eccellente di questo Servizio Sanitario Nazionale, è del tutto logico che si chiedano chiarimenti e indirizzi a coloro (i professionisti della SIMEU) che ne sono i protagonisti. E inevitabilmente io e i Colleghi esponenti della SIMEU nelle nostre uscite pubbliche affrontiamo, tra gli altri, temi quali il benessere lavorativo, il lavoro usurante, lo stress lavoro-correlato, la valorizzazione delle peculiarità del lavoro in Emergenza Urgenza.

 

È comprensibile che queste nostre affermazioni vengano interpretate come sindacali, proprio perché trattano temi che sono usualmente materia di rivendicazioni sindacali.

Il fatto è che molti degli argomenti che siamo costretti a toccare hanno una base che è per prima cosa di buon senso, in secondo luogo assolutamente scientifica (anche sulla base dello studio della situazione internazionale dell’Emergenza Urgenza) e solo in terza battuta anche rivendicativa e dunque sindacale.

 

È una constatazione pesante, perché significa che la situazione del sistema nazionale dell’Emergenza Urgenza è così oggettivamente seria da diventare argomento di riflessione e confronto scientifico prima ancora che sindacale.

E poi, nella tradizione delle grandi Società Scientifiche, per dirla in inglese anche noi rivendichiamo orgogliosamente la funzione di “patient advocacy”, che significa – ma in italiano sembra meno nobile – “difesa del paziente”: come potremmo assolvere il compito se non toccassimo temi relativi all’organizzazione e ai provvedimenti necessari per la sopravvivenza del sistema?

 

Di contratto e stipendio non ci sentirete parlare; ci penseranno i sindacati, quel che NON siamo.

Ma di tutela del malato, valorizzazione delle professionalità, difesa del benessere degli operatori continueremo a occuparci.

 

Solo, per favore, non chiamateci sindacato.

 

La perdita della misura

ottobre 24th, 2023 | NO COMMENTS

di Biagio Epifani

 

L’episodio che ha interessato il collega Vito Procacci, Direttore del Pronto Soccorso di Bari, in realtà ha colpito, in via emblematica, anche tutti gli operatori sanitari che, durante la pandemia Covid, hanno reso onore alla loro professione, rispondendo a quel richiamo, mai imposto, di essere presenti e operativi per l’aiuto a chi è in pericolo o in difficoltà.

 

Accade sempre, tutte le volte, per un terremoto, un’inondazione, un evento naturale. Una guerra.

È la risposta ad un ethos che non si negozia, che non chiede contropartita, che esce dalla logica del redde rationem, cara ai portaborse in grisaglia, sempre pronti a misurare dopo aver perso, loro, la misura.

È quello che si chiama spirito di un popolo.

 

Per noi che lavoriamo in emergenza sanitaria è il demone che ci agita, la nostra aretè, da anni ormai compressa nella palude tecnocratica, ostacolata da un apparato ragionieristico incapace di leggere la fenomenologia dell’accadere, illuso del controllo totale.

Non c’è un tutto da controllare e non è possibile tutto.

 

Possibile che un’Istituzione, l’Ispettorato del Lavoro, non abbia avuto occasione e tempo di riflettere su una richiesta, motivata da dovere d’ufficio, ma indirizzata a quella parte istituzionale che ha determinato la svolta ed il successo del controllo della pandemia?

Possibile che nessuna voce abbia interrotto quella decisione così s-misurata per la sua stessa natura e motivazione?

Possibile che non si verifica mai una ufficiale espressione di scuse, di errore, di dichiarata accettazione del proprio scacco?

 

Il padre è perduto.

Estinto negli algoritmi che ci vorrebbero tutti funzionari diligenti, scolaretti alla ‘The Wall’, pronti a sopportare le oscenità (qui è fuori dalla scena del reale) dell’assenza di una guida.

Dov’è la basiliké téchne platonica, la politica che guida, indirizza, sceglie?

 

Mentre eravamo dentro la bufera, la strada da prendere è stata chiara per tutti, facilmente riconoscibile negli sguardi dei pazienti.

 

Oggi brucia questa offesa, sa di beffa proprio quando il prezzo pagato per quell’impegno straordinario è stato la fuoriuscita di tanti colleghi, forse delusi per la gratitudine neanche sussurrata, per l’assenza di risposte alle nostre perseveranti richieste di cambiamento, di svolta a difesa della sanità nel segno costituzionale.

 

Ancora di più brucia per aver richiesto l’intervento del Presidente Mattarella e per chi è rimasto come testimone di quella sanità, sarebbe davvero troppo rimanere in silenzio.

 

Allora siamo e saremo sempre al fianco di Vito Procacci, dei suoi infermieri e dei suoi medici perché oggi, loro, sono tutti noi.

 

 

 

NUOTARE CONTROCORRENTE

ottobre 14th, 2023 | NO COMMENTS

Sul recupero dell’esperienza ed il riconoscimento del lavoro.

Cosa succede in Friuli Venezia Giulia?

di Lorenzo Iogna Prat

 

Braccia e gambe si muovono ritmicamente, il respiro si sincronizza con la rotazione della testa. Uno sforzo non indifferente. Per rimanere fermi, lì dove ci si trova. Non un metro in avanti. Fermi. Si potrebbe dire lo stesso di chi pedala su una cyclette, corre su un tapis roulant o lavora in un pronto soccorso/medicina d’urgenza di un sistema fino a pochissimi anni fa eccellente, attrattivo e punto di riferimento per molte altre realtà italiane.

 

Un impegno che mette in crisi anche il più solido e motivato degli infermieri e dei medici. È umano. Tutti vorremmo che i nostri sforzi si traducessero in un miglioramento tangibile, in una qualche forma di riconoscimento. E invece dobbiamo accontentarci di non retrocedere. Ma non retrocedere – oggi – è il vero successo e il valore aggiunto sul mercato. Perché il continuo affaccendarsi nella ricerca di soluzioni innovative alla crisi dei sistemi di emergenza sarebbe molto meno gravoso se sapessimo su quale tesoro siamo seduti, su quale capitale culturale possiamo (potevamo?) contare per gli investimenti futuri.

 

Ho avuto la fortuna di crescere e formarmi come medico d’emergenza-urgenza in un contesto d’ avanguardia che dalla fine degli anni ’90 fino a poco prima della pandemia ha saputo creare e promuovere innovazioni assistenziali come le Aree di Emergenza – reparti intensivi e semintensivi a vera gestione multidisciplinare con la regia del medico d’emergenza distribuiti negli ospedali di rete e connesse all’Hub da percorsi ben definiti – accanto a professionisti che hanno acquisito e tramandato conoscenze e competenze tali da essere autonomi in un ampio spettro di scenari clinici propri dell’emergenza-urgenza, hanno avuto una propensione straordinaria al pensiero critico, all’aggiornamento e con un’etica del lavoro invidiabile.

 

Qui si lavorava da “Emergency Physicians” quando in molte altre realtà italiane non si sapeva nemmeno che cosa fosse. Quando si scoprì l’osservazione breve intensiva (OBI) qui si erano già stufati di applicarla. Una grossa spinta dal basso per migliorare i percorsi di formazione specialistica della neonata scuola di medicina d’emergenza-urgenza per renderli coerenti con le competenze richieste dalla professione. Era un sistema terribilmente efficiente e si basava su persone intraprendenti e visionarie messe in un contesto favorevole alla sperimentazione.

 

Fateci caso, molti dei grandi eventi (concerti, spettacoli…) hanno la loro prima in Friuli Venezia Giulia, luogo fuori dai canali “main stream” dove sia i successi che i fallimenti ricevono l’assoluzione riservata alla periferia dell’impero.

 

Ammetto che c’è un che di autoreferenziale e un po’ di autocompiacimento in questa narrazione perché il grande errore e il più grande rimpianto è stato di non aver saputo raccogliere e analizzare sistematicamente i dati di attività e promuoverli come la realtà dei fatti avrebbe richiesto. Tant’è.

 

Ho lavorato anche in strutture dove questo percorso culturale non era mai stato fatto e si era rimasti fermi a un buon ventennio addietro. Lì ho sperimentato sulla mia pelle quell’adagio pungente ripetuto dal mio saggio primario e più grande maestro: “se mi guardo sono un cesso, se mi confronto sono un successo”.

E oggi assisto alla resa quasi incondizionata di gran parte degli ospedali della mia regione a soluzioni di compromesso al ribasso (e che ribasso!), dove l’unico criterio rimasto è “basta un nome in una casella” e ci si è arresi alla logica del “non c’è altra scelta”. Ma sarà vero?

 

La storia ed il presente la fanno sempre le persone che in esso operano.

Oggi resiste qui un manipolo di medici e infermieri che continuano a svolgere con dedizione il proprio lavoro, con l’ago della bussola diretto alla qualità delle cure, all’appropriatezza, all’umanità e con l’entusiasmo di chi sa di stare dalla parte giusta.

Chi lo fa per vizio di forma (sei stato formato così, non puoi farci niente), chi per affinità elettiva. Li troviamo sparsi in tutti gli ospedali, cellule di resistenza civile che non si arrendono al degrado e frenano lo scivolamento lungo il piano inclinato dove il sistema sanitario ci ha lasciato.

 

Nell’ospedale in cui lavoro, ogni tanto mi guardo attorno e riconosco nelle persone che lavorano accanto a me i personaggi della saga di Asterix. Avete presente il villaggio gallico che resiste ora e sempre all’invasore romano?

Un manipolo di professionisti di ogni ordine e grado che lavora coordinato per mantenere un “vivaio” di conoscenze e competenze da applicare nell’attività di ogni turno e trasmettere ai giovani colleghi che ardiscono avventurarsi lassù. Con la differenza di non poter disporre di alcuna pozione magica cui attingere nel momento del bisogno.

 

Nessuna sindrome da accerchiamento né vittimismo: solo consapevolezza di ciò che accade nella realtà quotidiana. Confermata da tanti altri esempi di pronto soccorso/medicine d’urgenza nel nostro paese dove la qualità del lavoro, l’attenzione alla formazione e al lavoro in team crea attrazione.

 

Sempre il mio maestro di cui sopra da un po’ di tempo propone un motto tipico della finanza: “buy the dip”, compra quando il titolo è in calo.

Un invito a scegliere il nostro lavoro nel momento in cui il “mercato” non lo sta premiando. Confesso che all’inizio lo trovavo un po’ ingenuo ma masticandolo meglio è forse la chiave per interrompere quel maledetto circolo vizioso che porta la carenza di personale ad essere causa ed effetto della fuga dall’emergenza-urgenza.

 

Il rischio dell’investimento è mitigato dalla consapevolezza che un medico e un infermiere capaci, autonomi e consapevoli della propria insostituibile funzione avranno sempre un posto da protagonisti nella cura delle persone, nel mantenimento di un sistema sanitario che costi poco e renda molto e, in fin dei conti, nella difesa dei principi di democrazia.

 

È fuori dubbio che questo passi per un sostanziale miglioramento delle retribuzioni, commisurato al reale lavoro svolto. Per inciso, riporto qui una riflessione generale non scontata sul rapporto tra utilità sociale dei lavori e rispettiva retribuzione https://neweconomics.org/2009/12/a-bit-rich).

 

Nuotare controcorrente assume anche un altro valore.

Mantiene pronti e allenati i muscoli e la testa, ti ricorda cosa hai fatto per arrivare lì e qual è il tuo obiettivo.

E, perché no, ti permette di sognare l’oro alla prossima olimpiade.

 

firmato da un Medico d’Emergenza-Urgenza

Pronto Soccorso/Area di Emergenza Ospedale “S. Antonio Abate” – Tolmezzo (UD)

 

E’ arrivato il momento di cambiare!

settembre 29th, 2023 | NO COMMENTS

di Stefano Paglia

 

La protesta dei medici specializzandi non è solo giusta e totalmente condividile, è anche “provvidenziale”.

Provvidenziale perché attesta che è indiscutibilmente arrivato il momento di riformare il modo in cui in Italia i medici diventano specialisti, confrontandosi in positivo con quanto, in parallelo, avviene non solo in Europa ma in gran parte del Mondo.

 

Conciliare lavoro e formazione non è impossibile, anzi!

E’ opportuno, è necessario.

 

L’obiettivo condiviso deve essere chiaro: formare giovani professionisti pronti, pienamente operativi autonomi ed esperti al pari dei loro colleghi europei.

Questa è il vero senso della specializzazione!

 

Non dobbiamo puntare a studenti al termine di un percorso didattico ma dobbiamo raggiungere l’obiettivo di avere professionisti esperti al termine di un percorso formativo con autonomia crescente, associata ovviamente a una degna retribuzione e al pieno riconoscimento di ruolo, impegno, capacità e funzione.

 

Il passaggio al lavoro non può che essere progressivo, graduale e deve completarsi proprio nel corso del percorso formativo specialistico.

In questo gli ospedali di formazione non possono che avere ruolo.

 

La protesta degli specializzandi è una grandissima occasione per tutti per riflettere sul cambiamento e voglio credere che anche il mondo dell’Università ne saprà cogliere l’importanza interpretandone la prospettiva divenuta ormai ineludibile e vitale.

 

Poco da aggiungere.

Hanno ragione loro.

È tempo di cambiare.

 

Sasso, carta, forbici.

settembre 15th, 2023 | NO COMMENTS

di Claudia Sara Cimmino

Ricordate il gioco che si faceva da bambini?

Sasso carta forbici.

Chi perde beve!

 

Sasso carta forbici. Sasso.

Luana viene in una notte di aprile del 2021 riferendo di aver avuto un incidente stradale.

Lamenta dolore al rachide cervicale e all’ emicostato di destra. Nulla di rotto e torna a casa con una prognosi di qualche giorno.

 

Torna a distanza di un anno esatto riferendo più o meno la stessa dinamica ma questa volta all’esame obiettivo viene segnalato qualche “livido” in più.

Torna a luglio di quest’anno, sempre di notte e riferisce di essere caduta dalle scale. Ha ecchimosi su entrambe le braccia, un labbro tumefatto e una ferita al sopracciglio destro. “Come sei caduta Luana questa volta?”. Arriva il padre che mi guarda dritto negli occhi e dice in maniera perentoria: “Dottorè è caduta, chella è ‘nu poco distratta”.

 

Lei è ormai ubriaca. “Bevi ancora, hai perso bevi!”

 

Sasso carta forbici. Carta.

Paola arriva in PS riferendo un trauma al polso destro.

Sono le 10:00 del mattino di un sabato di settembre e lei ha una sottoveste e uno stivaletto ghepardato.

“Dottorè sono stata pure in un altro pronto soccorso ma la radiologia non funzionava e mi hanno detto di venire qua!”.

Non c’è solo alcool nei suoi bicchieri.

 

Sasso carta forbici. Forbici

Nadia non ha più un coltello in cucina.

Li ha tolti tutti da quando il marito ha preso l’abitudine di accarezzarla con le lame. Ha dimenticato le forbici però e una mattina arriva da noi a mostrarci le “carezze” ricevute.

 

Sasso carta forbici.

Ora ha perso i sensi, è il momento ideale!

 

Camilla ne vede e ne sente dalla mattina alla sera di tutti i colori.

Non è una sprovveduta. Una sera accetta un invito a cena da un amico conosciuto a lavoro e si ritrova costretta ad “aprire le gambe” con una pistola puntata alla tempia.

 

Basta con sasso carta forbici, cambiamo gioco!

 

Moma viene dall’Africa.

Parla poco ma i suoi occhi parlano per lei.

Trauma cranico. Le sue treccine sono intrise di sangue e ha un occhio gonfio, deformato dalle botte.

Che importa se siamo tanti contro una. È solo una ragazza!

 

Irina ha lasciato il suo Paese.

Viene con la figlia di 16 anni che in un ucraino-napoletano descrive tutta la scena dello “strascino”. Ovvero il compagno della mamma che bussa alla porta e l’afferra per i capelli buttandola giù per le scale del pianerottolo.

Così, quella sera gli andava così.

“Dottora le avevo comprato la friggitrice ad aria per il suo compleanno, ho deciso di dargliela quella sera perché non si può andare a dormire con il cuore triste.”

 

Quello che è successo recentemente a Palermo è solo una delle tante storie dell’orrore espressione di un mondo malato. E allora?

Se ne sentono e se ne vedono tutti i giorni di queste storie diventate ormai una terrificante normalità nella nostra società. È una questione di cultura. È una questione “sociale”.

 

Sasso carta forbici. Non è più un gioco da ragazzi.

Non è un gioco!

 

Luana, Paola, Camilla, Moma e Irina sono molto diverse tra di loro. Vengono da ambienti e culture diverse ma chissà perché hanno una cosa in comune: sono vittime di VIOLENZA.

 

Le donne di cui ho parlato hanno nomi immaginari ma le ho conosciute tutte e le loro storie sono tutte vere. Quello che è accaduto a Palermo mi ha fatto pensare a loro. E mi ha fatto riflettere su quanto sia importante ESSERCI per loro.

 

Anche qui si vede la differenza.

 

I medici e gli infermieri di urgenza sono quelli in grado di riconoscere queste donne anche quando comunicano il loro dolore solo con lo sguardo perché spesso l’orrore vissuto non riesce ad essere spiegato con le parole.

 

L’urgenza sta nel creare il percorso.

L’emergenza nel farle sentire protette.

 

Un’altra donna al triage … sasso carta o forbici?

Il pronto soccorso ed i libri. Leggere crea indipendenza.

agosto 29th, 2023 | NO COMMENTS

di Marina Civita

 

Il pronto soccorso è una fonte incredibile di storie.

Spesso penso che chi lavora nell’ambito della nostra disciplina potrebbe, se tempo avesse, scriverle per narrarle.

 

Le storie che viviamo quotidianamente non vengono lasciate sul posto di lavoro, diventano parte integrante delle nostre giornate, i racconti che portiamo a casa. Noi stessi siamo parte di queste storie e credo, che al di là delle innegabili difficoltà, “siamo le persone che siamo” grazie al nostro lavoro che, ogni giorno, ci insegna quanto queste storie ci possano ricordare quali sono davvero le cose importanti e quanto siamo fortunati rispetto ad altri ad avere l’occasione di ricordarlo.

 

Ci sono molti libri che si possono legare a questi concetti, ma forse uno di quelli principali, che staziona sul mio comodino e mi aiuta nei momenti di sconforto, è quello di Randy Pasch – L’ultima lezione. Me lo ha fatto leggere una persona che è stata per me e per molti di noi una guida professionale fondamentale: Gian Alfonso Cibinel.

 

Sempre sul mio comodino, da anni, non può mancare un libro che molti di noi hanno letto, che rimane in qualche modo il mantra della nostra professione: “mi chiamo Pierluigi Tunesi ma per molti semplicemente il letto 7”, un reparto di sub-intensiva visto con gli occhi del malato. Ricordarsi il punto di vista del paziente e il suo nome fa parte della nostra storia.

Cosa sognano i pesci rossi – Marco Venturino

 

La medicina d’emergenza urgenza da’ una risposta a tanti bisogni di salute e a tante persone che si recano in pronto soccorso con storie di abusi, disagi o malattie psichiatriche. Queste situazioni sono purtroppo in incremento esponenziale e potremmo narrarne tutti i giorni di diverse. Le vite difficili delle persone che incontriamo ci colpiscono nel profondo e ci capita spesso di ritrovarle raccontate da altri:

Una vita come tante – Hanya Yanagihara

Donne che amano troppo – Robin Norwood

Il ballo delle pazze – Victoria Mas

Tutto chiede salvezza – Daniele Mencarelli

 

Un altro dato interessante.

Una recente survey effettuata in Piemonte nell’ambito della medicina d’emergenza – urgenza ha messo in evidenza che il 70% dei medici è donna, per gli infermieri la quota rosa arriva fino al 90%.

 

Una riflessione, che faccio ormai ogni giorno, mi conferma la centralità di ruolo delle donne e mi porta alle tante incredibili donne che lavorano in questo ambito di fatto così faticoso. Credo sia fondamentale che possano realizzarsi come professioniste ma ritengo indispensabile che continuino a dover avere il loro giusto spazio come donne e come madri per poter essere interamente felici oltre che liberate da ogni discriminazione e senso di colpa. Mi pare che oggi, causa le carenze di organico dei pronto soccorso, si sia persa la giusta attenzione e la dovuta sensibilità nei loro confronti.

 

Eppure quante donne hanno cambiato con il loro operato la storia, quante si prendono cura delle persone sia all’interno del nostro sistema sanitario che in ambito famigliare e quanto spesso nell’ambito del team group si intrecciano le loro vite. Penso alle letture Come il vento cucito alla terra di Ilaria Tuti o a La treccia di Laetitia Colombani.

 

Detto ciò, mi ritengo fortunata.

Ho l’onore di guidare un gruppo di cui sono molto orgogliosa. Da parte mia provo ogni giorno a migliorare il benessere organizzativo di tutti loro che ritengo anime speciali.

Ho anche un’altra fortuna particolare, quella di trarre insegnamento dalle donne del mio passato, in particolare da Giulia Civita Franceschi, la mia bis-nonna, che ha fondato a Napoli la Nave Caracciolo, salvando dalla strada oltre 700 “scugnizzi”. Un esperimento educativo raccontato da Antonella Ossorio ne I bambini del maestrale. Mio papà mi dice che le somiglio tanto, questa cosa mi riempie il cuore di orgoglio.

 

Penso che la vita di chi fa il nostro lavoro sia piena e arricchente, quasi da letteratura, anche se troppo spesso è molto faticosa e penso che ciascuno di noi, proprio per questa ragione, meriti un tempo di qualità da dedicare a se stesso. Il tempo è molto più importante di tante altre cose che abbiamo.

 

Il nostro lavoro è delicato e coinvolgente – siamo formati per salvare vite – ma a volte, almeno per 10 minuti, dobbiamo ricordarci di pensare solo a noi stessi.

Per dieci minuti – Chiara Gambarale.

 

Lo avete capito!

Leggere: i miei preziosi dieci minuti.

 

 

Nota: Dedico questo scritto a tutti i miei colleghi MEU, in particolare al mio gruppo che è famiglia.

 

 

 

Consiglio la visione del video > Randy Pasch, L’ultima lezione.

https://www.youtube.com/watch?v=hgk9ksoyjWw > speech originale con sottotitoli in italiano

Vivere la tua vita attraverso la vita degli altri

agosto 21st, 2023 | NO COMMENTS

di Alessia Lipardi

 

Chiunque decida di fare l’infermiere, o lo sia già diventato, dovrebbe essere stato paziente prima di ogni altra cosa.

 

Se sei “dall’altra parte” pesi bene la gravità del bisogno dell’altro ed il valore di quel qualcuno che si prenda cura di te, dall’inizio al termine del tuo percorso di cure.

 

Come paziente sei dipendente, non puoi muoverti … hai bisogno di essere spronato a mettere i piedi sul pavimento, a provare a sollevarti nonostante tu sia sfinito dal dolore.

Aspetti che qualcuno ad ogni cambio turno venga a chiederti come stai, se hai bisogno di antidolorifici, che controlli se la tua sacca di drenaggio debba essere svuotata.

 

Aspetti di suonare il campanello dietro la tua testa pensi … “potrò disturbare!?“

Stringi i denti, speri tanto che quel forte dolore possa passare, tossisci in silenzio e con paura, la paura che i punti – che tirano – possano saltar via!

 

Ed ecco quando arriva il tuo turno, quello delle medicazioni, della visita giornaliera, vorresti che quel momento durasse per tutta la degenza; ti senti coccolato, preso in considerazione, sei tu il protagonista del momento, tutti hanno occhi solo per te.

Ti dicono che tutto va bene anche se sai bene che in quel momento tutto va male ma sei determinato e sai che prima o poi ne uscirai.

 

Tutti gli infermieri dovrebbero essere prima di tutto pazienti.

 

Capisci cosa significa aspettare il tuo turno, l’attesa della colazione, del pranzo e della cena che scandiscono il ritmo delle giornate.

La tv è sincronizzata sullo stesso canale, ma non chiedi di cambiare o fare zapping perché ti conservi quella “chiamata” per un motivo davvero valido!

 

Sopraggiunge la notte, quando speri di poter chiudere gli occhi e riposare anche solo per qualche ora … ma ti accorgi che quelle sono le ore più lunghe della giornata e attendi che qualcuno pronunci il tuo nome perché una punturina o i prelievi di controllo sono finalmente lì ad attenderti alle prime luci dell’alba. Saluti gli addetti alle pulizie e il nuovo turno del giorno che è appena iniziato.

 

Essere stato paziente da infermiere è capire meglio il saper fare e il saper essere nel proprio quotidiano; esci dallo spogliatoio con la tua divisa e hai la grinta, la forza e la dedizione di correre dai tuoi pazienti, dal neonato all’anziano, con consapevolezza.

 

Essere infermiere dopo essere stato paziente ti cambia.

E come se ricominciassi una nuova vita.

 

Nel bene e nel male hai compreso e conosciuto un nuovo mondo nel tuo stesso mondo, quello in cui sei tu che scegli a chi “affidare le tue cure.”

 

Sei felice perché sai che al tuo pronti, partenza e via … salirai sul trampolino di lancio con una voglia pazzesca di amare, aiutare l’altro e continuare il cammino della tua straordinaria missione.

La missione che non hai scelto tu, ma che ti ha scelto.

 

È vivere la vita attraverso la vita degli altri!

 





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