IL BLOG DI SIMEU

 

FORMARE NELLA TEMPESTA. DOPO IL COVID, VERSO UN FUTURO INCERTO PER LA NOSTRA IDENTITÀ

novembre 22nd, 2021 | NO COMMENTS

di Alessandro Riccardi

 

Due anni di formazione, ovvero l’esperienza stimolante che mi è stata offerta in SIMEU.

E due anni di pandemia, di blocco della formazione tradizionale, di problemi e di nuove necessità, di una malattia del tutto nuova da curare, da capire, da affrontare, da studiare.

Due anni trascorsi nell’occhio del ciclone, tra varie ondate e riflussi che erano quasi peggio delle ondate perché riportavano i problemi di sempre: due anni passati ad essere considerati eroi e poi di nuovo quelli di sempre, due anni che hanno però dimostrato una cosa con estrema chiarezza.

SIMEU non poteva, nonostante tutto, non essere presente con il suo programma di formazione, ma è stato subito evidente che non era possibile proseguire nel percorso già segnato da chi mi aveva preceduto. No, dovevamo fare i conti con un contesto tutto da sperimentare e per fortuna non ero solo.

Grazie allo sforzo di tutti i suoi formatori, alla sua solida organizzazione interna, la Società Scientifica è stata in grado di rispondere all’emergenza, si è adattata, a volte reinventata, ha continuato a formare, seppur in modo diverso e senza mai interrompere la sua attività.

Ecco, potrei usare un termine che non amo molto – usato, abusato – ma che talvolta è essenziale per spiegare la capacità di risposta e di reazione: resilienza. I medici e gli infermieri dell’emergenza-urgenza sono abituati a rispondere in modo rapido alle situazioni che cambiano, a volte in modo improvviso e inatteso, e di variare il proprio comportamento in reazione a quello che accade. Lo facciamo abitualmente, ogni qual volta dobbiamo affrontare un nuovo paziente, o si apre la porta del pronto soccorso e non sappiamo che cosa ci attenderà.

In questi due anni è capitato qualcosa di simile anche con la Formazione.

Già, la Formazione… una delle anime della SIMEU, e che rappresenta di per sè un concetto piuttosto ampio e variegato. Richiama naturalmente l’arte di “plasmare” la materia “informe” per donargli una struttura, ma questo non è il ruolo della nostra Formazione: questo compito spetta all’Università, ovviamente.

 

La nostra Formazione si occupa di qualcosa di differente, ed è qualcosa di meno definito e definibile, più impalpabile: riguarda le Competenze che ogni medico ed infermiere dell’emergenza-urgenza deve possedere e sviluppare. Rappresenta il complesso di elementi che dovremmo possedere per essere ciò che siamo.

In ultima analisi, dunque, riguarda la nostra Identità.

L’identità dei professionisti dell’emergenza-urgenza e del loro ruolo all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, un ruolo che oggi sta vivendo una profonda crisi, e che è sminuito da proposte e soluzioni che non tengono in considerazione proprio quelle competenze.

 

Le nostre competenze.

Nessuno potrebbe pensare di affidare un servizio di cardiologia, o gli ambulatori di una chirurgia a non specialisti, a neolaureati, o a specialisti di altri reparti – eppure spesso ciò accade con il pronto soccorso, e vediamo ogni giorno proposte tra le più disparate che hanno la funzione dichiarata di “salvare” un servizio ma che in realtà lo affossano, privandolo appunto delle competenze che dovrebbe possedere.

Eppure, lo abbiamo provato durante la pandemia, soprattutto durante la prima ondata: abbiamo utilizzato le nostre competenze in ecografia clinica per fare diagnosi precoci e monitoraggio dei pazienti. Abbiamo usato le nostre competenze nella ventilazione e nell’uso delle cpap per ventilare un numero enorme di pazienti. Abbiamo dimostrato le nostre competenze nella sedazione procedurale per permettere di tollerare giorni e giorni di caschi o maschere. Abbiamo fatto valutazioni etiche, abbiamo gestito una situazione prossima alla medicina delle catastrofi, abbiamo organizzato, riorganizzato, adattato e modificato la nostra struttura, più e più volte, anche all’interno di una stessa settimana, rispondendo alla realtà che cambiava velocemente.

Abbiamo usato le nostre degenze, che non sempre vengono chiamate in modo adeguato o appropriato, e ci siamo fatti carico di un grandissimo numero di ricoveri. Abbiamo valutato EGA, posizionato vie arteriose, drenato pneumotorace, abbiamo comunicato con i familiari, gestito i flussi di pazienti che transitavano per le nostre strutture, rispondendo ad ogni singola nuova esigenza.

 

Abbiamo risposto a quanto accadeva, e abbiamo aiutato i nostri pazienti. 

E abbiamo fatto squadra, noi medici con i nostri preziosi infermieri, perché di squadra si tratta, e ognuno ha portato un contributo costruendo un piccolo pezzo di questa grande storia.

Tutto questo necessita di Competenze, e  non può né deve essere affidato ad altri specialisti: il nostro lavoro di professionisti dell’emergenza-urgenza non può essere assegnato a chi è istruito per svolgere altre tipologie di attività.

 

L’impegno di SIMEU sarà sempre rivolto a Formare i veri professionisti MEU attraverso lo sviluppo di una identità chiara, forte, comune,con l’intento di poter fare quadrato, tutti insieme sempre, e soprattutto nei momentI di grande difficoltà come quello attuale.

Perché se il pronto soccorso e la medicina d’Emergenza non troveranno una strada, ed un aiuto da parte delle Istituzioni, chi ci rimetterà saranno soltanto i cittadini.

E dopo tutta questa dedizione, ne siamo convinti, proprio non lo meritiamo.

Ich hab’ kein Zuhause

ottobre 19th, 2021 | NO COMMENTS

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto della dott.ssa Margherita Riccardi che si presenta in questo modo: “sono un medico italiano, lavoro come chirurgo in Germania e il mio lavoro si svolge principalmente tra sala operatoria e pronto soccorso. Sono molto legata alla medicina d’urgenza, talmente tanto che presto inizierò a lavorare e studiare per prendere la specializzazione in medicina d’urgenza. Ecco, anche se non lavoro in Italia, vi seguo, vi leggo e vi ringrazio per il lavoro che fate. Chissà, prima o poi tornerò in Italia a lavorare, in qualche Pronto Soccorso“.

Ringraziamo moltissimo questa collega e segnaliamo le sue molte storie, tutte vere, pubblicate sulla pagina Facebook “Salvo Complicazioni” https://www.facebook.com/salvocomplicazionidoc

Buon lavoro e buona vita Margherita!

 

 

Pronto soccorso, notte di guardia.

Il monitor appeso in sala medici lampeggia: profonda ferita al braccio, arrivo in 8 minuti.

Accanto la scritta “N +” mi fornisce l’informazione che sull’ambulanza è presente anche un medico d’urgenza (Notarzt/Notärtzin).

Questo vuol dire di solito che è qualcosa di relativamente grave. Poco dopo sento le sirene avvicinarsi, lascio la mia postazione e mi avvicino all’entrata del

pronto soccorso dove accedono le ambulanze. Infilo i guanti in lattice, guardo l’orologio e mentre mi rendo conto che sono già le 3 del mattino, vedo con la coda  dell’occhio il paziente scendere dall’ambulanza. Sui 40 anni, pantaloncini corti e una maglietta strappata completamente imbrattata di sangue.

Un’ infermiera mi aiuta a farlo stendere su un letto. Il medico d’urgenza mi presenta il paziente e snocciola velocemente le informazioni più importanti:

M.J, 41 anni, consumo abituale di droghe, diverse malattie croniche e alcuni problemi familiari che non riesce a gestire. Oggi la goccia che fa traboccare il vaso. Suizidversuch, scandisce il collega, imprimendo una certa solennità.

Tentativo di suicidio.

Il paziente è stato trovato dai parenti mentre si stava tagliando le vene.

Le ferite si trovano lungo buona parte dell’avambraccio sinistro, non sono molto profonde, ma vanno comunque suturate. M.J. spalanca gli occhi enormi e scuri,

quasi neri. È lucido. L’infermiera disinfetta le ferite mentre io preparo l’occorrente per medicare.Ecco ora annego nei tuoi occhi M.J, penso. Vorrei darti un

qualche tipo di conforto, dirti che andrà tutto bene, ma io e te veniamo da due pianeti diversi, e questo me lo spieghi tu, gentilmente. Ci sono pianeti e vite intere dove le cose non sono mai andate né potranno mai andare bene, e tu vieni da uno di questi. “Ich hab’ kein Zuhause”, io non ho una casa.

Lo dici tremando, e fai delle lunghe pause per cercare le parole giuste che alla fine comunque non vengono fuori. Accetti di parlare con me e il mio tedesco stentato, che è ancora più zoppicante ora che ormai si sono fatte le 4 del mattino. Io e te vicini, mentre inietto l’anestetico locale lungo tutta la ferita principale.

Ma i nostri pianeti sono sempre più distanti, e probabilmente invece vorresti sentirlo un po’ di dolore. Provare qualcosa.

Sentire, ancora una volta, tutto il male del mondo che dici di portare dentro. Non riesco a vederlo M.J., tutto questo male. Non ci riesco. Mi hanno cresciuto con l’idea che in ognuno di noi ci sta del buono, ma come dicevo i nostri pianeti sono sempre più distanti, e tu mi confessi che sei tutto da buttare. Sei un fiume di lacrime adesso e un po’ ti lasci andare, o forse è solo una farsa, o forse non lo so. Rimaniamo così, in silenzio nel cuore della notte.

Tu a piangere ferite che non vedo e io con i miei aghi e portaghi a chiudere tutte le altre

Finalmente la Summer School SIMEU di nuovo in presenza! Cronaca di un’esperienza condivisa tra generazioni di professionisti.

ottobre 5th, 2021 | NO COMMENTS

Nel magnifico centro residenziale universitario di Bertinoro (CEUB) si è da poco conclusa la nostra Summer School, in occasione della quale tutto il Board Scientifico si è prodigato per coinvolgere i giovani professionisti SIMEU nel rispetto dell’identità, confronto, formazione e del sapere, saper fare e saper essere.

 

La sessione di apertura – dopo l’introduzione del nostro Presidente Nazionale dott. Manca, gli interventi dei colleghi del Board e dei “padroni di casa” dott.ri Ferrari e Del Rio – è stata caratterizzata dalla travolgente presentazione del Prof. Sbrojavacca, che ha letteralmente affascinato i giovani parlando del valore della professione e del loro futuro.

Non sono mancate le relazioni sulla drammaticità e difficoltà che hanno visto protagonista l’emergenza-urgenza nella complessa gestione della crisi Covid-19, con le emozionanti relazioni del dott. Paglia, della “dinamica” dott.ssa Asrow, venuta direttamente da Chicago USA e della “spumeggiante” giovane dott.sa Ralli, che ha messo in risalto il fondamentale aiuto degli specializzandi MEU durante la pandemia.

La prima giornata si è conclusa con le relazioni sulla tematica della comunicazione in emergenza con il basilare apporto della dott.ssa Ruggieri già Presidente Nazionale SIMEU, sulla responsabilità professionale condotta dal past-President dott. Pugliese e il “dirompente” dott. Gelati.

 

La seconda giornata è cominciata con le tematiche dello shock e sepsi con il “magnifico” Prof. Schiraldi – anch’egli past-President della nostra Società Scientifica – che supportato dai colleghi Guiotto, Causin e Musci ha letteralmente ipnotizzato i giovani.

Ha avuto seguito un’eccellente sessione pratica interattiva, completamente dedicata alla eco messa a punto da un team eccezionale composto dai dott.ri Cibinel (già Presidente Nazionale), Magnacavallo, Paglia, Ricca Giustivi nonché da alcuni giovani MEU come Sembolini, Milione e Bastoni.

Le relazioni sulla difficile prospettiva dello stato emergenziale Covid-19 sono state ottimamente condotte dai “padroni di casa” dott.ri Ferrari e Del Rio, l’importante tematica del triage è stata discussa dal collaudato team composto dal dott. Susi e dalla dott.ssa Cocorocchio, in chiusura “l’esplosivo” dott. Montomoli che ha trattato una tematica cruciale: la Shock Room.

 

Anche la terza giornata ha avuto relatori d’eccezione come ad esempio i dott.ri Conti, Cosi e Tamarin che hanno letteralmente conquistato i giovani sulle tematiche cardiologiche in emergenza. Le relazioni sono state incentrate anche sulla gestione degli squilibri elettrolitici ed in particolare dell’ iponatremia in emergenza con la collaborazione della MEU Latini e Fanicchia. I giovani colleghi sono stati coinvolti anche in una dinamica gestione della insufficienza respiratoria acuta con una impeccabile sessione pratica interattiva che ha visto coinvolti esperti di grande rilievo nazionale: i colleghi Ferrari, Cosentini, Brambilla, Fantauzzi e Mattiazzo, ma anche giovani MEU come Ingrassia, Nori, Ralli e Schettini.

Un “futuristico” dott. Voza ha spinto in avanti le prospettive dei giovani grazie ad un’entusiasmante relazione sull’Intelligenza Artificiale nell’Emergenza.

 

La seconda e terza serata si sono concluse con attività diversificate di challenge che hanno visto i giovani professionisti cimentarsi in Quiz e Best Case Report condotti dai dott.ri Del Prete, Ralli, Frigo, Ruggieri e Cocorocchio.

 

La quarta giornata è stata dedicata alla gestione del dolore con relatori d’eccezione come gli “inossidabili” De Iaco, Guarino, Riccardi, Fanicchia, ma anche giovani MEU come Cimmino (Presidente Regionale) e Lison.

 

La vera novità di questa Summer School è stata però la simulazione sul trauma pre e intra – ospedaliero che ha coinvolto i giovani professionisti, per la prima volta, in una performance realizzata dal team dei dott.ri Geminiano, Rugna, Del Prete e Fabbri – con il coinvolgimento e la partecipazione del suo eccezionale gruppo del 118 di Forlì – ed il supporto attivo dei giovani colleghi MEU Ralli, Schettini e Bottone.

La serata, infine, ci ha regalato emozionanti sorprese come l’attribuzione del Premio Commemorativo in onore di Gino Strada “Urgenza… per Strada”, assegnato al medico dott. Capecchi e all’Infermiere dott. Sartori, l’ EM Story Contest – che ha ospitato come giudice il famoso scrittore e sceneggiatore Maurizio de Giovanni presente on-air – coordinato dall’appassionato Segretario Nazionale dott. Guarino. E’ stata giudicata vincitrice la storia della sensibilissima infermiera dott.ssa Tesei. Il Photo Contest, curato dai colleghi Riccardi e Guarino con il coinvolgimento delle esperte competenze di Mangiatordi e Farese, è stato assegnato al Gruppo Pain. Infine i Challenge Quiz e Best Case Report che sono stati attribuiti rispettivamente ai gruppi Pain e Stroke.

 

La quinta ed ultima giornata di Summer School si è svolta con le discussioni di scenari clinici sul drenaggio toracico presentate dal team Pepe, Del Rio e con la rappresentante MEU dott.sa Ralli. Non sono mancate le esercitazioni sulle vie aeree, gestite dal team dei dott.ri Rugna e Del Prete con la partecipazione del MEU Bottone.

Un’attualissima relazione sul crowding in PS, presentata dal dott. Savioli, ha infine chiuso questa esperienza che ha visto più di 50 docenti alternarsi in una full immersion davvero senza sosta.

 

Questo particolare evento di formazione è stato reso possibile grazie a SIMEU, in particolare al Presidente Nazionale, ai ben 4 past-President coinvolti, alle Faculty oltre che al lavoro della Segreteria Nazionale e di tutti i componenti del Board della Summer School 2021 che voglio ringraziare con rinnovata stima anche per impegno, entusiasmo e creatività!

 

Che altro dire? Giovani Professionisti dell’ Emergenza-Urgenza italiana il futuro ha bisogno di voi, della vostra energia, passione, idee e competenza.

Un caro saluto a tutti accompagnato da un grandissimo in bocca al lupo!

 

Prof. Mauro Giordano, Direttore Summer School SIMEU

Con il Board Scientifico 11 edizione 2021

Dr. Salvatore Manca, Presidente Nazionale SIMEU

Dr. Alessandro Riccardi, Responsabile Nazionale della Formazione SIMEU

Dr.ssa Maria Pia Ruggieri, past-President SIMEU

Dr.ssa Lucia Frigo, Coordinatrice Nazionale Giovani Medici SIMEU

Dr. Antonio Del Prete, Coordinatore Nazionale Nursing

Dr.ssa Antonella Cocorocchio, Segretario Nazionale Nursing

Dr.ssa Maria Luisa Ralli, past-President Cosmeu – Rappresentante Specializzandi

 

Dopo Anita.

settembre 29th, 2021 | NO COMMENTS

Direttamente dall’ EM STORY CONTEST della SUM.SCHOOL SIMEU appena conclusa, la testimonianza nominata vincitrice “per aver utilizzato le immagini, i rumori e gli sguardi come strumento di narrazione. L’uso dei nomi propri per indicare le persone come stile di approccio e cura. Il ricorso alle canzoni come rievocazione del proprio vissuto messo al servizio della persona nel percorso di cura”. Da un’idea del Segretario Nazionale dott. Mario Guarino, giuria presieduta dallo scrittore Maurizio De Giovanni

Mara Tesei ne è l’autrice. Originaria di Perugia, presta servizio presso il PS di Montepulciano dopo aver partecipato a tre missioni in Africa con una ONG.

 

Piccoli pezzi di vetro cadono come polvere dai vestitini che piano piano le togliamo.

È vigile, piange.

Non ha evidenti segni di contusione e non notiamo ferite una volta rimasta solo con il pannolino.

Si chiama Anita, un anno di età.

 

Un’infermiera del centodiciotto entra nella stanza e ci consegna le borse che erano vicino a lei nell’auto. Sono delle buste di carta di negozi per bambini, dentro dei vestitini con ancora il cartellino del prezzo attaccato. Chissà Anita come può averti immaginato bella con questi addosso la tua mamma. Invece ora sei quasi nuda con una dottoressa e due infermiere che immaginano cosa possa averti lasciato addosso l’impatto dell’auto. Ecografia ed esami di sangue negativi. Nulla, addosso non ti ha lasciato nulla. E sulla tua mamma? Cosa lascerà sulla tua mamma questo pomeriggio in cui siete uscite insieme e tornando la vostra auto ha avuto un impatto frontale con un’altra auto? Ora siete divise dalle porte scorrevoli della sala rossa: ogni volta che si aprono è come se la sala respirasse. Con lo stesso ritmo con cui le porte scorrevoli si aprono e si chiudono penso a quello che gli infermieri stanno facendo sulla mamma. Gestione delle vie aeree, accesso venoso. Io però non sono dentro con loro, sono dall’altra parte del corridoio eppure: elettrocardiogramma, esami di sangue, ecografia.

 

Io però ho in carico Anita, i familiari a casa non rispondono, né i nonni né il papà.

Eppure: emogasanalisi, tac. Questo ritmo di pensieri non la tranquillizza. “Marinella cosa facciamo con il paziente per la cardiologia?”, domanda che riecheggia dall’altro corridoio dove altri medici ed infermieri continuano a lavorare, mentre io sono lì ferma con in braccio Anita. “Marinella, va a reparto?”. Ma certo, Marinella. Tutto diventa un po’ più chiaro, tutto diventa sequenziale, come l’abcde che mentalmente avevo fatto sulla mamma di Anita.

“Questa di Marinella è la storia vera, che scivolò sul fiume a primavera, ma il vento che la vide così bella, dal fiume la portò sopra una stella”.

Entro nella stanzina di ristoro del Pronto Soccorso.

Inizio a cullarla e a cantarle piano la canzone di Marinella. Ricordo solo quella strofa e gliela canto di continuo, così come di continuo stiamo camminando in su e in giù in quella stanzina dove gli infermieri cercano un minuto di tranquillità tra un triage e l’altro, tra un’urgenza ed un’emergenza.

 

Anche io cerco in quel posto un po’ di tranquillità per Anita.

Ora lì non piange più, ha in bocca il suo ditino che ogni tanto prende ogni tanto lascia.

“Ma il vento che la vide così bella …” Anita si addormenta.

 

Entra in stanza il direttore. È in questo ospedale da poco, non mi ha conosciuto quando pochi mesi prima arrivai in pronto soccorso con la testa piena di lunghe treccine africane per l’ultimo tirocinio di infermieristica. Ero tornata da due giorni dalla mia seconda missione in Africa: già sull’aereo avevo pensato “sarà difficile? Sarò all’altezza?”. Qualche mese dopo sarei tornata lì come dipendente: ogni turno mentre percorrevo il corridoio che dallo spogliatoio portava al pronto soccorso mi chiedevo: “sarò oggi all’altezza di quel posto?”.

La domanda è rimasta sempre la stessa. Il direttore invece non fece alcuna domanda sul perché nel suo pronto soccorso si ritrovava un’infermiera al primo incarico che cantava De Andrè con in braccio una bambina. Sorrise, uscì, mentre entrarono nella stanza le novità sulla mamma: tamponamento cardiaco, trasferimento in sala operatoria di cardiochirurgia.

Con la notizia arrivarono anche i familiari di Anita. Riconsegno Anita al suo papà.

 

Non ci diciamo nulla, ma in quel passaggio da un abbraccio all’altro, ho capito il vero obiettivo del pronto soccorso: riconsegnare una vita.

Prima di lavorarci, come la maggior parte delle persone, pensavo che gli operatori cercassero di perseguire tale obiettivo tra il caos e la fretta. Da infermiera ho compreso che quando tutto si focalizza nel riconsegnare questa vita vige straordinaria disciplina: in una situazione di emergenza, ogni individuo si sente responsabilizzato, “si forma una solidarietà diffusa, cala il livello di litigiosità, insomma per quanto possa sembrare assurdo, l’auto smette di perdere i pezzi quando supera i duecento chilometri orari”

 

Dopo Anita scelsi di non scendere più dall’auto chiamata pronto soccorso.

 

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nel mondo della Medicina d’Urgenza. Vantaggi, limiti e potenzialità.

settembre 7th, 2021 | NO COMMENTS

di Antonio Voza

Nel dicembre di 3 anni fa, partecipando ad un congresso organizzato dalla Fondazione Veronesi, vengo colpito da una affermazione, molto simile ad una sentenza, secondo cui alcuni esperti internazionali valutavano concreta la possibilità che entro il 2050, attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale (IA), le macchine sarebbero in grado di sostituire del tutto gli umani nello svolgere ogni genere di professione, compresa quella del medico.

La mia reazione è stata contrastante: preoccupazione e curiosità si sono alternate ma, quando parliamo di IA, di cosa si tratta?

 

In questi ultimi anni, nel cercare di definirne una dimensione ed una identità, mi sono imbattuto in diverse descrizioni.

Una su tutte ha contribuito a schiarirmi le idee. Nello specifico, asserisce che il concetto di IA viene usato in riferimento a “sistemi software che, ricevuto un obiettivo complesso, interagiscono nella dimensione fisica e digitale, percependo l’ambiente circostante attraverso l’acquisizione e l’interpretazione di dati raccolti, ragionando sulle conoscenze pregresse, elaborando le informazioni ottenute dai dati stessi e decidendo quale possa essere la migliore azione da compiere per raggiungere l’obiettivo prefissato”.’

“Questi sistemi possono inoltre apprendere modelli di calcolo numerico e sono in grado di adattare il proprio comportamento, analizzando come l’ambiente circostante sia stato influenzato dalle precedenti azioni”. (High-level Expert Group on Artificial Intelligence, definition of AI, Bruxelles, 2019, p. 6).

Definizione chiara, ma che personalmente ritengo possa far nascere più di una riflessione.

E’ oggettivo che tecnologia, innovazione e intelligenza artificiale siano progredite drasticamente negli ultimi decenni. Alcuni vedono questo progresso come una fonte di pericolo che potrebbe portare la tecnologia a surclassare l’umanità, altri leggono l’intelligenza artificiale e la robotica come un modo per migliorare la società, il lavoro e la qualità della vita quotidiana.

Come per qualsiasi cambiamento, sono convinto che il risultato dipenderà solo da come l’IA verrà di fatto utilizzata.

 

La crescente digitalizzazione dei sistemi sanitari, dei dati clinici, associata alle tecniche di apprendimento, rende l’IA una tecnologia particolarmente idonea ad essere applicata al settore sanitario. Anche nell’ambito della Medicina d’Emergenza-Urgenza la letteratura è sempre più completa in termini di esempi di applicazione di algoritmi di IA a supporto della pratica clinica, soprattutto nella gestione delle patologie tempo dipendenti, di nostra assoluta pertinenza.

Per la sua stessa natura, il mondo dell’Urgenza si presta alla più appropriata applicabilità dei sistemi di IA. Pensiamo ai flussi crescenti di presa in carico dei pazienti in un Pronto Soccorso e parallelamente al bisogno di prendere decisioni clinico-diagnostico-terapeutiche rapide ed accurate per pazienti critici: è intuitivo come la maggiore accuratezza e rapidità garantite dai sistemi di IA possano rapresentare la risposta più promettente a queste necessità.

Solo come esempio, sono molteplici le applicazioni dei sistemi di IA nella interpretazione degli esami di diagnostica per immagini, nel predire la prognosi del paziente in base alla presentazione clinica o nel monitoraggio dei parametri vitali.
Inoltre diverse aziende stanno cercando di ridurre il carico di documentazione in PS attraverso sistemi di IA, in grado di redigere una cartella clinica basata sulla registrazione dell’interazione medico-paziente nel momento in cui si verifica.

Ma a fronte della loro potenziale applicazione, queste tecnologie devono ancora essere implementate in maniera omogenea e diffusa a livello dei dipartimenti di Emergenza – Urgenza. Gli ostacoli principali finora riscontrati sono soprattutto tecnici e normativi.

 

Tornando ad esempi concreti, sono diversi gli studi che hanno dimostrato come l’IA possa migliorare e ottimizzare il trattamento dei pazienti con diagnosi di sepsi in Urgenza, evidenziando come algoritmi di IA – in base ai parametri ed alle condizioni cliniche del paziente – possano suggerire al medico d’Urgenza la corretta dose di liquidi e amine vasoattive da utilizzare – in maniera dinamica – mentre sta trattando il paziente. Si conclude andando ad oggettivare come l’utilizzo di questi modelli di IA potrebbero portare ad una prognosi decisamente migliore.

Sono diversi poi gli studi che hanno invece dimostrato come l’accuratezza della predittività della corretta indicazione al ricovero – indipendentemente dal modello di IA utilizzato – migliori in modo statisticamente significativo con l’utilizzo di alcune variabili e del testo libero compilato direttamente dagli infermieri di triage, mettendo a disposizione i risultati dell’algoritmo in ‘real time’ così da avere a disposizione del professionista preziose informazioni aggiuntive con tutti i vantaggi che ne conseguono in termini di velocità di assegnazione, di sicurezza di percorso scelto, di ottimizzazione delle risorse e di prevenzione dell’overcrowding.

Manna dal cielo, per una disciplina dove i professionisti coinvolti – tanto medici quanto infermieri – hanno troppo spesso a disposizione poche informazioni sulla storia clinica del paziente, a volte neanche le sue generalità, pochi dati in un contesto a volte di confusione oltre che di notevole stress e si trovano a dover prendere decisioni che possono comportare un ritardo diagnostico influenzandone la prognosi.

 

In tempo di pandemia da COVID-19, la letteratura è ricca di esempi di come l’utilizzo dell’ IA ne abbia aiutato non poco e a tutti i livelli la gestione sanitaria. In questo la Cina ha tracciato la via.

Due esempi. A partire dal mese di febbraio 2020 la società Alibaba Damo Academy ha dichiarato di aver sviluppato una piattaforma in grado di analizzare e individuare l’intero genoma del nuovo coronavirus, riducendo i tempi normalmente richiesti per questo esame a soli trenta minuti, attraverso l’uso di algoritmi dotati di IA. In questo modo è stato possibile ottenere la diagnosi in tempi notevolmente minori e soprattutto consentire una individuazione più accurata delle possibili mutazioni del virus.

A questo strumento, la stessa società cinese ha affiancato poi lo sviluppo di un sistema diagnostico basato sull’IA che si proponeva di rilevare nuovi casi di COVID-19 con un livello di accuratezza che arrivava fino al 96%. Infatti, attraverso l’analisi delle immagini tac, l’IA si è dimostrata in grado di identificare le differenze tra i pazienti affetti da polmonite dovuta a COVID-19 e i casi di polmonite virale ordinaria, abbassando radicalmente i tempi d’attesa richiesti per i tradizionali tamponi. Ancora riduzione dei tempi e accuratezza diagnostica: il mantra del medico d’Urgenza.

 

Ma lo scopo di questo articolo non vuole essere una metanalisi della letteratura pubblicata. In quanto strumento nelle mani dell’essere umano, l’utilizzo e l’applicazione dell’IA – soprattutto in ambito medico – può essere fonte di dilemmi etici e morali che non possono essere sottovalutati.

L’IA infatti non si presenta, dal punto di vista giuridico, priva di rischi che possono compromettere i principi, i diritti e le libertà tutelate dalla legge, anche con ripercussioni in termini di ‘diritto alla salute’.

E tutto questo rischia di portare a due conseguenze che non possiamo sottovalutare, con il sincero auspicio di riuscire ad evitarle. Da un lato, potrebbero portare ad un processo di disumanizzazione del rapporto terapeutico, negando spazio a quelle occasioni di dialogo, confronto e conforto di per sè parte integrante della cura, come riportato dall’ordinamento italiano. Dall’altro, potrebbero invece pregiudicare quello stesso diritto alla salute che proprio tramite l’uso dell’IA si vuole tutelare dal punto di vista collettivo e individuale evitando il possibile rischio di disomogenee opportunità.

E’ auspicabile quindi che, in parallelo ad Università che approntano Master di secondo livello, molto stimolanti sull’utilizzo dell’IA in ambito medico, si possano aprire dibattiti interdisciplinari, che ci possano vedere protagonisti, insieme alle altre figure professionali coinvolte, con l’obiettivo di individuare e bilanciare rischi e benefici.

 

La domanda ultima che ci si pone quindi è se l’IA permetterà in futuro di fare a meno del personale sanitario.

I più scettici consigliano di tenere conto della straordinaria abilità dell’essere umano di fare affidamento, soprattutto nel corso di circostanze estreme (quali quelle ad esempio vissute in pieno picco pandemico) sul proprio ingegno e caparbietà, ponendo l’intelletto al servizio del più primordiale degli istinti che può essere solo umano, la volontà di sopravvivere.

Altri, non da meno, sottolineano come la medicina sia una tecnologia complessa, fondata sulla scienza e nessun robot o algoritmo progettato da uomini al momento possa essere in grado di affrontare sfide cognitive e operative a più livelli, come riesce invece a fare la mente umana.

Ci sono poi i più “conservatori” che asseriscono come non si possa meccanizzare l’empatia. I pazienti non prenderebbero mai sul serio le raccomandazioni di un chatboat (Siri di Apple è un caso di chatboat). Altri autori, non distanti, sottolineano come la fiducia abbia bisogno di ascolto e risposte che implicano una relazione con il medico. A questo proposito mi chiedo: quale relazione è più difficile ed allo stesso tempo sfidante, se non quella tra noi specialisti dell’Urgenza e un paziente che non ha scelto di essere  in uno dei nostri Pronto Soccorso in quel momento, cosi come non ha scelto di essere preso in carico e trattato proprio da noi come professionisti in quella sua precisa condizione di necessità?

Allo stesso modo, va però sottolineato che sono diversi gli autori che argomentano in modo altrettanto ineccepibile sui vantaggi oggettivi di una sempre più costante presenza di algoritmi di IA durante la nostra pratica clinica. E’ infatti difficile non riconoscere come l’IA stia accelerando il processo diagnostico e riducendo gli errori. La macchina riesce a controllare, con maggiore accuratezza, una quantità di dati che impegnerebbero per mesi una equìpe di medici, per quanto esperti, preparati e con grande esperienza.

 

Infine l’IA potrebbe finalmente archiviare, anche nel mondo dell’Emergenza Urgenza, la medicina difensiva non solo riducendo drasticamente gli errori medici e le diagnosi errate ma, poiché gli algoritmi prodotti dall’IA sono sempre più precisi ed efficienti, seguendoli sarà sempre più difficile portare in giudizio un medico ed un infermiere che prendono in carico in Pronto Soccorso un paziente critico di cui a volte non conoscono proprio nulla, come si diceva, spesso neanche le generalità.

E’ importante sottolineare però che questi strumenti non ci potranno mai sostituire completamente.

Perché se è vero che queste tecnologie forniranno assistenza, aiutando gli operatori sanitari a cogliere elementi significativi difficilmente estraibili in altro modo, è altrettanto vero che i nostri livelli di comprensione del dato puro non sono e probabilmente non saranno mai replicabili dall’IA.

Raccogliere quindi una raccomandazione di trattamento fornitaci dall’IA e decidere se è giusta o meno per il paziente deve dipendere ancora interamente da un processo decisionale che può essere solo umano … solo nostro!

 

In conclusione, sono personalmente convinto che queste scelte di contesto sono difficili da immaginare interamente demandabili all’IA. Queste nuove consapevolezze dovrebbero portarci a vivere questa sfida non con timore e diffidenza, ma come opportunità da cogliere, modulandola sui nostri bisogni e ‘sartorializzandola’ su ogni singolo paziente dalla presa in carico al trattamento.

 

Dr Antonio Voza, 

Responsabile SC Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza IRCCS Humanitas Research Hospital, Rozzano (Milano)

Come Atlante, a fatica a sorreggere il peso

agosto 30th, 2021 | NO COMMENTS

di Mimosa Milocco – Rappresentante Giovani SIMEU Lazio

Riceviamo dal Presidente Regionale SIMEU Lazio dott. Giulio Maria Ricciuto e pubblichiamo

456 contratti di formazione NON assegnati per la specializzazione in medicina d’emergenza – urgenza. Chi si stupisce?

Di certo non noi giovani MEU.

Noi specializzandi che ogni giorno vediamo i nostri strutturati che, come Atlante, a fatica sorreggono il peso, abusato, dell’emergenza extra e intraospedaliera.

Noi neo specialisti che proviamo a fare del nostro meglio per prendere quel testimone, sapendo che la strada da percorrere è comunque solo in salita: notti, festivi e super festivi, monte ore al doppio del dovuto e, ancora, violenze verbali e aggressioni fisiche, rischi medico legali.

Noi che vediamo colleghi che scelgono una seconda specialità, o la libero professione, con il dubbio che, tutto sommato, forse la strada che abbiamo intrapreso non sia la più saggia.

Per quanto per noi rimanga la più bella.

Chi si stupisce? Di noi, NESSUNO.

Però basta!

Pretendiamo di essere ascoltati, di avere modo di valorizzare la nostra professionalità, di avere i diritti lavorativi che ci spettano, così come già ci prendiamo tutti i doveri.

Pretendiamo che l’emergenza-urgenza sia un servizio usato responsabilmente.

Altrimenti, nessuno si stupisca quando avrà necessità di un servizio di Emergenza e non troverà nessuno di noi che se ne prenderà cura.

Carenza di medici e cooperative

agosto 11th, 2021 | NO COMMENTS

di Beniamino Susi

Si valuta che oggi in Italia manchi circa il 30% dei medici di emergenza rispetto alle reali necessità.

Prima era un fenomeno evidente solo nelle Regioni in piano di rientro (taglio di posti letto e/o non sostituzione del personale dimesso o pensionato), poi si è manifestato in maniera drammatica dovunque con l’evidenza di concorsi per assunzioni a tempo indeterminato praticamente privi di candidati.

Tuttavia, pensare di risolvere il problema utilizzando le prestazioni di medici provenienti da Cooperative, coprendo completamente o in parte i turni dei Pronto Soccorso, è una soluzione apparente, percepita dai management delle ASL o delle aziende ospedaliere come efficace in tempi brevi e soprattutto in un certo senso “pratica” in quanto di facile attuazione.

Da molto tempo ho preso una posizione molto critica nei riguardi di questa “soluzione”in quanto, dal mio punto di vista, è purtroppo una scelta colma di negatività: economiche, organizzative, cliniche e soprattutto di sicurezza. Ne ho parlato anche su RAI 3 nella puntata del 31 gennaio 2021 di REPORT dedicata ad un inchiesta su questo delicato argomento.

Le cooperative di cui parliamo sono società di intermediazione o meglio di fornitura di servizi molto simili a quelle delle agenzie cui ci si rivolge per poter usufruire delle prestazioni professionali di baby sitter, domestiche o badanti. In questo caso si assicura la copertura del turno in PS ma con quale professionista, con quali competenze non sembra essere il centro dell’interesse della struttura economica che gestisce il servizio.

Risolvere la copertura del turno con questa modalità, può essere tranquillizzante negli uffici del management aziendale, ma certamente non lo è per il Direttore del Pronto Soccorso che, oltre ad avere la responsabilità diretta su quanto accade all’interno della sua unità operativa, non ha il controllo della qualità del servizio ai pazienti.

Ogni struttura ha una propria organizzazione interna (presenza o assenza di specialità e consulenti), funzionalità del laboratorio analisi e della radiologia, DEA di riferimento, modalità di trasferimento, presenza di eliporto, sistemi informatici diversi, determinate procedure e protocolli, etc.

La prima domanda molto semplice è: come è possibile trasferire questo insieme di conoscenze complesse ad un professionista – anche se molto valido – che presta servizio occasionalmente in una struttura, non ne conosce gli spazi, il team, le modalità di lavoro?

Da un punto di vista del rischio clinico inoltre và sottolineato che non è possibile in alcun modo prevedere e predisporre un percorso formativo o di affiancamento perché, proprio per caratteristica della modalità di impiego, non si ha la conoscenza del professionista di riferimento.

Allo stesso modo non è dato sapere da quali e quanti turni lavorativi il medico della cooperativa è reduce, da quante ore lavorative consecutive, se ha beneficiato del giusto tempo di recupero e riposo.

Essendo anche interregionali, spesso i professionisti sono costretti a pesanti trasferte che potrebbero aggravare il loro stato di lucidità. Se un medico della cooperativa fa un errore dovuto a stanchezza, non conoscenza dei percorsi o incompetenza, chi ne risponde?

Non dimentichiamo che un Primario ospedaliero è responsabile penalmente, in vigilando ed in eligendo, dei suoi collaboratori, quindi in punto di diritto in quel Pronto Soccorso è ”corresponsabile” delle azioni di quel medico (che non ha scelto, non conosce, non ha formato) in quel turno coperto da altri “a tavolino” da un ufficio con questa discutibile modalità.

Nella puntata di Report cui ho partecipato la giornalista dell’inchiesta si è presentata ad un colloquio presso una Cooperativa, ha ottenuto la credibilità dell’interlocutore che non ha verificato il suo CV ed è stata collocata in un turno di un Pronto Soccorso del Nord Italia. Questo fatto gravissimo dovrebbe far molto riflettere sulla pericolosità di questa modalità di risolvere un problema serio con cui dovremmo confrontarci ancora per anni a causa della cattiva programmazione del passato.

In un Pronto Soccorso dovrebbero esserci gli specialisti in medicina di Emergenza-Urgenza o equipollente (chirurgia, medicina interna, gastroenterologia, etc) ma, come è stato dimostrato durante l’inchiesta, questo non sempre succede. Non si valuta e certifica l’esperienza, i titoli, la competenza o l’esperienza sul campo del medico incaricato.

Il concetto che – visto che allo stato attuale mancano gli specialisti MEU – chiunque possa prestare servizio in PS è a mio avviso un errore molto pericoloso.

Credo che nessuno vorrebbe esser addormentato in sala operatoria da un neo laureato oppure operato al femore da un oculista o al cuore da un dermatologo per cui non si capisce perché si possa accettare che un politraumatizzato stradale o un infartuato in arresto cardiaco, un paziente in emergenza a rischio di vita possa essere gestito da un medico non specialista in MEU e privo di esperienza.

A questo riguardo mi duole constatare il silenzio assordante di sindacati, organismi di tutela dei cittadini e troppo spesso anche dei mezzi di comunicazione. Soprattutto in quest’ultimo anno, ma anche in passato, SIMEU si è fatta portavoce di questa istanza e non ha perso occasione per denunciare la propria posizione sui tavoli istituzionali e spesso anche attraverso gli organi di stampa.

Faccio un’altra riflessione.

Con i contratti di libero-professione la tipologia di medici è del tutto sovrapponibile: medici non specialisti che per scelta o per necessità o condizione non sono entrati in specialità oppure specialisti che preferiscono essere battitori liberi magari per guadagnare più denaro, per non essere dipendenti e/o potersi programmare la vita secondo le proprie necessità, senza gli obblighi del personale di reparto. E poi il costo.

I costi per le aziende ruotano all’incirca intorno ai  100 euro/ora/medico perché, oltre alla quota riconosciuta per la prestazione del professionista, c’è il tornaconto della cooperativa.

Ovviamente non sono in grado di fornire dati precisi ma dalle testimonianze raccolte in maniera informale, è possibile ipotizzare che quest’ultimo valore possa aggirarsi fra il 40 e il 60% dell’intera cifra.

Il proliferare in tutta Italia di queste organizzazioni economiche fa immaginare che la richiesta sia piuttosto alta e dal momento che le tariffe non sono regolate da appalti o contratti nazionali ma dal mercato stesso, è possibile che la libera contrattazione porti ad una corsa al rialzo delle tariffe (legge domanda-offerta) e che le aziende sanitarie prese dalla necessità accettano, non trovando altre soluzioni. Il risultato è che i costi sostenuti non possono che essere molto alti e le stesse cifre di spesa, investite con criterio e una visione costruttiva rispetto al problema, potrebbero generare risultati concreti di crescita.

Tutte queste riflessioni mi portano ad affermare convintamente che quella delle cooperative non può che essere una non soluzione costosa, pericolosa ed inefficace da un punto di vista del livello qualitativo del servizio e duole constatare come non ci si rivolga mai a chi in Pronto Soccorso ci lavora da anni con passione e dedizione per ascoltare quale potrebbe essere concretamente una possibile alternativa in salvaguardia della qualità e della sicurezza delle cure.

 

 

 

Spiegare l’Emergenza-Urgenza alle persone.

luglio 28th, 2021 | NO COMMENTS

La dott.ssa Paola Noto, attuale Consigliere Nazionale SIMEU, vive la professione di medico di Pronto Soccorso con palese entusiasmo e grande passione. Sempre molto concreta quando si tratta di prendere posizioni attive a favore della medicina di Emergenza-Urgenza, è stata un’ instancabile protagonista del gruppo di lavoro EmDAY2021 organizzato dal CDN SIMEU.

Ci ha raccontato il suo punto di vista sullo stato attuale della MEU con l’obiettivo di sensibilizzare l’audience dei pazienti.

 

“La medicina di Emergenza-Urgenza è una delle branche più entusiasmanti e travolgenti  della medicina. Il medico di urgenza in pochi minuti può fare la differenza rispetto all’esito del paziente. E’ il medico delle patologie “tempo dipendenti ” – infarto, ictus, sepsi politrauma etc –  quelle  che si  devono diagnosticare ed inquadrare rapidamente e altrettanto velocemente si devono gestire per contrastare il deterioramento del paziente.

Essendo una disciplina piuttosto giovane purtroppo è poco conosciuta dalle persone. Non siamo gli specialisti di un apparato ben specifico per questo risulta difficile identificarci.

La realtà è che noi trattiamo le acuzie presenti in tutte le branche della medicina.

C’è poi un motivo culturale. Un tempo il Pronto Soccorso era oggettivamente un luogo di passaggio: non vi era personale dedicato con uno specifico bagaglio formativo e vi erano talmente tanti posti letto nei reparti degli ospedali che il ruolo di quel medico era proprio “smistare” l’utenza.

Oggi non è più cosi e purtroppo negli anni passati questi cambiamenti non sono stati adeguatamente comunicati. Non si è fatta “formazione” ai pazienti rispetto l’evolversi della realtà deludendo quindi le loro aspettative. Col passare degli anni, con la progressiva riduzione dei posti letto in ospedale, i tempi di permanenza in PS si sono, per forza di cose, allungati tanto che a volte l’intero iter del paziente (diagnosi, terapia e dimissione) avviene direttamente in PS.

E questo è un grandissimo cambiamento non perfettamente recepito dagli utenti-pazienti.

 

A tutt’oggi il concetto di “golden hour”, cioè quei 60 minuti che se non gestiti correttamente possono portare a morte un soggetto, non sono per nulla entrati nella cultura italiana.

Facciamo una riflessione: tutti noi scegliamo l’oculista, il ginecologo, il dentista, l’ortopedico, lo specialista in generale. Ci informiamo, chiediamo consigli ad amici o conoscenti sulla qualità di prestazione, sulla disponibilità a comprendere, ci facciamo consigliare …

Il medico di Emergenza-Urgenza non possiamo sceglierlo, capita in funzione delle necessità e del luogo nel quale ci si trova in quel determinato momento.

Ma se è cosi, non vorremmo tutti il “top di gamma” il meglio del meglio ad accoglierci ovunque siamo e qualunque cosa di imprevedibile ci succeda?

Si dovrebbe auspicare una diffusa super specializzazione, medici ed infermieri capaci, competenti, formati, sensibili. Finchè la gente non comprenderà bene questo passaggio tutti gli approcci con il Pronto Soccorso saranno sbagliati o per lo meno non completamente corretti.

Oggi il Pronto Soccorso tende ad essere un reparto moderno composto da professionisti normalmente molto appassionati capaci di rispondere ai bisogno di salute dei cittadini nel momento in cui sono più indifesi e colpiti: cioè quando un evento avverso stravolge la loro vita ponendoli in un momento di vulnerabilità estrema, che va ben oltre alla soluzione degli acciacchi del quotidiano.

Questo dovrebbe essere inteso ed interpretato come il vero Pronto Soccorso.

 

Purtroppo ad oggi è spesso ancora soprattutto utilizzato come ricovero notturno per i casi sociali, sosta per anziani bisognosi, riferimento per problematiche che potrebbero essere risolte sul territorio, luogo dove poter accedere a servizi gratuitamente e senza obbligo della prenotazione …. ma questa è un’altra storia.

 

Il PS è un luogo speciale: permette  a medici ed infermieri di vivere l’esperienza diretta di quanto si può fare la differenza sull’evolvere di un caso clinico. Permette ai professionisti di tenere la mente dinamica e sempre in grande allenamento perché si passa da una patologia all’altra senza continuità. Ogni caso è diverso, a differenza degli altri specialisti non conosci il paziente, non sai la sua storia e magari in quel momento nessuno te la può spiegare. Sei solo davanti ad un bisogno grandissimo, con la responsabilità di salvare una vita, devi capire e decidere velocemente cosa è giusto fare per quello specifico paziente. E’ un lavoro mai uguale a se stesso.

Il tempo in PS vola veloce, non c’è spazio per la noia, non guardi mai l’orologio.Aiuta a mantenere lo sguardo su quelle che sono le cose che davvero contano nella vita, su quanto sia un dono ogni giorno poter tornare a casa sani dalla propria famiglia.

Io personalmente soffro una sorta di “dipendenza”: non potrei mai smettere o fare altro.

Ci sono molte donne tra i professionisti dell’ emergenza-urgenza. Quello a cui abbiamo assistito in questi anni, credo un po’ come in tutti i settori, è l’abbandono da parte di alcune colleghe per l’ impossibilità di conciliare la vita personale con quella professionale. Una mamma medico di emergenza-urgenza non rispetta gli impegni del calendario: mancherà alla famiglia a Natale, a Pasqua, la domenica e la notte, magari al saggio di fine anno.

L’oggettiva carenza di personale acuisce tutto ciò!

La pandemia ha inoltre estremizzato le problematiche sovraccaricando ulteriormente di impegno le strutture.

 

Mentirei se non dicessi che tutto questo ha delle ripercussioni sulle famiglie. Si richiedono sacrifici che ovviamente alla lunga possono portare delle conseguenze. Alle nostre famiglie chiediamo molto, è importante che comprendano cosa significa prendersi cura dei pazienti, che i nostri cari siano in qualche modo complici rispetto l’importanza dell’impegno di una professione tanto cruciale per la vita delle persone.

Certo una visione evoluta con asili, nidi aziendali aiuterebbe moltissimo le madri, donne lavoratrici spesso in emergenza-urgenza anche nel privato.

 

Aggiungo anche che il medico di Pronto Soccorso è l’unico che non ha – per ovvi motivi – la possibilità della libera professione in ambulatorio che significa che il riconoscimento economico non può certo essere considerato una leva di coinvolgimento per la professione. Anche questo è un particolare sul quale la gente spesso non riflette quando esprime un giudizio.

 

Nonostante tutto, per me, rimane il mestiere più bello del mondo!”

 

 

L’importanza dell’EMERGENCY MEDICINE DAY

luglio 19th, 2021 | NO COMMENTS

Da alcuni anni il 27 maggio si celebra nel mondo la Giornata Internazionale della Medicina di Emergenza e Urgenza: l’EMDay– Emergency Medicine Day. L’iniziativa è nata grazie al lavoro della Società Europea in Medicina di Emergenza (EuSEM) nella data corrispondente alla sua stessa fondazione avvenuta il 27 maggio 1995. Ha un’ ideatrice italiana, la dott.ssa Roberta Petrino, attuale Consigliere Nazionale SIMEU che lo ha fortemente voluto nel periodo della sua Presidenza EuSEM.

Lo scopo principale dell’EMDay è promuovere conoscenza e cultura della disciplina sottolineando l’importanza di avere servizi di Emergenza e Urgenza competenti e ben organizzati, del loro utilizzo consapevole e del grande valore che essi hanno in sé in termini di riduzione della morbilità e mortalità in casi di situazioni sanitarie di emergenza.

Con l’emergenza Covid è risultato evidente quanto l’attività di pronto Soccorso abbia fatto da argine ad un fiume in piena, pur con le note e croniche difficoltà di personale e di struttura.

Abbiamo intervistato la dott.sa Petrino.

Per capire occorre conoscere. Questa la grande sfida dell’ EMDay: sensibilizzare opinione pubblica e decisori.

Come spiega alle persone che cos’è la Medicina di Emergenza-Urgenza?

E’ la disciplina specialistica che garantisce la prima valutazione, la stabilizzazione e la cura  nelle prime fasi di ogni patologia acuta o trauma, sia nella fase pre-ospedaliera che intraospedaliera. Si occupa anche di risposta alla maxiemergenza in collaborazione con molti altri attori, incluse le pandemie. Le strutture di lavoro sono i mezzi di soccorso pre-ospedaliero (ambulanze, auto-mediche, elicottero), i Pronto Soccorso con l’Osservazione Breve Intensiva (OBI) e le terapie Subintensive.

Perché secondo Lei è cosi poco “riconoscibile” rispetto le altre specialità della medicina?

E’ un problema culturale della popolazione, perchè fino a 20-30 anni fa a seconda delle diverse regioni, il Pronto Soccorso era un luogo in cui i pazienti in condizioni di acuzie venivano accettati e poi smistati ad altri specialisti, e solo i pazienti in pericolo di vita venivano valutati dall’anestesista. Da molti anni la Medicina di Emergenza e Urgenza si sta sviluppando come disciplina specifica – in tutto il mondo – con le proprie competenze che sono uniche e che hanno permesso, dove ben sviluppate, di ridurre la mortalità e la disabilità dei pazienti.

Si sottovaluta la forza e l’importanza di ciò che medici e infermieri del Pronto Soccorso fanno, nel primissimo luogo di accesso agli ospedali?

In molti casi sì perchè purtroppo è ancora vivo il concetto che al Pronto Soccorso “si passa” e non si viene curati. Invece da tempo ormai il Pronto Soccorso è il luogo in cui si viene valutati e immediatamente classificati per gravità o rischio di evoluzione sfavorevole, si viene trattati in urgenza, viene quasi sempre fatta una diagnosi precisa, spesso si dimettono i pazienti dopo un periodo di trattamento o osservazione in OBI . Grazie allo sviluppo delle OBI si sono negli anni ridotti moltissimo i ricoveri aumentando l’appropriatezza.

Perchè si sceglie di lavorare in Pronto Soccorso?

Normalmente per passione, chi sceglie l’Emergenza-Urgenza la ritiene la disciplina in assoluto più interessante. Si vedono pazienti e patologie di ogni tipo, quindi se l’attività di medico ti appassiona per davvero è questo il posto più adatto. E’ sfidante, toglie ripetizione e continuità della cura perchè i pazienti passano e rimangono poche ore, al massimo pochi giorni e non si sa mai di cosa avrà bisogno il prossimo paziente. E poi è un grandissimo lavoro di squadra!

 

Nella foto di Lella Beretta da sinistra Michela Ghisio (Infermiera di Emergenza-Urgenza), Roberta Petrino (Direttore Unità di Emergenza-Urgenza Ospedale S. Andrea di Vercelli), Roberta Marino (Medico di Emergenza-Urgenza), Patrizia Vacca (Infermiera di Emergenza-Urgenza).

E un posto al sole ancora ci sarà!

giugno 25th, 2021 | NO COMMENTS
di Mario Guarino

I tatuaggi, disseminati sul corpo emaciato, sono o tanti. Tutti monocromatici tranne quello sul collo che rappresenta una specie di diamante. Ma la scritta sull’avambraccio di sinistra spicca più di tutti. Sembra risaltare tra le macchie della pelle dovute alla terribile malattia. “Vichinga Vichi”, in un pessimo corsivo e di un bluastro sbiadito  che denuncia una qualità per nulla eccellente.

Aveva fatto capolino, nel pronto soccorso, un freddo giorno di febbraio. Il centodiciotto era stato allertato dalla responsabile del centro di accoglienza presso il quale aveva trovato un letto da qualche giorno. Il braccio e la gamba non le muoveva più e le parole erano meno comprensibili del solito. Certo, neanche prima Vichi si esprimeva bene, colpa dell’assenza di gran parte dei denti e del fatto che era straniera, ma si faceva capire eccome. Quella mattina no. Anche lei avvertiva che era accaduto qualcosa di grave.

“Donna, quarantasei anni senza documenti, viene trasportata in pronto soccorso per emiplegia brachio-crurale sinistra non databile.  Parametri vitali nella norma, Cincinnati positivo, codice giallo”.

La valutazione di Valerio al triage era stata tanto fredda quanto perfetta e l’accesso in sala gialla avvenne dopo pochi minuti. “E’ fuori finestra”. Le parole uscirono di getto dalla bocca di Natja come a voler sottolineare la perdita dell’unica opportunità. Andava a puttane la possibilità di fare la trombolisi nel tentativo di liberare l’arteria cerebrale occlusa e recuperare il danno motorio. Il senso di frustrazione, si palesava con una frase dal sapore romantico che faceva riferimento al tempo trascorso dall’inizio dell’evento. Le linee guida erano chiare, passate quelle ore dall’insorgenza dei sintomi, il rischio emorragico era nettamente superiore alla possibilità di successo di sciogliere il trombo.

Ma la storia di Vichi era ben più complessa.

AIDS, diagnosi conclamata e non solo sieropositività. Fino a qualche mese prima andava con l’autobus all’ospedale di malattie infettive per fare i controlli e le terapie necessarie. La pandemia aveva complicato tutto, l’ospedale era stato trasformato in Covid e gli ambulatori chiusi. Anche tra i virus c’è chi vince e chi perde.

La strada era stata la sua casa fino alla malattia. Poi aveva trovato un letto in quel centro. L’AIDS le aveva tolto l’immunità e le aveva donato la priorità. Ma proprio ora che aveva trovato un tetto era “fuori finestra”. La vita è bizzara come i capelli di Vichi, esili di natura e scolpiti da sforbiciate improvvisate. Da allora nessuno la vuole. Vichi non esiste per il mondo dei diritti. In quanto senza fissa dimora non può andare nelle strutture di riabilitazione. Siccome ha bisogno della fisioterapia nessun centro di accoglienza la prende. Poi l’AIDS peggiora il tutto. Le lungodegenze rifiutano la richiesta di trasferimento perché, a dir loro, “non attrezzate a gestire i pazienti con AIDS” e le residenza per anziani non accettano persone che hanno meno di sessantacinque anni.

Gina impazzisce, ma non si arrende. “Embè fosse l’ultima cosa che faccio prima di andare in pensione tra un mese, io un posto glielo trovo”. E’ l’assistente sociale dell’ospedale. Con la naturale eleganza e bellezza dei suoi anni portati splendidamente, Gina è feroce con le carte e la burocrazia, e che non si arrenderà lui ne è certo.

L’altro avambraccio di Vichi ospita un tatuaggio con il nome di Fabri Fibra. “Mi piace assaje”, risponde alla domanda fatta solo con gli occhi dal medico curioso durante il giro. Quell’assaje è il segno di un’altra infezione fatta di inflessioni dialettali trasmesse a dallla sua nuova città. “Perché no piace a te Fabri Fibra?” Chiede di tutto punto al medico curioso, relegandolo all’angolo della risposta. “A me no ma…” “e Clementino? A me piace assaje pure Clementino, è forte lui dai…”, “beh si Clementino piace anche a me”. ”Azz tenevamo il primario rap e non lo sapevamo”, aggiunge sottovoce Gennaro l’operatore socio-sanitario dal giallo dei suoi baffi intrisi di nicotina e catrame.

Il tempo di finire il giro, organizzare gli esami da fare secondo le diverse priorità, ed i bicchierini di plastica, ripieni a metà con il caffè appena fatto da Gennaro, riuniscono il gruppo in una breve pausa. Appena un sorso e, preso da un’illuminazione, lui telefona alla sua amica Francesca, giornalista e molto conosciuta nell’ambito musicale. La richiesta è semplice, far sentire meno sola Vichi. Lei conosce cantanti ed attori grazie alla sua professione, hai visto mai?

Napoli ti sorprende per la rete. Ne ha discusso tante volte con il suo amico scrittore. I rapporti, tra le persone che hanno i piedi nel mare, hanno un peso specifico diverso. Come se Partenope tenesse uniti i suoi figli attraverso i lunghi e folti capelli.

Basta poco”, ripete al telefono, “magari un saluto” e dopo qualche ora arrivano il video dell’attore Ciro Giustiniani e della cantante Monica Sarnelli.

Vichi è felicissima. Chiama accanto a se Maurizio, il suo infermiere preferito, per vedere e condividere quei video. Sorride a gengive esposte. Monica Sarnelli le dedica la canzone che fa da sigla ad una famosa fiction da ben venticinque anni e che le ha portato fortuna con l’augurio che ne porti un po’ anche a Vichi, la vichinga.

Ah a proposito…”, chiede il medico curioso, “i vichinghi sono forti, quindi anche Vichi lo è”. “Si”, risponde certa e precisa, “i vichinghi sono forti, ma muoiono presto!

Il display del telefonino lascia andare il refrain della canzone di Monica, lasciando ammutoliti ed attoniti tutti nella stanza di ospedale che fa da casa a Vichi, “…se questa vita siamo noi, lascia le cose che non vuoi. E’ così poco il tempo per amare, e un posto al sole ancora ci sarà!





SIMEU - SOCIETA' ITALIANA di MEDICINA D'EMERGENZA-URGENZA

Segreteria Nazionale:
Via Valprato 68 - 10155 Torino
c.f. 91206690371 - p.i. 2272091204

E-mail: segreteria@simeu.it
pec: simeu@pec.simeu.org
Tel. 02 67077483 - Fax 02 89959799
SIMEU SRL a Socio Unico

Via Valprato 68 - 10155 Torino
p.i./c.f. 11274490017
pec: simeusrl@legalmail.it