IL BLOG DI SIMEU

 

C’è un tempo per ogni cosa.

maggio 5th, 2022 | NO COMMENTS

di Stefano Paglia

 


Lo sappiamo da sempre.

 

C’è stato un tempo in cui credere e scommettere che questo lavoro fosse possibile, perché di questo si tratta, lavoro.

 

C’è stato un tempo in cui fare questo lavoro che in teoria non esisteva e farlo bene, strappando letteralmente a morsi margini di autonomia crescente e credibilità nonostante il medico di Pronto Soccorso fosse, a tutti gli effetti, qualcosa di poco definibile e la medicina d’emergenza urgenza una utopia in cui molti si rifiutavano di credere.

 

C’è stato un tempo in cui supportare in tutti i modi le nascenti specialità e mettere a disposizione dei nuovi Direttori, troppo spesso al loro primo contatto con il PS, tutto quello che sapevamo speravamo e credevamo dovesse essere fatto in e per il PS e per la nostra nuova disciplina.

 

C’è stato un tempo in cui gioire per i primi frutti di tanto impegno e per la consapevolezza che le giovani generazioni c’erano ed erano preparate, spesso più di noi, motivate e pronte.

 

C’è stato un tempo per sperare in un futuro migliore e per l’ottimismo.

Poi c’è stato il tempo del dolore della sofferenza e della morte e, ammettiamolo, della paura.

 

E dopo tutto questo, quando se esistesse giustizia al mondo o anche solo il tanto invocato karma, ci sarebbe stato il tempo di raccogliere i frutti della nostra resilienza e godere finalmente di un momento di serenità.

E invece…

 

Sono ancora tempi cupi, tempi difficili e grigi in cui tutto sembra volgere al peggio e in questo desolante panorama generale non fa nemmeno più notizia la lenta agonia a cui la nostra professione sembra essere condannata.

Quindi che fare?

 

Rassegnarsi e prendere atto del fatto che la precarizzazione dei PS, l’esternalizzazione dei nostri reparti  come per le lavanderie, le mense e i servizi di molti dei nostri ospedali è un fatto storico e inesorabile? Accettare l’idea che non è colpa di nessuno, che è un problema strutturale, che è colpa dei governi precedenti, delle università, dei sindacati, della magistratura, delle cavallette?

E diciamolo una volta per tutte non è forse ora di ammettere che è anche un po’ colpa nostra?

 

Colpa nostra perché se oggi come nelle vecchie barzellette prendessimo 10 medici d’urgenza, di PS e di 118 vecchi e giovani e li chiudessimo in una stanza in conclave senza cibo o acqua dicendogli di uscire solo con un progetto condiviso per rendere credibile il nostro futuro forse non uscirebbero proprio.

 

Perché ammettiamolo, come si fa a credere in una professione quando noi per primi ancora oggi dopo più di 10 anni dalla nascita della nostra specialità facciamo ancora fatica a avere una visione comune sul nostro ruolo e sul nostro futuro. Il presente è complesso ed è impossibile pensare di uniformarlo in tempi brevi ma come potremo renderci credibili se non siamo tutti concordi sul futuro. Su cosa dobbiamo ambire ad essere?

 

Siamo divisi ammettiamolo, medici di PS, medici d’urgenza, medici delle Medicine d’Urgenza, medici del territorio, del 112, del 118,  medici delle subintensive, medici precari, medici strutturati, medici di cooperativa, medici privati e medici del servizio pubblico e poi gli infermieri e il loro ancor più variegato modo.

 

Ognuno con i suoi problemi, le sue priorità le sue visioni e i suoi progetti. Nulla di sbagliato in tutto questo ma non possiamo non ammettere che forse anche questo è un problema.

Se non riusciremo a convergere su una progettualità unitaria non avremo la forza di fare richieste unitarie

Se non sappiamo cosa chiedere come possiamo pretendere di essere ascoltati?

Da queste riflessioni nasce una domanda, che tempo è questo?

Che dobbiamo fare?

 

Io credo serva una costituente dell’emergenza urgenza in Italia qualcosa che si muova in linea con quanto avvenuto a Riva del Garda e con quello che sta avvenendo in parlamento con la proposta di legge Mugnai attualmente in discussione. Serve aver e un progetto che renda il nostro lavoro finalmente fattibile fino alla pensione senza doverci smenare la salute fisica o mentale, avviene già in buona parte del resto del mondo, non raccontiamoci che non è possibile.

 

Serve anche però alzare la testa e pretendere subito, oggi non domani, il mantenimento di promesse fatte, basta parlare di riconoscimenti economici, basta parlare di riduzione dell’orario di lavoro e di lavoro usurante, basta parlare di depenalizzazione della colpa medica. Ora dobbiamo OTTENERE riconoscimenti economici, riconoscimento del lavoro usurante e depenalizzazione della colpa medica.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che queste sono tematiche sindacali e noi non siamo e non abbiamo un sindacato unico che ci rappresenti (altro grave errore).

E’vero non siamo un sindacato ma siamo tanti, siamo stanchi e soprattutto abbiamo ragione. Lo sappiamo noi, lo sanno i cittadini, lo sanno i sindacati e i politici di tutti i livelli dai Comuni alle Regioni e anche al Governo.

 

Allora a sei mesi da quel 17 novembre, dopo fiumi di parole e ben pochi fatti concreti tiriamo su la testa perché nessuno di noi vuole portare l’onta di aver assistito inerme allo scempio del sistema d’emergenza urgenza senza fare nulla.

 

Sapete che tempo penso sia questo?

Penso sia il tempo di continuare a lottare per rivendicare ciò che è giusto e ciò che ci spetta perché noi non difendiamo solo i nostri diritti ma anche i diritti di tutti coloro che senza di noi di diritti sanitari non ne hanno.

 

Conviene ancora fare l’infermiere? E soprattutto lavorare in emergenza urgenza?

aprile 23rd, 2022 | NO COMMENTS

di Giovanni Del Rio

 

“Ah ma allora c’è ancora qualcuno orgoglioso ed entusiasta di fare questo lavoro…perchè sai, tanti dei tuoi colleghi che ho incontrato in questi ultimi tirocini sono delusi e demotivati, e soprattutto sono pentiti di fare l’infermiere ….”

 

Ammetto che l’aver sentito queste parole da parte di uno studente del 3° anno di infermieristica mi hanno dato un pò fastidio, mi hanno fatto capire ancora meglio come anche la nostra professione stia subendo un’involuzione negli ultimi anni, ed esso sia al tempo stesso un monito per la situazione che pian piano si sta delineando anche nel nostro quotidiano.

 

Negli ultimi due anni, con l’avvento del COVID-19, tutta la popolazione mondiale ha visto stravolgere la propria vita lavorativa e famigliare, ha ridisegnato i rapporti umani. Per alcuni però ha significato vedere stravolta letteralmente il proprio lavoro, ha visto minare e far vacillare le proprie certezze, proprio a causa di questo “mostro” improvviso e sconosciuto, che nel giro di pochi giorni cominciava a mietere vittime una dietro l’altra.

 

Da quel fatidico 20 febbraio 2020, primo caso accertato in Italia, tutto il mondo sanitario, ed in primis medici ed infermieri dell’emergenza urgenza, si sono trovati davanti ad una malattia ignota e a segni e sintomi sconosciuti, a trovarsi per la prima volta in vita loro completamente in balia degli eventi, totalmente impreparati ad un evento simile…

 

Ma è proprio in questi momenti così delicati e unici, che si è mostrata tutta la nostra preparazione, tutta la nostra resilienza e voglia di non mollare mai, tutto il nostro spirito di voler aiutare i nostri pazienti a tutti i costi, anche a scapito della propria salute e della propria vita.

 

In oltre due anni, tutti noi infermieri, sia del mondo dell’emergenza urgenza, sia colleghi, che dalla notte al mattino si sono trovati catapultati in reparti covid creati nella notte, si sono ritrovati a dover curare le persone prima ancora dei pazienti, delle quali non avevamo certezza potessero arrivare a fine turno, non avevamo certezza che potessero salutare ancora i loro cari …

 

Non avevamo certezze neanche noi infermieri, professionalmente parlando, perché abbiamo ancora tutti davanti agli occhi i primi giorni, le prime settimane passate a contrastare una pandemia senza dispositivi di protezione adeguati, senza conoscere esattamente come si trasmetteva e per quanto sarebbe durato.

Da qui si alimentava in noi la più grande paura, cresceva il terrore di poterlo portare a casa e trasmetterlo ai nostri cari, ai nostri figli …

 

Tanti di noi infermieri in questi anni hanno perso colleghi, hanno perso amici, hanno perso familiari, ma mai è mancata la volontà di dare il proprio contributo, mai è mancata il desiderio di poter trovare o dare un aiuto concreto ed efficace per porre fine alla pandemia. Molti di noi sapevano quando iniziava il proprio turno, ma mai quando sarebbe finito, perché vi era sempre qualcosa da fare, perché ci si aiutava uno con l’altro  … perché non si voleva lasciare da solo il paziente tutte quelle ore da solo in barella ad aspettare un ricovero che non arrivava mai, oppure doveva essere trasferito in un’altra città perchè non bastavano i posti letto ….

 

Quante mani abbiamo stretto fra le nostre mentre il paziente esalava i suoi ultimi respiri, quanti pazienti abbiamo aiutato a dare l’ultimo saluto perchè le condizioni erano troppo gravi … Quanti viaggi in ambulanza con i pazienti covid (magari in CPAP o ossigeno terapia, per cui terreno fertile per i dropplet) nella speranza di poter arrivare in tempo, mentre in noi vi era anche la sacrosanta paura di ammalarsi e portarlo a casa …

 

Potrei andare avanti per ore a scrivere di quello che abbiamo passato in questi due anni, ma non è questo il momento nè il luogo, possiamo discutere per settimane che siamo sottopagati, che non vediamo riconosciuti i nostri diritti, che non vediamo riconosciuti i nostri titoli di studio, ma non è questo il momento nè il luogo…

 

Sono il primo a sapere, e perché no a reclamare, che l’infermiere di oggi ha molteplici competenze, ha un expertise di notevole spessore, ha un background che lo colloca di diritto fra i principali attori nel sistema della sanità nazionale.

 

Ma con il mio intervento di oggi, vorrei semplicemente per un momento, far ritornare in mente a tutti i colleghi perché abbiamo scelto di ESSERE infermiere, non di fare l’infermiere …

 

Io ho scelto di essere infermiere tanti anni fa, e non perché sono un medico mancato, ma perché volevo essere proprio questo, fin da ragazzo, come possono testimoniare i miei genitori e tutti i miei amici fin dall’epoca.

Ho scelto di essere un infermiere, per di più nel mondo dell’emergenza urgenza, perchè ho la possibilità di stare di fianco al malato nei suoi momenti più critici e importanti, perché grazie alla mia preparazione e alle mie competenze ho la possibilità di dare una speranza a quella persona di poter riabbracciare i suoi cari anche nelle situazioni più drammatiche.

 

Ho scelto di essere un infermiere perché nel momento del bisogno, quando mai ne avrò bisogno, vorrei trovare un collega al mio fianco con la mia stessa passione e voglia di fare la differenza, senza mai scordarsi il lato umano delle persone.

 

Lavorare in un’unità operativa di emergenza urgenza comporta tanti sacrifici, personali e familiari, comporta avere turni lavorativi stravolti dall’oggi al domani,  comporta una preparazione continua e non sempre riconosciuta, comporta far parte di un team dove alcune dinamiche talvolta possono far vacillare il gruppo, ma è proprio il gruppo stesso a trovare la forza per uscirne più forti e uniti di prima …

 

Per cui volendo rispondere al quesito iniziale: SI’ vale assolutamente ancora la pena ESSERE un infermiere e non cambierei mai il mio lavoro con nessun altro, così come non potrei più lavorare in nessun reparto che non sia all’interno del mondo dell’emergenza urgenza.

 

Ovviamente sono solo alcune mie considerazioni, e per questo ho chiesto a diversi colleghi infermieri – soci SIMEU – di portare alla vostra attenzione anche la loro esperienza, cosa significhi anche per loro essere un infermiere di emergenza urgenza. I loro contributi saranno presto pubblicati su questo blog.

 

Per ultimo, concedetemi un particolare pensiero rivolto a tutte le famiglie dei colleghi deceduti per covid in questi anni, o ai colleghi che si sono ammalati in maniera grave per essere stati infermieri fino all’ultimo.

 

E’ anche per tutti voi che ogni giorno cercate di onorare al massimo il nostro lavoro, il nostro ESSERE INFERMIERE.

Sovraffollamento in Pronto Soccorso

marzo 29th, 2022 | NO COMMENTS

di Daniela Pierluigi

I – DEFINIAMO IL FENOMENO PER MEGLIO  COMPRENDERLO

 

I sovraffollamenti in P.S. sono destinati ad avere ripercussioni sull’intero sistema ospedaliero e sull’emergenza territoriale.

Il fenomeno è complesso, poiché le esigenze di rapida risposta delle strutture di P.S. alle necessità  diagnostiche e terapeutiche degli utenti trovano ostacoli “strutturali” in fattori non legati a specifiche situazioni di emergenza (cioè, che non  giustificano l’adozione delle misure PEIMAF),  bensì a variabili umane e organizzative la cui effettiva incidenza non sempre è bene rappresentata dai dati statistici.

Il c.d. Overcrowding,dunque, in maniera necessariamente generica è definibile come il risultato di  fattori tradizionalmente distinti tra: di ingresso (input), interni strutturali (troughput) e di uscita (output).

Per “Fattore inputsi intende un eccessivo estemporaneo accesso di utenti al Pronto Soccorso, avallandosi così l’equazione: sovraffollamento = sovraccarico = sproporzione tra domanda (cioè pazienti in attesa) e complesso dei fattori organizzativi, umani e professionali a disposizione della struttura, nonché capacità di “filtro” del territorio.

Come si può intuire, di tali carenze è difficile fornire un quadro statistico preciso e uniforme.

Gli elementi successivi consentono, invece, valutazioni meno empiriche, con elaborazione di possibili correttivi.

 

I c.d. Fattoritroughput”  sintetizzano, infatti, l’aumento dei tempi di attesa in P.S., riconducibili ai tempi di boardinge al numero e alla rapidità di consulenze specialistichee di esami strumentali.

I c.d. “Fattori  output” identificano invece fenomeni quali la carenza di posti-letto(con la variabile della gravità della casistica clinica che può prolungare la permanenza del Paziente nella Struttura) e la ridotta offerta delle strutture territoriali per Pazienti deboli, ma che non richiederebbero ricovero.

 

Il sovraffollamento ha gravi conseguenze.

 

Sui pazienti: peggioramento degli outcome, aumento della mortalità, ritardi di valutazione e trattamento, aumento dei tempi di degenza, rischio di nuovo ricovero a breve termine, ridotta soddisfazione del paziente, esposizione agli errori.

Sugli operatori: mancata aderenza alle linee guida di buona pratica clinica, aumento dello stress e del burn out, aumento degli episodi di violenza verso gli operatori stessi.

Sul sistema: aumento della lunghezza di permanenza in Pronto Soccorso e della degenza in ospedale.

 

Le risposte consigliabili per le Aziende Sanitarie partono, dunque, proprio dall’ esigenza di definire adeguati indicatori – statici e dinamici – da adottarsi e applicarsi in maniera uniforme, in tempo reale e con diffusione e scambio dei dati.

A ciò dovrebbe conseguire la precisa definizione delle soglie di criticità, delle modalità di risposta immediata e della ottimizzazione dei percorsi diagnostici e/o di consulenza.

 

II – I POSSIBILI CORRETTIVI

 

Il Ministero della Salute nell’agosto del 2019 ha emanato delle linee guidain cui venivano comprese anche quelle riguardanti il sovraffollamento. Tali linee guida sono state recepite da molte regioni tra cui la Liguria  e prevedonol’adozione di correttivi di natura organizzativa, statistica e operativa quali:

  • definizione / aggiornamento degli standard numerici necessari per i posti letto di P.S.
  • elaborazione / aggiornamento di un regolamento operativo per la gestione dei posti letto
  • potenziamento della funzione bed management, con il fine di un migliore governo delle fasi di ricovero e dimissione
  • ridefinizione delle misure straordinarie per i periodi di maggior carico nei ricoveri urgenti
  • predisposizione di percorsi specifici per situazioni di urgenza e per consulenze specialistiche
  • monitoraggio dei tempi medi di ricovero e censimento degli scollamenti dai valori rilevati
  • passaggio deltriage a cinque colori
  • predisposizione di percorsi fast trackper agevolare la presa in carico dei pazienti a bassa complessità
  • istituzione di admission / discharge roomsper avvantaggiare il deflusso dei Pazienti all’interno dell’ospedale
  • definizione di modalità organizzative che consentano la dimissione anche nei giorni feriali
  • previsione di accordi di rete con strutture che non hanno ruolo nella emergenza-urgenza per la disponibilità di posti letto per patologie acute e sub-acute
  • elaborazione di procedure di dimissione protetta dal P.S. con immediata presa in carico territoriale
  • elaborazioni di percorsi per ottimizzare il trasferimento del paziente nell’ambito delle reti hub spoke, con il coinvolgimento dei bed manager
  • istituzione di strutture OBI specialistiche
  • attivazione di percorsi per specifiche patologie urgenti, gestite direttamente dagli specialisti mediante day service, telemedicina o contatto telefonico con il paziente
  • sviluppo di un “cruscotto informatico” analitico, che consenta di evidenziare in tempo reale la disponibilità di posti letto delle diverse UUOO, le dimissioni previste, la data di ingresso dei pazienti nei singoli reparti, consentendo così la programmazione del numero medio di dimissioni giornaliere
  • sviluppo di procedure di monitoraggio degli accessi in P.S. dei pazienti provenienti da strutture residenziali

Da ricordare anche la possibile soluzione see and treatche consente all’infermiere di trattare autonomamente patologie minori, in sede di triageed eventualmente con il supporto del medico.

Le sopra indicate previsioni programmatiche dettate dal Ministero e riprese da molte regioni  devono, sempre e comunque, essere definite nella loro specifica operatività in base alle varie realtà ospedaliere.

 

La circolazione e il reciproco confronto  delle  singole esperienze di tutti gli operatori del settore (anche utilizzando lo strumento del blog) è un fattore fondamentale al fine di  portare alla loro piena efficienza strumenti organizzativi e operativi previsti proprio in vista della migliore erogazione del servizio diagnostico / terapeutico al Paziente.

Maxi Emergenze in Pronto Soccorso. La gestione intraospedaliera dei pazienti esposti a sostanze pericolose e armi di distruzione di massa. L’esperienza del “TEAM PEIMAF”- E.O. Galliera di Genova.

marzo 15th, 2022 | NO COMMENTS

di  G. Pittaluga, I. Cabona, M. Bisio – D.E.A Ospedali Galliera Genova

 

Le situazioni di emergenza che esulano dalla routine e che necessitano  di risposte coordinate,  di natura  sanitaria e tecnica, possono trovare causa in eventi interni o esterni alla struttura ospedaliera.

Ad esempio :

  • l’incendio, esempio classico di emergenza interna.
  • il terremoto, evento naturale esterno che può coinvolgere anche la struttura ospedaliera.
  • l’evento (civile – industriale – terroristico) coinvolgente o meno sostanze pericolose di natura CBRNE.

Si può definire  “Incidente Maggiore”[1]Qualsiasi incidente in cui la collocazione, il numero, la gravità o il tipo dei feriti ancora vivi richieda risorse straordinarie

Queste situazioni mettono in crisi il normale svolgimento delle attività ospedaliere sotto il duplice aspetto dei danni strutturali  e del concomitante, repentino e diversificato aumento di richiesta di assistenza sanitaria.

Ogni ospedale deve dotarsi di due Piani di Emergenza[2]distinti e complementari per rispondere a queste situazioni:

  • Piano di Emergenza Generale (Antincendio ed Evacuazione)
  • Piano Emergenza Intraospedaliero Massiccio Afflusso Feriti – PEIMAF.

Si riporta di seguito la definizione di PEIMAF proposta dalla Società Italiana di Chirurgia d’Urgenza e del Trauma[3]:  il Piano di Emergenza per il Massiccio Afflusso di Feriti  va inteso come “… quell’insieme di disposizioni organizzative e procedurali che consente ad un ospedale di far fronte ad una Maxi-emergenza traumatologica mantenendo uno standard di trattamento dei pazienti paragonabile a quello garantito al paziente singolo“.

L’organizzazione di un piano di risposta alle Maxi Emergenza  ha il proprio primo fine nel salvataggio di più vite possibile, trattando rapidamente molte delle vittime.

Alle lesioni di natura traumatica possono talvolta sovrapporsi quelle provocate da sostanze dannose Chimiche – Batteriche – Radiologiche – Nucleari (CBRN).

È acclarato che l’afflusso di feriti anche contaminati presso le strutture di  Pronto Soccorso inizia ben prima che la notizia dell’accaduto sia di pubblico dominio e prima che il sistema di soccorso extraospedaliero, sia sanitario che tecnico, possa fornire utile riscontro .

Le sfide principali sono:

  • Riconoscere precocemente le situazioni coinvolgenti sostanze pericolose.
  • Proteggere gli operatori sanitari (primi ricevitori).
  • Proteggere gli ambienti ospedalieri da contaminazioni secondarie.
  • Formare gli operatori sulle corrette procedure di decontaminazione delle vittime.
  • Costruire Sistemi di Protezione adatti alle caratteristiche delle varie strutture Ospedaliere.

Trova conferma, poi, la convinzione che nel corso di una maxi-emergenza il trattamento di vittime anche contaminate non sia semplice o immediato, comportando  difficoltà ulteriori rispetto a quelle già presenti nella messa in atto dell’organizzazione di un PEIMAF, tra cui:

  • la mancata decontaminazione delle vittime.
  • l’auto-contaminazione degli operatori.
  • la contaminazione crociata degli ambienti.

 

Dal 2012 il D.E.A. dell’Ente E.O. Galliera di Genova organizza corsi di formazione sulle Maxi Emergenze e sul Piano Emergenza Intraospedaliero Massiccio Afflusso Feriti (P.E.I.M.A.F.)

Nel 2018 il “Team PEIMAF” ha introdotto nella parte pratica dei propri corsi una specifica sessione riguardante il trattamento di vittime potenzialmente contaminate C.B.R.N., ponendosi come principale focus lo studio di tali aspetti delle Maxi Emergenze, le procedure di lavoro e l’utilizzo dei relativi Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), con l’ individuazione delle ragioni e dei correttivi alle contaminazioni residue sulle vittime e sugli operatori .

Ove non correttamente considerate, tali situazioni possono cagionare:

  • per le vittime, progresso di danno locale da contatto e sistemico.
  • per le persone che non coinvolte direttamente nell’evento e che soggiornano all’interno del DEA, rischio di danno da contaminazione crociata.
  • per le aree interne del DEA, contaminazione crociata.
  • chiusura del DEA per impossibilità a mantenere le attività di soccorso.

Questa esperienza ci ha consentito di migliorare le nostre abilità nell’affrontare dette situazioni. Ci ha reso altresì consapevoli dei vantaggi della disponibilità di mezzi e procedure per contrastare i suddetti fenomeni e dei potenziali rischi connessi alla mancata acquisizione e al non corretto rispetto di tali procedure.

Nel corso dell’ attuale pandemia, in particolare nelle fasi di maggior pressione,  il personale (sanitario e non) ha lavorato con i D.P.I. e le procedure provate durante i corsi e adattate alla situazione contingente.

Con la ripresa generale delle normali attività in tutto il Paese e specificamente dei corsi di formazione in presenza, è nostra intenzione di continuare la nostra esperienza di analisi e e raccolta di dati sullo specifico tema, possibilmente condividendola con ogni potenziale interessato.

Team PEIMAF.

 

 

 

 

 

 

 

[1]    Major Incident Medical Management and Support 2004 edizione italiana Centro Scientifico Editore a cura di Michele Michelutti.

[2]  https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1996-05-17&atto.codiceRedazionale=096A2986

[3]    http://www.sicut.net/wp-content/uploads/2017/06/PEMAF-SICUT.pdf

Riflessioni di un medico d’urgenza a 24 mesi dall’inizio della pandemia

febbraio 23rd, 2022 | NO COMMENTS

di Emmanuele Tafuri

 

Il covid ha cambiato la medicina d’urgenza ma, prima ancora, ha cambiato noi tutti nel modo di relazionarci e questo inevitabilmente si è ripercosso sul nostro lavoro.

Noi professionisti MEU – da sempre in prima linea – abbiamo visto in diretta la trasformazione dello scenario. Repentinamente, in pochi giorni.

Esattamente due anni fa in maniera del tutto empirica organizzavamo i primi percorsi, i primi “protocolli” contro un nemico oscuro, fino a quel punto del tutto sconosciuto.

 

Noi dell’emergenza-urgenza avevamo, come sempre, il dovere di capire, di soccorrere e purtroppo nelle prime fasi ci siamo esposti anche in maniera non idonea fino a perdere anche la vita.

Per essere al servizio dei cittadini sempre e comunque. Per il nostro lavoro.

Il covid ha ribadito il ruolo cruciale, centrale addirittura essenziale della MEU nel mondo intero e in particolare nella nostra nazione.

Questa drammatica pandemia ha però avuto il vantaggio di aver finalmente reso pubbliche le carenze in termini di personale, di spazi, di strutture delle nostre unita’ operative di pronto soccorso. Nello stesso tempo – in un momento di difficolta’ unico e straordinario direi della storia recente – siamo stati capaci, pur con le scarse risorse umane e di mezzi, a fronteggiare qualcosa di inimmaginabile.

 

La pandemia inoltre ci ha fatto diventare improvvisamente “eroi” a nostra insaputa.

Non ci sentivamo tali ne’ prima ne tantomeno dopo;  in realta’ abbiamo sempre fatto cio’ che l’opinione pubblica ha “scoperto” solo recentemente. Ma attenzione … questi eroi potrebbero rapidamente trasformarsi di nuovo in carnefici! Osannati su tutti i media pensavamo che le aggressioni verbali e fisiche in PS potessero diventare solo un brutto e vecchio ricordo.

Purtroppo no. Sembra essere già tutto dimenticato: negli ultimi mesi si contano molti episodi di violenza e mancanza di rispetto delle nostre persone.

 

Eppure in questi 24 mesi le nostre competenze hanno davvero fatto la differenza!

Ci siamo trasformati in sub-intensive, abbiamo rimodulato percorsi, ambienti, conoscenze e comunque sempre garantito le urgenze di altra tipologia non legate a covid19.

In tutta Italia si e’ creata  tra le strutture MEU una rete virtuale dove ci siamo scambiati, notizie, informazioni, esperienze pratiche, protocolli per gestire “un qualcosa” che soprattutto nella prima ondata era tanto oscuro quanto insidioso.

 

La pandemia ci ha fatto anche capire come il pronto soccorso sia stato utilizzato in maniera erronea in passato. Il calo degli accessi – soprattutto nei periodi di picco pandemico – ne sono in parte testimonianza.

Per questo e molto altro la medicina d’urgenza non sara’ piu’ la stessa.

Il ruolo centrale acquisito e meritato sul campo, deve essere il nostro punto d’inizio per una nuova era della medicina d’emergenza-urgenza. Tutta l’esperienza degli ultimi 2 anni deve essere utilizzata per chiedere a gran voce di colmare le carenze di personale e di strutture, per rafforzare il concetto che la formazione di medici ed infermieri d’ urgenza e’ prerogativa fondamentale, perche’ oggi si chiama covid ma in un giorno qualunque del futuro potra’ essere una qualsiasi altra maxi emergenza alla quale noi tutti in prima linea, vogliamo e dobbiamo trovarci preparati.

 

Non abbiamo paura delle emergenze!

E’ come se il nostro dna fosse strutturato per questo; vogliamo solo essere accompagnati nella dignità del nostro lavoro con le stutture necessarie ed il rispetto delle necessità.

Detto questo sicuramente la responsabilita’ di essere in prima linea l’abbiamo sentita e la sentiamo costantemente; offrire risposte certe, chiare e rapide alla popolazione è un compito difficile che ci spetta e che dobbiamo e vogliamo onorare nel migliore dei modi.

 

Molti – tra noi operatori sanitari – hanno avuto in questi anni e ancora hanno momenti di sconforto… capita di pensare per un attimo che “non possiamo farcela” ma poi… nel momento in cui indossiamo la tuta e vediamo la sofferenza, capiamo che farcela per i pazienti è l’unica cosa che davvero desideriamo, per noi stessi e per il nostro team.

Purtroppo dopo ciascun picco epidemico non c’è stato mai un vero e proprio riposo… la nostra mente andava sempre a cio “che sarebbe potuto ancora accadere” e che puntualmente poi è arrivato. Il virus ancora non è morto e non morirà almeno per un altro pò attacca in maniera aggressiva e per sua natura, non volendo sparire muta.Le famose varianti.

Dobbiamo sconfiggere il virus anche con l’aiuto della popolazione, con dei comportamenti sani, di prevenzione insieme alla campagna vaccinale perché i comportamenti non adeguati hanno spesso compromesso l’attività di prevenzione e di cure che erano state messe in atto.

 

Ora siamo al calo di contagi della quarta ondata, ma non dobbiamo abbassare troppo la guardia:  non è ancora finita! Dobbiamo prepararci a cio’ che potra’ essere il prossimo autunno e auspichiamo che la popolazione comprenda. La vita deve riprendere e potrà accadere solo se attuiamo dei meccanismi sani e maturi di comune consapevolezza.

Il vaccino può salvarci da questo terribile virus, e’ l’unico presidio insieme alla prevenzione che può bloccare il progredire dei contagi.L’atteggiamento di chi nega il progresso della scienza, contestando e mettendo in dubbio la vaccinazione e tutta la medicina basata sull’evidenza è assolutamente pericoloso.

 

Noi medici d’urgenza ci siamo, con i nostri infermieri, e ci saremo sempre: forza e soprattutto coraggio non ci mancano. Vogliamo però anche essere protagonisti della rinascita di un modo nuovo di operare al meglio mettendo a disposizione di tutti le nostre competenze e la nostra passione, elementi cardine del nostro lavoro. Sappiamo che il nostro apporto al sistema nel suo insieme è enorme, anche se troppo spesso “invisibilmente essenziale”.

 

In questi 2 anni la pandemia ci ha messi a dura prova ma ancora resistiamo; ne usciamo stremati ma i fatti hanno davvero dimostrato che la disciplina di emergenza-urgenza rappresenta un pilastro unico e fondamentale del SSN e proprio da essa bisogna ripartire per un futuro migliore.

Il Boarding: tutti ne parlano, ma le soluzioni?

gennaio 25th, 2022 | NO COMMENTS

di Andrea Fabbri

Il fenomeno del boarding dei pazienti in Pronto Soccorso, diventato purtroppo assai diffuso nei Dipartimenti di Emergenza italiani, rappresenta un indicatore di “scarsa qualità” dell‘organizzazione ospedaliera relativamente ai percorsi dell’urgenza.

 

Nello specifico descrive quel ritardo di tempo che il percorso di cura in urgenza del paziente subisce, dopo la decisione del medico di assegnarlo ad una unità di degenza, in attesa di un’ accoglienza stabileA seguito di questo, purtroppo, i pazienti restano in aree molto spesso improvvisate in attesa del trasporto nel reparto di assegnazione definitiva.

 

È dimostrato che questi passaggi si associano frequentemente ad altri indicatori di difficoltà organizzativa; in particolare si cita il sovraffollamento nelle sale di attesa, degenza e osservazione del Pronto Soccorso.

Il contrasto a queste 2 condizioni, strettamente correlate fra di loro, rappresenta certamente una delle principali sfide del mondo dell’Emergenza Urgenza degli ultimi decenni.

 

In presenza del fenomeno boarding dei pazienti che aspettano in Pronto Soccorso di essere ricoverati, numerosi studi documentano un allungamento ingiustificato dei tempi di attesa alla visita medica, una marcata difficoltà di gestione dei percorsi di tutti gli altri pazienti, un incremento delle complicanze di malattia sia per i casi che verranno ospedalizzati sia per quelli che al termine dell’osservazione verranno dimessi al domicilio.

Ulteriori associazioni statistiche dimostrano il legame tra un maggior numero di giorni di degenza e una maggior incidenza di complicanze. In uno studio recente si è dimostrato che la mortalità dei pazienti in attesa di ricovero aumentava dal 2.5% al 4.5% nei casi in cui il tempo di boardingsuperava le 12 ore.

 

Si aggiungono inoltre le obiettive maggiori difficoltà a prendersi in carico ulteriori pazienti, fatto che determina come risultato tempi più lunghi per i percorsi di cura di tutti i casi presenti in PS, con riscontri e percezioni negative sia da parte dei pazienti (e dei loro parenti) che dei professionisti in servizio.

 

Molti osservatori hanno inoltre posto attenzione al fenomeno focalizzandosi invece sul prezzo pagato in termini di salute per i cittadini, risorse umane (impegno dello staff) e numero di conseguenti attività organizzative aggiuntive ma – nonostante tutte queste osservazioni e l’oggettiva gravità del problema – le soluzioni fino ad ora sono state nell’ordine di indicazioni generali.

 

Un recente documento del Ministero della Salute dal titolo “Linee di indirizzo per lo sviluppo di un piano di gestione del sovraffollamento in Pronto Soccorso” indica una serie di azioni utili alla riduzione del fenomeno:

  1. Definizione di posti letto (area medica e chirurgica) quotidianamente a disposizione del Pronto Soccorso.
  2. Cruscotto in grado di rappresentare l’effettiva situazione dei posti letto disponibili o che si renderanno disponibili in tempi brevi.
  3. Pianificazione di un numero di dimissioni medio pari al bisogno quotidiano del Pronto Soccorso, anche attraverso il monitoraggio della durata di degenza dei pazienti.
  4. Modalità che garantiscano la possibilità di dimissione dai reparti anche nei giorni prefestivi e festivi, soprattutto a ridosso del fine settimana, almeno per quei pazienti che dispongano già o non richiedano un percorso di presa in carico a livello territoriale.
  5. Procedure che garantiscano il rapido back-transfer dei pazienti dai centri Hub di riferimento ai centri Spoke.
  6. Accordi di rete con i presidi ospedalieri e/o cliniche, che non hanno ruolo nella rete dell’emergenza-urgenza, per la disponibilità di posti letto per acuti e per post-acuti.
  7. Istituzione della stanza/area di ricovero (“Admission Room”), aree dell’ospedale ed esterne al Pronto Soccorso, dedicate ai pazienti in attesa di ricovero, come soluzione provvisoria da utilizzare nel caso di grave sovraffollamento.
  8. Definizione di percorsi che rendano operativa la possibilità di ricovero in altro presidio ospedaliero, previa verifica della reale disponibilità del Posto Letto, e senza interferire significativamente con l’attività di accettazione dell’altro Pronto Soccorso / Ospedale.
  9. Definizione di percorsi ambulatoriali post Pronto Soccorso per la presa in carico del paziente al fine di garantire una dimissione sicura e una minore percentuale di re-ingressi in Pronto Soccorso.
  10. Ove non presente, si ritiene funzionale procedere alla implementazione del programma informatico gestionale di Pronto Soccorso che consenta la visualizzazione in tempo reale di Posti Letto (ordinari e di terapia intensiva).
  11. Blocco temporaneo dei ricoveri programmati o non urgenti per un intervallo di tempo rapportato alla severità del sovraffollamento.

 

Tali indicazioni risultano essere però solo degli “orientamenti“ e, come tali ad oggi, non sono state tradotte in azioni precise.

 

Per queste ragioni riterrei molto interessante poter aprire una discussione sull’analisi del fenomeno ed i relativi indicatori da considerare come strategici con l’obiettivo di raccogliere proposte basate sulle differenti esperienze e contesti, utili per dare corso alle linee di indirizzo della società scientifica.

 

La domanda è:

Noi professionisti dell’emergenza-urgenza come vorremmo che venisse gestito il problema? Quali le concrete soluzioni?

 

La Storia nelle Stories

dicembre 27th, 2021 | NO COMMENTS

A cura dell’ ufficio stampa

 

A caratterizzare le festività di fine anno 2021 è purtroppo la “quarta ondata” dallo scoppio dell’emergenza COVID19.  E’ arrivata poco prima del secondo Natale di un mondo sconvolto da un microrganismo in circolazione con attitudini da villaggio globale.

 

Gli ospedali italiani, soprattutto i Pronto Soccorso, sono ancora fortemente coinvolti nel fronteggiare la pandemia. Contare, valutare, organizzare, ri-modulare, re-imparare la gestione e la cura dei pazienti – tutti i pazienti – sono diventati una sorta di periodica consuetudine.

 

Ogni ondata è diversa da quella precedente, una storia da riscrivere ex novo rispetto alle evoluzioni della conoscenza, del virus e dei contesti sempre diversi del suo intorno. Intanto mesi intensi, faticosi e sempre più complessi per molteplici ragioni, si sono sommati. Stanchezza e crisi strutturale sono ai massimi livelli: intanto che la politica chiacchiera, i pronto soccorso implodono.

 

La medicina di emergenza urgenza non è solo una disciplina è anche un modo di pensare, di vivere ed il Pronto Soccorso è prima di tutto le persone ed i professionisti che lo animano.

Si sono ormai accumulati quasi 10 milioni di ore di straordinario ma la stragrande maggioranza di medici ed infermieri sono al loro posto con un immutato senso di responsabilità e grande generosità. Ancora una volta, anche durante queste festività.

 

Abbiamo voluto omaggiare il loro lavoro con un ricordo, raccogliendo le testimonianze delle “SIMEU Stories” scritte quando tutto era sorprendentemente e drammaticamente nuovo. L’inizio della pandemia e la prima tragica ondata raccontata dalle voci dei professionisti dell’emergenza urgenza: da nord a sud Italia, direttamente dalla prima linea.

 

L’INIZIO DELLA PANDEMIA

Antonella Cocorocchio: ”leggendo i documenti ministeriali oppure guardando i giornali e la tv, ho l’impressione che la mia Italia sia divisa in due: una parte che soffre e un’altra che attende l’arrivo della sofferenza”. Racconta Roberto Cosentini: “la Lombardia ormai è l’epicentro di un terremoto che sembra non finire mai. Ogni pomeriggio arriva una scossa e gli ospedali scoppiano. Se non riusciamo a trovare subito altri letti, più medici e infermieri, in queste condizioni possiamo resistere ancora per poco”.

“Un sibilo, continuo, che non avevi mai sentito prima in oltre quindici anni di pronto soccorso”, lo descrive Alessandro Riccardi ed Eleonora Giorgini il 7 marzo 2020 osserva: “sembra una mattina uguale alle altre, ma non lo è”.

Francesca Cortellaro si sfoga con i giornalisti: “È uno tsunami” e anche Susanna de Pascalis lo descrive tale.

Claudia Cicchini sente di essere parte della Storia:“oggi noi, gli attori dell’emergenza urgenza stiamo vivendo i cento giorni di Napoleone rientrato in Francia, l’ingresso a Gerusalemme nella Domenica delle palme: gli osanna, i ringraziamenti per un lavoro che è lo stesso che abbiamo sempre fatto ogni giorno fino ad oggi e che continueremo a svolgere quando sarà finito il nostro momento”. Silvia Musci si chiede con preoccupazione: “chissà per quanto ancora…”.

Nicole Bosi Picchiotti soffre:“era iniziata come una notte tranquilla, solo un paziente…. Ciao Paolo”. Emanuela Cataudella:“quando ci è stato comunicato che ci saremmo dovuti preparare ad una maxi-emergenza sanitaria noi eravamo pronti”. Luisa Tammaro riflette sul nome del nuovo nemico: “Corona, non è una birra da bere fredda in riva al mare”.

 

LA PAURA

Nuovi sentimenti appaiono nelle parole di Concetta Pirozzi: “ansia per le famiglie, per sé stessi, per i pazienti. Ora ci siamo abituati e indossiamo i DPI, in automatico, come se questa fosse la nuova normalità. Ma non è la normalità”. Stefano Paglia:“la paura si vede nei volti degli operatori, a volte lieve velata a volte incontrollata” perché: “a parlare sono i nostri occhi”, scrive Emiliano Fanicchia.

Barbara Gabrielli confessa: “questa notte abbiamo curato la paura”. Mario Guarino: “abbiamo paura, certo che abbiamo paura. Ce lo diciamo con gli occhi incorniciati dalle mascherine e dalle visiereGaetano Diricatti scrive le parole pronunciate da un infermiere: “Doc, sono preoccupato! Dici che ce la faremo a non ammalarci? Ho paura per mia figlia… Anto’,  e risponde “anch’io sono preoccupato… Se sapremo essere una squadra, ce la faremo!”.

Christian Ramacciani Isemann: “la mia squadra adesso è fragile, impaurita dall’ignoto che gli si para davanti e stanca dei troppi giorni senza riposo. La mia squadra però è determinata”.

Daniela Grisanti invece è a casa in maternità:“ho paura, e me ne vergogno, non mi sento in diritto di provarla, non essendo in prima linea assieme a Voi. Sono fiera di Voi. Fabio De Iaco parla di quello che vede “immagini che non ci abbandoneranno mai: tutti ne abbiamo qualcuna nella testa”. Senza scordare la paura più angosciante: quella dei malati. “Era lì ben presente, sul lettino della shock-room ed ha capito, compreso” la testimonianza di Maria Felicia Di Corcia. “Ho questa fottutissima paura continua!” confessa l’infermiera Monica che si è infettata ad una coinvolta Francesca Mangiatordi.

 

Il VIRUS SCONOSCIUTO

Giuseppe Lauria:“si tratta di qualcosa che il nostro organismo non ha mai visto, soprattutto in una società come la nostra. Nel Medioevo era un conto, ma adesso siamo una società globale: il virus prende l’aereo, il treno, la macchina”. Per questo bisogna “decidere fuori dagli schemi”, ricorda Marco Barchetti.

“Ti trovi a lottare contro un nemico invisibile, infinitamente piccolo eppure tanto più grande di te. Da allora, pensieri orrendi abitano le notti insonni e pensi di non farcela” racconta impensierita Maria Antonietta Castellone.

Francesca De Marco: “notte difficile, pazienti gravi ma io ho una speranza. Il virus potrebbe regalarci qualcosa, ammesso che una catastrofe non annunciata possa regalarci qualcosa, ovvero il senso di responsabilità per l’altro”. “Tante le calamità lontane dal mio mondo! Oggi il mio mondo è come quello lontano” è il sentimento di smarrimento per Maria Pia Ruggieri.

 

MEDICI, PERSONE E SENTIMENTI

Davide Bertoglio:“gli operatori sanitari prima di esser medici e infermieri sono donne e uomini che combattono questa guerra non solo con le armi che la medicina ci dà, ma anche con empatia e sensibilità”. Empatia, una parola che risuona. “Ho sentito come si sentono i miei malati”, racconta Roberta Petrino e Claudia Cicchini la comprensione la vive così:“chiamo la moglie, le parlo. Mi racconta del figlio, che deve laurearsi nei prossimi giorni, della figlia studentessa di infermieristica, che ha iniziato le manovre rianimatorie al padre; mi chiede come farà con i ragazzi, con la vita…” Mentre un pragmatico Giulio Maria Ricciuto ricorda quanto sia importante avere: “più protezioni per medici e infermieri”.

Michele Mitaritonno: “giorni di quarantena per qualcuno, giorni di reclusione forzata per altri e poi ci siamo noi … per noi operatori sanitari sono giorni di duro lavoro!” Senza mai fermarsi, senza le giuste pause “allora avanti con il turno successivo” è lo sfogo di Giacomo Magagnotti.

Alessio Gamboni e Tiziana Fancelli così si descrivono, con un’ironia forse salvifica: “siamo i DR.oni, portiamo l’Ospedale a casa e facciamo a casa ciò che ti aspetti dall’Ospedale, la parola giusta, il gesto umano”.

“Regalare un sorriso, un sostegno a tutti coloro che ne avevano bisogno” ecco cosa dà forza a Smeralda Giunta.

Giuseppe Ruocco condivide il suo pensiero:“proseguirò come tutti coloro che son sospesi in questo limbo in cui la vita sembra freezata e messa in pausa, a distanza di sicurezza dalla paura e con un cuore sdrucito e rattoppato da tutto questo peso a tratti insostenibile”. Nel frattempo Anna Castrovilli è sicura che la forza sta nelle persone: “uniti ce la faremo”.

 

L’ORGOGLIO DEL PROPRIO LAVORO

Paola De Carlo: “ci chiamano eroi, ma noi siamo i medici dell’emergenza, siamo abituati a lavorare in condizioni difficili, siamo sempre in allerta e ci adattiamo ai cambiamenti”. Anna Maria Ferrari:“abbiamo dimostrato di esserci!”. Antonio Cuzzoli riflette con orgoglio che: “la Medicina e le Persone dell’Emergenza – Urgenza stanno svolgendo un ruolo cruciale in questa crisi epidemiologica e anche l’opinione pubblica oggi ci è vicina”.

Anche Federica Stella rimarca che “la famiglia dell’emergenza-urgenza sta rispondendo benissimo a livello nazionale, e io più che mai sono orgogliosa di farne parte”.

Stefania Ferrero lancia la sua sfida al nemico: “beh, caro Sig. Corona, la partita fra noi due l’ho vinta io, e l’ho vinta anche perché al mio fianco ho avuto persone eccezionali”. Cristina Cena:“fremevamo per far ripartire i nostri pazienti e il nostro Paese, ci siamo uniti e sostenuti per combattere insieme e.…ci siamo riusciti”. Francesco Franceschi:gli infermieri di Triage sono eccezionali, hanno oramai acquisito quell’intuito clinico che solo il PS ti sa dare”. Franco Grilli medico guarito dal Covid: “la medicina d’urgenza rimane comunque la mia scelta di vita”.

La MEU è qualcosa di più di una professione.

Marco Cortigiani: non lo facciamo per eroismo o temerarietà, non per gli onori e la gloria, che abbiamo imparato trovarsi molto distanti dagli ambulatori e le sale d’aspetto di un Pronto Soccorso o per le strade, lo facciamo per senso del dovere”. Lo ribadisce Orietta Petrignani: “so cosa si prova, a volte la paura di non farcela con i turni, la stanchezza, emozioni forti… Ma anche la gioia e la gratificazione per quello che alla fine del nostro lavoro riusciamo a fare”. Per non parlare del coinvolgimento dei più giovani come Marco de Cataldis: “essere specializzando in medicina d’emergenza e urgenza: ne sono fiero”.

Maria Rita Taliani:“non credo di essere sola…teniamo alto il nome di quell’Italia in cui nessuno più si riconosceva…e purtroppo ancora qualcuno non si riconosce”. E poi Emanuela Cataudella che confida nella buona riuscita delle cose: “il Sistema Sanitario Italiano ce la farà, perché nonostante tutto ha dato una grande lezione di efficacia ed efficienza”. Concetta Pirozzi:“la fiducia nelle capacità del sistema e dei singoli e nelle qualità di chi ci coordina, oltre che la speranza e l’ottimismo, devono continuare ad animare il nostro operato in questi e nei futuri momenti bui. A testa alta resistiamo”.

 

UN NUOVO VIRUS, UNA NUOVA VITA.

Nulla è come prima. Un essere invisibile, un granello che ha fatto saltare un meccanismo complesso. Quello che era normalità, banali abitudini quotidiane non esistono più. “Mi ricordo benissimo il giorno in cui sei arrivato in Italia” scrive in una lettera al Covid lo studente Jacques Camajori Tedeschi mentre secondo Nicola Placucci:“arriva lui, il virus. Che ci costringe ai turni infernali, ai presidi di protezione insopportabili, ai cambiamenti di abitudini sul lavoro e nella vita impensabili fino a qualche settimana fa. E anche correre, si, anche correre diventa illegale”. Luisa Borella si concentra  sulle voci degli altri, degli anziani: “c’è il sole oggi .. Si .. visto? .. Proprio primavera. Usciamo, è ora della camminata. No non possiamo. Siamo vecchi, dicono che siamo a rischio con il virus”. Silvia Fiumana: “scendo di corsa le scale al cambio. Prendo la radio, saluto il mio regolatore, un sorriso con gli equipaggi dietro le nostre mascherine e si parte. Di corsa al box”.  Patrizia Gherlinzoni: “vai a casa e ricaricati”. Lo staff del PS di Civitavecchia ASL Roma 4: “abbiamo per mesi combattuto contro un nemico subdolo e sconosciuto, qualcuno di noi è stato contagiato, ma nessuno è scappato; tutti sono rimasti al loro posto”. Gaetano Diricatti:“vorrei essere Omero o magari Lucio Dalla, ma anche Diodato”, per raccontare cos’è tutto l’amore di cui è stato testimone oppure le parole ascoltate dai pazienti ” … certo, mi piace di più qui: sono accanto alla finestra, fuori è primavera! Ecco, dai, apritele bene, ‘ste finestre, fatela entrare, questa primavera…il virus no, di qui non entra né esce…”. Antonio Del Prete: “ci hanno dedicato di tutto e abbiamo trovato persino posto sul presepe di San Gregorio Armeno a Napoli”.

Francesca Mazzella: “questa malattia ci ha reso fragili e, annichilendoci, ci ha portato via la cosa più importante, la condivisione, l’empatia della comunicazione e la comunicazione dell’empatia, a cui noi medici d’emergenza siamo molto legati”.

 

Il FUTURO

Quando tutto questo sarà finito dice Sonia Maurizi: “mi comprerò un fonendoscopio nuovo. Magari di colore verde. Come la speranza, che mai mi abbandona”. Fabiana Di Girolamo e Arianna Trabalzini:“quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo”. Emmanuele Tafuri: “quando questa situazione finirà, speriamo prima possibile, mi auguro che si comprenda che chi lavora in emergenza non è un martire, eroe o missionario quando c’è una pandemia o bersaglio di critiche ed aggressioni in tempo di pace”. Ma più di ogni altra cosa lo sguardo al futuro sono i bambini. Angelo Farese: “Clohe, la bimba che non si svegliava e poi ha aperto gli occhi”.

 

GRAZIE A TUTTI per continuare a fornire una change di sopravvivenza, aiuto, ascolto alle persone che a voi si rivolgono. SEMPRE, quale ne sia il costo.

 

 

 

UNA VITA DA ZOMBIE. La vera essenza della crisi della Medicina di Emergenza – Urgenza

dicembre 6th, 2021 | NO COMMENTS

di Claudio Poggioni

Medico “in estinzione” presso un Pronto Soccorso in Toscana, ci autorizza a pubblicare questi suoi pensieri maturati alla vigilia dello scorso 17 novembre: la crisi della medicina d’emergenza urgenza riassunta in poche righe.

 

La vita suona al ritmo dei turni, un loop inesorabile tra giorni e notti. Una musica che si ripete, silenziosa, senza interruzione. Non ci sono i fine-settimana che interrompono questa monotonia, non c’è uno stacco che ti riporta alle cose belle della vita; quelle vanno incastrate nei pochi momenti liberi, con fatica, consapevole che lo sforzo di farlo si esaurirà con l’energia della gioventù, ed a quel punto rimarrà solo una lagna deprimente.

Entrare, cambiarsi prendere le consegne e partire. Una sequenza infinita di pazienti ognuno con i suoi problemi. Ma le difficoltà si accatastano una sull’altra, ognuno vuole risposte, subito, anche per futili motivi.

Dentro quella stanza contemporaneamente vieni bombardato da una miriade di domande da parte dei pazienti, degli infermieri, degli Oss.

Il telefono squilla di continuo ma il tempo per ogni risposta, per ogni decisione è di pochi secondi. C’è confusione, un via vai continuo e fatichi a capire chi ti sta parlando. L’odore acre del vecchio paziente che ha defecato nella barella accanto ti penetra nel cervello. Impossibile concludere una visita senza essere interrotto più e più volte, ed ogni volta cercare di ripartire da capo.

Ma il signore cerca di raccontarti il suo problema. Per lui è il suo momento e vuole attenzione, almeno per 5 minuti, però non c’è tutto quel tempo. Lui vuole una risposta, ma l’unica che puoi dargli o almeno che ricerchi è quale destino affidargli. Deve essere ricoverato o può tornare a casa in relativa sicurezza?

La diagnosi diventa un optional, la terapia un lusso, non puoi perdere tutto quel tempo. Sei nel vortice e ne vieni trasportato.

 

L’anziana signora di 95 anni, ormai inconsapevole anche di essere al mondo, sta davanti a te: ma perché non è nel suo letto ad attendere il suo destino naturale? Perché il ragazzo ha avuto il coraggio di venire in Pronto soccorso per un banale mal di gola?

Il territorio non esiste, siamo noi il parafulmine in una tempesta infinita. Lo stress cresce, la rabbia e la consapevolezza dell’impossibilità di approfondire il perché di tutto questo pure.

 

Poi arriva l’emergenza, quella per cui vale la pena spendere tutto.

Ci si dedica anima e corpo ma un occhio va sempre alla lista di attesa che aumenta. Sai già che pagherai caro esserti dedicato a questo codice rosso. Agli altri pazienti non importa cosa stai facendo, quando tornerai da loro ti aggrediranno per il tempo di attesa troppo lungo. Troverai una montagna di lavoro da smaltire che trascinerai fino al cambio del turno ed anche dopo, per non lasciare al collega una situazione troppo drammatica. Torni a casa distrutto, ti aspetta un piatto di pasta fredda ed i tuoi figli sono già a letto.

 

Allora nella disperazione, quando il burn-out inizia a mangiarti l’anima, hai due possibilità. O inizi a chiedere consulenze inutili per situazioni che saresti perfettamente in grado di gestire da solo. Chiedi ecografie che non hai tempo di fare. Chiami l’anestesista per banali sedoanalgesie o il chirurgo per una sutura un po’ più lunga. Smetti di fare il medico di emergenza, ciò a cui hai dedicato la vita, ed inizi a fare il vigile indirizzando pazienti da una parte all’altra. Sei considerato dagli altri specialisti un poveraccio, si lamentano per le continue richieste perché anche loro hanno il loro lavoro da svolgere.

Non sanno cosa c’è dietro.

Oppure ignori la lista, dedichi il tempo che ogni paziente grave merita, fai il tuo lavoro come andrebbe fatto, paradossalmente lo fai con sentimento di protesta. È il modo migliore per essere disprezzato dal sistema. In Pronto Soccorso vogliono un medico “svuotatutto” non un medico bravo.

Rabbia, depressione, stress, lacrime, stanchezza sangue e sudore si mescolano in mix devastante.

 

Esci dal turno distrutto, ma non c’è riposo perché domani tutto ricomincia. I medici sono pochi, le persone scappano da questo massacro, e l’unica scelta che le amministrazioni sanno prendere è sfruttare ancora di più quelli che rimangono pur di tenere in piedi immutato questo sistema. Fino alla fine, finché uno rimane in piedi e non stramazza o decide, se ne ha la forza, di scappare prima.

La vita sociale è impossibile.

Il weekend in cui le persone normali condividono la vita per noi non esiste, le serate davanti alla TV neanche. O si lavora o siamo distrutti dal lavoro.

Tutto nella vita assume lo stesso sapore.

Tutto perde di importanza.

Tua mamma si sente sola ed è depressa, tuo figlio ha la febbre, deve andare dal dentista da 2 mesi ma non hai il tempo di portarlo. Ti chiede attenzione. Ma tutto questo passa in secondo piano. Finché il problema non è grave non può meritare attenzione, quella è catalizzata solo dal lavoro.

Non riesci più a concentrarti su una attività, non porti niente a termine. Affronti la vita solo quando si presenta un’urgenza, un problema grande.

Diventi progressivamente sempre più apatico, fino ad essere uno Zombie.

Ma non è così la vita e lo sai.

La vita è fatta di cose belle, grandi e piccole da godere, la vita è una sola e quando meno te lo aspetti può finire.

 

Quando questi pensieri escono fuori l’unica scelta è abbandonare questo lavoro. Se fortunatamente queste idee vengono fuori prima di sceglierlo la scelta migliore è non iniziarlo neanche.

Ecco l’essenza della crisi della medicina d’emergenza.

Caro ministro non ce ne frega niente di qualche euro in più al mese, non ce ne frega niente degli incarichi professionali o delle promesse di carriera. Rivogliamo prima di tutto la nostra vita, fatta di giorni liberi, di ferie e di diritti.

Vogliamo stare dietro ai nostri figli, vogliamo anche noi fare sport ed avere un hobby. Vogliamo la nostra dignità professionale e la possibilità di esercitare la nostra specialità ed il nostro lavoro con rispetto.

Riorganizzate il sistema, il territorio, gli ospedali.

Trovate un’altra destinazione per i codici minori.

Fate ciò che volete ma rendeteci la possibilità di vivere da esseri umani e non da schiavi, altrimenti la libertà saremo costretti a riprendercela da soli, ognuno per sé, e sarà la fine di questo servizio.

Firmato: uno (degli ultimi) medici di Emergenza/Urgenza.

 

Che aggiungiamo, alla fine a detta di tutti i professionisti MEU, continua comunque ad essere sentito come “il lavoro più bello del mondo” che occorre preservare dal rischio estinzione.

 

FORMARE NELLA TEMPESTA. DOPO IL COVID, VERSO UN FUTURO INCERTO PER LA NOSTRA IDENTITÀ

novembre 22nd, 2021 | NO COMMENTS

di Alessandro Riccardi

 

Due anni di formazione, ovvero l’esperienza stimolante che mi è stata offerta in SIMEU.

E due anni di pandemia, di blocco della formazione tradizionale, di problemi e di nuove necessità, di una malattia del tutto nuova da curare, da capire, da affrontare, da studiare.

Due anni trascorsi nell’occhio del ciclone, tra varie ondate e riflussi che erano quasi peggio delle ondate perché riportavano i problemi di sempre: due anni passati ad essere considerati eroi e poi di nuovo quelli di sempre, due anni che hanno però dimostrato una cosa con estrema chiarezza.

SIMEU non poteva, nonostante tutto, non essere presente con il suo programma di formazione, ma è stato subito evidente che non era possibile proseguire nel percorso già segnato da chi mi aveva preceduto. No, dovevamo fare i conti con un contesto tutto da sperimentare e per fortuna non ero solo.

Grazie allo sforzo di tutti i suoi formatori, alla sua solida organizzazione interna, la Società Scientifica è stata in grado di rispondere all’emergenza, si è adattata, a volte reinventata, ha continuato a formare, seppur in modo diverso e senza mai interrompere la sua attività.

Ecco, potrei usare un termine che non amo molto – usato, abusato – ma che talvolta è essenziale per spiegare la capacità di risposta e di reazione: resilienza. I medici e gli infermieri dell’emergenza-urgenza sono abituati a rispondere in modo rapido alle situazioni che cambiano, a volte in modo improvviso e inatteso, e di variare il proprio comportamento in reazione a quello che accade. Lo facciamo abitualmente, ogni qual volta dobbiamo affrontare un nuovo paziente, o si apre la porta del pronto soccorso e non sappiamo che cosa ci attenderà.

In questi due anni è capitato qualcosa di simile anche con la Formazione.

Già, la Formazione… una delle anime della SIMEU, e che rappresenta di per sè un concetto piuttosto ampio e variegato. Richiama naturalmente l’arte di “plasmare” la materia “informe” per donargli una struttura, ma questo non è il ruolo della nostra Formazione: questo compito spetta all’Università, ovviamente.

 

La nostra Formazione si occupa di qualcosa di differente, ed è qualcosa di meno definito e definibile, più impalpabile: riguarda le Competenze che ogni medico ed infermiere dell’emergenza-urgenza deve possedere e sviluppare. Rappresenta il complesso di elementi che dovremmo possedere per essere ciò che siamo.

In ultima analisi, dunque, riguarda la nostra Identità.

L’identità dei professionisti dell’emergenza-urgenza e del loro ruolo all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, un ruolo che oggi sta vivendo una profonda crisi, e che è sminuito da proposte e soluzioni che non tengono in considerazione proprio quelle competenze.

 

Le nostre competenze.

Nessuno potrebbe pensare di affidare un servizio di cardiologia, o gli ambulatori di una chirurgia a non specialisti, a neolaureati, o a specialisti di altri reparti – eppure spesso ciò accade con il pronto soccorso, e vediamo ogni giorno proposte tra le più disparate che hanno la funzione dichiarata di “salvare” un servizio ma che in realtà lo affossano, privandolo appunto delle competenze che dovrebbe possedere.

Eppure, lo abbiamo provato durante la pandemia, soprattutto durante la prima ondata: abbiamo utilizzato le nostre competenze in ecografia clinica per fare diagnosi precoci e monitoraggio dei pazienti. Abbiamo usato le nostre competenze nella ventilazione e nell’uso delle cpap per ventilare un numero enorme di pazienti. Abbiamo dimostrato le nostre competenze nella sedazione procedurale per permettere di tollerare giorni e giorni di caschi o maschere. Abbiamo fatto valutazioni etiche, abbiamo gestito una situazione prossima alla medicina delle catastrofi, abbiamo organizzato, riorganizzato, adattato e modificato la nostra struttura, più e più volte, anche all’interno di una stessa settimana, rispondendo alla realtà che cambiava velocemente.

Abbiamo usato le nostre degenze, che non sempre vengono chiamate in modo adeguato o appropriato, e ci siamo fatti carico di un grandissimo numero di ricoveri. Abbiamo valutato EGA, posizionato vie arteriose, drenato pneumotorace, abbiamo comunicato con i familiari, gestito i flussi di pazienti che transitavano per le nostre strutture, rispondendo ad ogni singola nuova esigenza.

 

Abbiamo risposto a quanto accadeva, e abbiamo aiutato i nostri pazienti. 

E abbiamo fatto squadra, noi medici con i nostri preziosi infermieri, perché di squadra si tratta, e ognuno ha portato un contributo costruendo un piccolo pezzo di questa grande storia.

Tutto questo necessita di Competenze, e  non può né deve essere affidato ad altri specialisti: il nostro lavoro di professionisti dell’emergenza-urgenza non può essere assegnato a chi è istruito per svolgere altre tipologie di attività.

 

L’impegno di SIMEU sarà sempre rivolto a Formare i veri professionisti MEU attraverso lo sviluppo di una identità chiara, forte, comune,con l’intento di poter fare quadrato, tutti insieme sempre, e soprattutto nei momentI di grande difficoltà come quello attuale.

Perché se il pronto soccorso e la medicina d’Emergenza non troveranno una strada, ed un aiuto da parte delle Istituzioni, chi ci rimetterà saranno soltanto i cittadini.

E dopo tutta questa dedizione, ne siamo convinti, proprio non lo meritiamo.

Ich hab’ kein Zuhause

ottobre 19th, 2021 | NO COMMENTS

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto della dott.ssa Margherita Riccardi che si presenta in questo modo: “sono un medico italiano, lavoro come chirurgo in Germania e il mio lavoro si svolge principalmente tra sala operatoria e pronto soccorso. Sono molto legata alla medicina d’urgenza, talmente tanto che presto inizierò a lavorare e studiare per prendere la specializzazione in medicina d’urgenza. Ecco, anche se non lavoro in Italia, vi seguo, vi leggo e vi ringrazio per il lavoro che fate. Chissà, prima o poi tornerò in Italia a lavorare, in qualche Pronto Soccorso“.

Ringraziamo moltissimo questa collega e segnaliamo le sue molte storie, tutte vere, pubblicate sulla pagina Facebook “Salvo Complicazioni” https://www.facebook.com/salvocomplicazionidoc

Buon lavoro e buona vita Margherita!

 

 

Pronto soccorso, notte di guardia.

Il monitor appeso in sala medici lampeggia: profonda ferita al braccio, arrivo in 8 minuti.

Accanto la scritta “N +” mi fornisce l’informazione che sull’ambulanza è presente anche un medico d’urgenza (Notarzt/Notärtzin).

Questo vuol dire di solito che è qualcosa di relativamente grave. Poco dopo sento le sirene avvicinarsi, lascio la mia postazione e mi avvicino all’entrata del

pronto soccorso dove accedono le ambulanze. Infilo i guanti in lattice, guardo l’orologio e mentre mi rendo conto che sono già le 3 del mattino, vedo con la coda  dell’occhio il paziente scendere dall’ambulanza. Sui 40 anni, pantaloncini corti e una maglietta strappata completamente imbrattata di sangue.

Un’ infermiera mi aiuta a farlo stendere su un letto. Il medico d’urgenza mi presenta il paziente e snocciola velocemente le informazioni più importanti:

M.J, 41 anni, consumo abituale di droghe, diverse malattie croniche e alcuni problemi familiari che non riesce a gestire. Oggi la goccia che fa traboccare il vaso. Suizidversuch, scandisce il collega, imprimendo una certa solennità.

Tentativo di suicidio.

Il paziente è stato trovato dai parenti mentre si stava tagliando le vene.

Le ferite si trovano lungo buona parte dell’avambraccio sinistro, non sono molto profonde, ma vanno comunque suturate. M.J. spalanca gli occhi enormi e scuri,

quasi neri. È lucido. L’infermiera disinfetta le ferite mentre io preparo l’occorrente per medicare.Ecco ora annego nei tuoi occhi M.J, penso. Vorrei darti un

qualche tipo di conforto, dirti che andrà tutto bene, ma io e te veniamo da due pianeti diversi, e questo me lo spieghi tu, gentilmente. Ci sono pianeti e vite intere dove le cose non sono mai andate né potranno mai andare bene, e tu vieni da uno di questi. “Ich hab’ kein Zuhause”, io non ho una casa.

Lo dici tremando, e fai delle lunghe pause per cercare le parole giuste che alla fine comunque non vengono fuori. Accetti di parlare con me e il mio tedesco stentato, che è ancora più zoppicante ora che ormai si sono fatte le 4 del mattino. Io e te vicini, mentre inietto l’anestetico locale lungo tutta la ferita principale.

Ma i nostri pianeti sono sempre più distanti, e probabilmente invece vorresti sentirlo un po’ di dolore. Provare qualcosa.

Sentire, ancora una volta, tutto il male del mondo che dici di portare dentro. Non riesco a vederlo M.J., tutto questo male. Non ci riesco. Mi hanno cresciuto con l’idea che in ognuno di noi ci sta del buono, ma come dicevo i nostri pianeti sono sempre più distanti, e tu mi confessi che sei tutto da buttare. Sei un fiume di lacrime adesso e un po’ ti lasci andare, o forse è solo una farsa, o forse non lo so. Rimaniamo così, in silenzio nel cuore della notte.

Tu a piangere ferite che non vedo e io con i miei aghi e portaghi a chiudere tutte le altre





SIMEU - SOCIETA' ITALIANA di MEDICINA D'EMERGENZA-URGENZA

Segreteria Nazionale:
Via Valprato 68 - 10155 Torino
c.f. 91206690371 - p.i. 2272091204

E-mail: segreteria@simeu.it
pec: simeu@pec.simeu.org
Tel. 02 67077483 - Fax 02 89959799
SIMEU SRL a Socio Unico

Via Valprato 68 - 10155 Torino
p.i./c.f. 11274490017
pec: simeusrl@legalmail.it