IL BLOG DI SIMEU

 

La disciplina MEU: per una rivoluzione contro l’esiguità del pensiero tecnicista

settembre 22nd, 2022 | NO COMMENTS

di Biagio Epifani

 

Efficienza, performance, produttività.

Sono questi gli orizzonti che oggi regolano il nostro agire di medici d’Emergenza.

L’apparato ci vuole convergenti. Come se il discorso aperto sulla Sanità fosse limitato alla gestione di una ‘disease’ assoggettabile ad una visione quantitativa, gestita da un algoritmo dal risultato prevedibile. Dunque trasformando il malato in consumatore, fatalmente guidato dalla medicalizzazione, comodo surrogato della gnoseologia, e orientato da un bisogno che chiude il tempo, ridotto ad un ‘tutto subito’, quell’eterno presente che impedisce la profondità di qualsiasi analisi.

Perdita della possibilità di capire la ‘illness’, quella prospettiva che rende il medico interprete e possibile soggetto che ‘cura’, nell’incertezza e nella variabilità, compagni di viaggio di chi vive accanto all’apparente non-senso della malattia.

 

Come SIMEU, società scientifica dei medici ed infermieri d’Emergenza, istituzione oggi ampliata a difesa della professione e dei valori che rappresenta, di fronte alla continua attribuzione di obiettivi incoerenti ed alla demolizione del nostro campo di applicazione, abbiamo chiesto ripetutamente una revisione dei parametri di valutazione per evidenziare gli esiti dei nostri interventi, dei provvedimenti economici e organizzativi chiari per fermare l’emorragia di personale, l’inequivocabile posizionamento della nostra disciplina tra quelle con il significato di pilastro imprescindibile del Sistema Sanitario Pubblico.

 

Come risposta, ancora oggi, riceviamo indicatori di performance quantitativi, certamente facili da gestire da remoto ma alieni rispetto all’ethos professionale, l’ingresso di figure professionali fuori o quasi dai percorsi della disciplina specialistica, l’accenno dispnoico a gratificazioni economiche non strutturali da premio scolastico.

Sempre presenti, nei luoghi e nei tempi degli accadimenti, talvolta soli anche nella decisione o nella pronuncia di parole difficili, testimoni di albe e tramonti, colti dall’insonnia del dubbio o dallo sfinimento, destinatari di una gratitudine sempre sussurrata, siamo a presiedere la moltitudine di vuoti sempre più vasti.

 

Unica categoria di medici senza attività privata, concentrati a migliorare la nostra capacità d’intervento con una continuità di training che abbiamo diffuso alla comunità, esempio unico di sincronicità tra prevenzione cura, sempre disponibili ad intervenire per le necessità dei nostri ospedali, costretti perfino a farci carico di attività “altre” nella nostra posizione di società scientifica, oggi assistiamo al depauperamento della nostra componente professionale, sostituita da chi ha appena terminato il corso di laurea o, nei casi peggiori, da medici gestiti da cooperative improvvisate, in aperta contraddizione con la necessità di garantire nell’Emergenza la presenza di medici preparati a tale attività ed il rispetto delle normative sugli orari di lavoro.

 

E nel clima di disastro incombente, anche altre componenti ospedaliere si affacciano oggi pensando di prendere una fetta dell’Emergenza, magari prefigurando vantaggi e ruoli.

 

Intanto è cambiata l’antropologia del paziente del Pronto Soccorso.

Le richieste variano da certificato di malattia, assegnazione di un posto in RSA, anticipazione di esami, attesa per un posto letto e quindi il cosiddetto boarding. Ancora, l’età avanzata dei pazienti, con medie ormai oltre gli 80 anni, affetti da patologie croniche che quasi sempre necessitano di riequilibri e tempi di gestione non corrispondenti al setting dell’Emergenza.

 

Il mondo in questo immediato post-covid è cambiato, e non è neanche migliore: l’illusorio e arrogante pensiero di poter controllare e gestire tutte le malattie è stato abbattuto ma, invece di generare consapevolezza, ha prodotto una nuova paura e la richiesta di ristabilire ad ogni costo e presto, quell’illusione, incentivata anche da qualche avventato discorso circa i prodigi della tecnologia, spinto anche a prefigurare la sostituzione del medico con qualche algoritmo digitale.

Con il paradosso che molti nostri concittadini si accodano per seguire idee che promettono lunga vita, sedotti dalla prospettiva di demolire il presunto potere occulto della ‘medicina ufficiale’. Una pervasività digitale che, nella più totale assenza di libertà, sta preparando il controllo dei bisogni e la residualità del pensiero critico. Abbiamo pensato ad un nuovo Umanesimo della Medicina, ne abbiamo fatto un congresso regionale in SIMEU, ma la risposta non c’è stata. Una gerontotecnocrazia, abituata alle proprie soluzioni standard, non riesce ad intercettare le aspirazioni che la componente più giovane esprime e, senza clamore, agisce.

La vita professionale, declinata nel tempo della sintonia con la vita extraprofessionale, in una visione di equilibrio e di recupero del concetto di misura, ha definitivamente preso il sopravvento.

 

Per capire questo cambiamento occorrono strumenti interpretativi nuovi, un pensiero divergente che possa indurre risposte originali contro la clausura financo delle nostre stesse opinioni.

 

I giovani emergentisti, sorretti dall’entusiasmo, hanno trovato sul loro cammino non la promessa del legittimo protagonismo che ogni professione reca con sé, ma la prospettiva di costituire solo l’argine all’arrembaggio del caos. La perdita di personale non ha radici ambigue né motivazioni superficiali: una professione impegnativa, esposta ad un rischio elevato, sempre più frequentemente destinataria di aggressioni e contenziosi, con una scarsa progressione di carriera e con una vite personali irregolari, richiede una valorizzazione inequivocabile da parte delle Istituzioni.

Significazione di una posizione insostituibile nel SSN: non solo in termini di essenziale e specifico riconoscimento economico ma, soprattutto, determinazione degli ambiti d’intervento che necessariamente devono escludere tutte quelle attività che nessuna attinenza hanno con l’emergenza e l’urgenza.

 

Quello che è accaduto si può ricostruire passo dopo passo, provvedimento dopo provvedimento, riconoscendovi l’incapacità nella previsione delle conseguenze.

Con quella acribia ragionieristica nel definire livelli minimi delle necessità organizzative sempre e solo considerando il ‘quanto serve’, giammai il ‘cosa serve’. Differenza sostanziale tra visione di progetto, e dunque crescita e flessibilità a lungo termine, e utilizzo del momento. Chiusura ad un qualunque respiro ampio per soccombere ancora una volta a quell’eterno quotidiano emergenziale, terreno di conquista per quei soggetti, che scaltramente sanno occupare i vuoti lasciati.

 

A caro prezzo per la sanità pubblica e per le nostre professionalità. Quelle stesse che poi, nel momento del bisogno, ci vengono richieste per i nostri cari.

 

Si sta giocando la partita, a tempo scaduto, sull’orlo di un baratro: ciascun politico che ha a cuore la difesa del SSN deve poter considerare il problema come assolutamente prioritario e porsi in ascolto delle proposte che la SIMEU, intercettando la voce dei professionisti impegnati sul campo e dei giovani delusi, sta presentando alle Istituzioni.

 

Presidente sezione regionale Veneto – Trento – Bolzano

 

NON DOVRA’ MAI PIU’ SUCCEDERE

settembre 13th, 2022 | NO COMMENTS

di L.R.

 

 

Ti hanno tolto il tempo.

Il tempo che serve a pensare, a realizzare che siamo in un tunnel.

Non ti permettono di fermarti e vai avanti di seguito con mattine, pomeriggi, notti, notti e ancora notti e poi turni lunghi festivi e superfestivi.

Non esistono per te i sabati e le domeniche.

Non esiste nulla se non augurarti che tutta la stanchezza che hai – accumulata in mesi e mesi di continuo lavoro – non ti faccia sbagliare.

Si, perchè è forte la consapevolezza che siamo Noi e pochi altri che, in ogni secondo della nostra professione, potremmo fare la differenza: essere artefici della vita o della morte dei nostri pazienti.

Ogni secondo …

 

Non dovrà mai più succedere che “altri” decidano sulle nostre spalle come e quanto dobbiamo lavorare facendo il conto sugli accessi e i codici e non sui tre anni di turni massacranti che NOI, i pochi rimasti, ci siamo accollati.

Non dovrà mai più succedere che: “i medici MEU non ci sono” … “è colpa vostra perchè volete fare tutto!”… non dovrà mai più succedere che ti dicano “noi i concorsi li abbiamo fatti ma non si presenta nessuno”.

Piuttosto, dico io, invece di fare il copia ed incolla dei Bandi si pensi ad allargare le equipollenze e a sanare chi lavora in emergenza da 20 anni ma non ha potuto entrare in specialità!

Alcune soluzioni migliorative ci sarebbero, se si volessero cercare!

 

Non dovrà più succedere che i tuoi superiori (Direzioni Sanitarie e Strategiche) ti costringano a lavorare con ancora meno unità del solito in questo mese di Agosto, senza “turbare i paradisi di Autoconvenzione in Ospedali senza PS” e invitano proprio te – che sei rimasta con 6 unitá in MeCAU  – a ridurre gli aiuti in Autoconvenzione!

 

Non dovrà mai più succedere, ma intanto succede ed è successo a Noi!

 

Ho continuato a combattere per mesi ma non mi hanno creduta, anzi hanno sindacato anche sulle mie ferie sempre equamente distribuite e mai lunghe … sebbene un diritto … ma “con sei colleghi è difficile completare una turnistica adeguata!”

Ho paura, tanta paura in questi giorni per la mia salute e per quella dei miei colleghi, anche più anziani di me!!

Siamo soli e la nostra disperazione per gli altri è solo fastidio e nulla più!

 

Dobbiamo essere protetti da vere leggi che facciano tremare chi pensa che: “vabbè tanto loro sono abituati ad arrangiarsi, un turno in più un turno in meno cos’è??”

 

Dobbiamo avere riconosciuto il diritto di riposo e anche il tempo per aggiornarci perché, sia gli uni che l’altro, sono importanti per la qualità e la responsabilità del lavoro che facciamo!

 

Dobbiamo essere i più rispettati nei nostri Ospedali ma invece siamo sempre i più criticati, massacrati, i più “fastidiosi” solo perchè chiediamo percorsi, direttive, aiuti che purtroppo rimangono sempre e solo sulla carta!

 

Dobbiamo lottare ed esigere i nostri diritti altrimenti i giovani specialisti non crederanno mai alle nostre parole quando diciamo che il nostro è (o era?) “il lavoro più bello del mondo!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto archivio SIMEU, autore Francesca Mangiatordi

A proposito del nuovo decreto del Ministero della Salute

settembre 5th, 2022 | NO COMMENTS

di Ufficio di Presidenza SIMEU Nazionale

 

Sul provvedimento elaborato dal Ministero che definisce le equipollenze della specialità di Medicina d’Emergenza Urgenza e modifica la denominazione della disciplina da “Medicina e Chirurgia d’Accettazione e Urgenza” a “Medicina d’Emergenza Urgenza” occorre fare chiarezza.

Ci pare di rilevare commenti poco informati, in alcuni casi addirittura tendenziosi, che stanno creando un’ingiustificata confusione impedendo una corretta comprensione del significato del provvedimento.

 

Partiamo dall’analisi della situazione attuale.

 

Punto primo: la specializzazione in MEU è l’unica nel panorama delle Scuole italiane a non avere ad oggi una disciplina omonima. La questione potrà apparire ad alcuni solo simbolica, ma è oggettivamente un pensiero riduttivo: è il segno di un’assenza del riconoscimento di un’identità chiara e definita ai nostri specialisti.

 

Del resto il Consiglio Superiore di Sanità già nel 2011 – nella seduta in cui fu costretto a stabilire l’equipollenza tra la specialità MEU e la disciplina MeCAU – caldeggiava l’armonizzazione delle due denominazioni nel senso accolto oggi dal provvedimento in oggetto.

 

A proposito delle equipollenze: alla specialità MEU non è mai stata fino ad oggi riconosciuta alcuna equipollenza contrariamente a quanto avviene normalmente per quasi tutte le Specialità.

Attualmente esistono 42 differenti specializzazioni che, per via di equipollenze o affinità, consentono la partecipazione a concorsi di MeCAU.

 

Il riconoscimento almeno delle equipollenze “in uscita”, nell’ambito delle specialità afferenti al settore MED09 cui la MEU appartiene – le cinque specializzazioni citate nel provvedimento, tutte equipollenti “in entrata” per i concorsi di MeCAU – ha il significato di un corretto riequilibrio delle prerogative degli specialisti MEU, ma anche di tutti i Colleghi inquadrati attualmente come MeCAU rispetto a tutti gli altri.

 

È necessario ricordare che il provvedimento consegue a un recente parere del Consiglio Superiore di Sanità che – anche alla luce di una relazione tecnica presentata da SIMEU – ha riconosciuto che la formazione dei nostri specialisti è assolutamente paritaria rispetto alle altre specializzazioni del settore MED09 (che sono equipollenti tra loro, si badi bene).

 

Fin qui la semplice spiegazione di contenuto.

Sono però ugualmente utili altre considerazioni.

 

  • Riconoscere agli specialisti MEU dignità pari ad altri specialisti, riguardo sia al nome della disciplina che al riconoscimento della propria preparazione, ci pare dovuto e indiscutibile. L’idea per la quale tutti possono fare il nostro lavoro e noi non abbiamo la capacità di fare il loro è semplicemente offensiva.

Ovviamente nessuno pensa di collocare uno specialista MEU in Sala di Emodinamica, così come nessuno vi collocherebbe uno specialista in Gastroenterologia o in Geriatria: attualmente però, i gastroenterologi ed i geriatri possono effettivamente essere assunti in Cardiologia in virtù dell’equipollenza esistente, a differenza dello specialista MEU che non ha alcun altro sbocco se non la MeCAU.

Lo ripetiamo: è una questione di indispensabile pari dignità rispetto ai nostri altri colleghi.

 

  • L’ipotesi che un MEU – magari nella seconda parte della sua vita professionale – possa dover uscire da un’attività così gravosa fisicamente e psicologicamente come l’Emergenza Urgenza deve essere contemplata.

Continuiamo ad augurarci che in futuro, con una definitiva e ubiquitaria ridefinizione delle articolazioni delle strutture di MeCAU, non sarà necessario abbandonarle.

Tuttavia, allo stato attuale, riteniamo più che ragionevole prevedere questa eventualità.

 

  • L’effetto “svuota-Pronto Soccorso” paventato da alcuni del tutto ingiustificato in considerazione del tuttora esiguo numero di specialisti MEU attivi nelle nostre strutture, nonché della triste considerazione per la quale chi vuole uscire dal Pronto Soccorso già lo fa con svariate soluzioni.

Non ci stancheremo di ripetere che i Pronto Soccorso continueranno a svuotarsi fino a che non verranno drasticamente migliorate le condizioni di lavoro.

Questa è la vera causa da affrontare!

 

  • Interpretare il provvedimento come un ulteriore allargamento delle possibilità di ingresso nelle strutture di MeCAU (continueremo a chiamarle così fino all’auspicata approvazione del nuovo provvedimento) è errato e non corrisponde a verità.

Per averne conferma basta leggere il provvedimento stesso.

Purtroppo questa interpretazione continua ad essere manifestata da più parti.

 

  • Interpretare il provvedimento come “sprofessionalizzante” non poggia su nessuna reale analisi critica, visto che nulla cambia nella formazione e soprattutto nella qualità dei nostri specialisti.

Coloro che considerano garanzia di professionalità l’ingresso esclusivo in un’unica disciplina – portando l’esempio di Anestesisti Rianimatori e Radiologi – dimenticano che a tali discipline si accede esclusivamente con la corrispondente specialità e che nessuna equipollenza è prevista.

Vogliamo ancora una volta sottolineare che sono ben 42 le specializzazioni che possono entrare in MeCAU e che l’idea di una possibile esclusività, sulla quale saremmo assolutamente disponibili a discutere, è semplicemente irrealizzabile nella situazione attuale.

 

Teniamo infine a precisare che le misure contenute nel nuovo provvedimento fanno parte della piattaforma di richieste che SIMEU ha portato a tutti i tavoli istituzionali ai quali è stata invitata negli ultimi anni.

 

Tra le molte richieste a favore delle quali SIMEU si è resa concretamente attiva citiamo tra le altre a titolo di esempio:

 

  • la riforma del Sistema d’Emergenza Urgenza, con il riconoscimento della competenza anche pre-ospedaliera degli specialisti MEU e la creazione dei Dipartimenti integrati come uniche soluzioni efficaci;
  • la riforma delle Scuole di Specializzazione con l’inquadramento degli specializzandi come Dirigenti del SSN, pur con competenze progressivamente crescenti;
  • l’applicazione ubiquitaria del modello di struttura comprendente Pronto Soccorso – OBI – Terapia Semintensiva – degenza di Medicina d’Urgenza;
  • la soluzione del problema del ‘boarding’ attraverso strumenti di programmazione, monitoraggio e rifunzionalizzazione;
  • il riconoscimento della natura usurante dell’attività in Emergenza Urgenza.

 

È provato dal lavoro svolto sino a qui dai rappresentanti della Società Scientifica che al provvedimento di cui parliamo non attribuiamo una funzione risolutoria della crisi dell’Emergenza Urgenza.

 

L’applicazione dello stesso sarebbe invece un primo importante passo, seppur il più semplice e nella giusta direzione. Un segnale di ascolto e soprattutto di cambiamento della traiettoria.

 

Abbiamo nel recente passato sottolineato come la crisi del governo Draghi abbia interrotto un lavoro che viene da lontano, del quale l’applicazione di quanto contenuto in questo provvedimento avrebbe dovuto essere solo uno dei risultati.

Nonostante ciò, come SIMEU, continueremo nella nostra azione.

 

Resta un’ultima considerazione anch’essa particolarmente importante.

 

Al di là dei troppo frequenti giudizi disinformati, espressi da chi ha l’abitudine di commentare dopo aver letto solo il titolo, disquisendo di ciò che non conosce, una posizione contraria da parte di alcuni singoli Colleghi o Organizzazioni non può che essere interpretata come un tentativo di soffocamento anche della minima acquisizione da parte di chi lavora in Emergenza Urgenza.

 

Una posizione questa che – vista l’assoluta ininfluenza del provvedimento sulle prerogative di qualunque altro Collega specialista – non può che spiegarsi con la volontà di mantenere la nostra attività e la nostra professionalità ad un rango inferiore.

Posizione oggettivamente del tutto inaccettabile.

 

Il provvedimento deve ancora essere licenziato.

Ci auguriamo che questo accada nel più breve tempo possibile e che non subisca l’influenza di polemiche deboli, prive di fondamento o, sarebbe molto grave, faziose.

 

Ufficio di Presidenza SIMEU

Fabio De Iaco, Beniamino Susi, Antonio Voza, Andrea Fabbri, Salvatore Manca

Orgogliosamente MEU

 

credit fotografico Mario Guarino

A volte pur cercando di vivere la propria Leggenda Personale, siamo sul punto di cadere

agosto 31st, 2022 | NO COMMENTS

di Maria Luisa Ralli

Quando ho scelto di fare la specialità in Medicina d’Emergenza Urgenza avevo da poco iniziato il quarto anno di medicina e per preparare uno degli esami più difficili e complessi del mio percorso avevo iniziato ingenuamente a frequentare il Pronto Soccorso.

Ogni giorno c’era qualcosa da imparare, potevi metterti in gioco e in discussione animato da un’insaziabile curiosità di conoscere e aiutare l’altro. Quando mi sono iscritta al concorso di specialità non ho avuto dubbi:

“la mia specialità sarebbe stata il pronto soccorso: tutti i mali dell’uomo, i mali di tutti gli uomini, come dire tutte le specialità” (Daniel Pennac).

 

Mi sono specializzata a Novembre 2021 e vi posso garantire che la specializzazione è stata davvero un’avventura esperienziale stupenda.

Il mio entusiasmo ha subito una battuta d’arresto entrando nel mondo del lavoro dove mi sono scontrata con i problemi che affliggono il sistema d’emergenza urgenza.

 

Ho provato a immaginare questi problemi come molteplici “Lestrigoni e Ciclopi”, così chiamati gli ostacoli incontrati da Ulisse nel suo viaggio verso Itaca nella celebre poesia omonima di Kavafis.

Ho cercato di seguire i consigli del poeta per superarli:

“I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere di incontri se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, nè nell’irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l’anima non te li mette contro.”

 

Difficile purtroppo però mantenere il pensiero alto e sentimento fermo se si considera la grave crisi in cui si trova il sistema emergenza urgenza e il sistema sanitario pubblico.

Purtroppo nell’incontro con questi ostacoli ho dubitato della mia scelta e ho dimenticato a volte l’eccitazione nell’incontro con il paziente, il paziente indifferenziato e critico, l’eccitazione dei “15 minuti più belli di ogni specialità” (Joe Lex).

 

Recentemente mi sono ritrovata tra le mani l’Alchimista di Paulo Coelho.

Mentre leggevo ho avuto la sensazione di essere il protagonista, Santiago, e che l’alchimista parlasse proprio a me:

“Perché parlate proprio a me?”

“Perché, pur cercando di vivere la tua Leggenda Personale, sei sul punto di cadere.”

“E voi intervenite quando ciò accade?”

“[…] Talvolta mi manifesto sotto forma di una via d’uscita, o di una buona idea. Talaltra, sovente in un momento cruciale, mi limito a aiutare determinate azioni. […]”

Che cosa è la Leggenda Personale?

[…] la Leggenda Personale. […] è quello che hai sempre desiderato fare.

Tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. […] Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell’anima dell’Universo. Quella cosa rappresenta la tua missione sulla terra. […] Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l’Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio”.

 

L’alchimista spiega a Santiago che per realizzare e comprendere la propria leggenda personale dovrà ascoltare e seguire i segni che incontrerà nel suo viaggio.

Nonostante le disfunzioni del sistema in questi mesi ci sono stati segni che mi hanno fatto capire che mi trovavo nella strada giusta: lavorare in una squadra di medici e infermieri con cui fare la differenza per la salute dell’altro, il paziente, imparare a lottare sia per la vita che per la morte: credo che non dimenticherò mai la mia prima rianimazione pediatrica, sento ancora l’adrenalina alla ricomparsa del ritmo cardiaco così come accompagnare un giovane malato terminale nel suo ultimo viaggio insieme ai familiari.

 

Ultimamente mi sono imposta di essere più attenta ad ascoltare i segni ma sento che non mi basta.

Per contrastare le forze negative c’è bisogno di una riforma del sistema d’emergenza urgenza, riforma che inevitabilmente si estenderà all’intero sistema sanitario pubblico.

Il prossimo 25 settembre potrebbe essere l’occasione per farlo.

 

Se il Pronto Soccorso cura “tutti i mali dell’uomo, i mali di tutti gli uomini” adesso più che mai il Pronto Soccorso, il sistema d’emergenza urgenza hanno bisogno di essere curati dagli uomini.

 

 

La sala del sollievo. Il fine vita con dignità e senza sofferenza nel DEA.

agosto 22nd, 2022 | NO COMMENTS

di Erika Poggiali

e.poggiali@ausl.pc.it

Dal 7 giugno di quest’anno è in funzione la “SALA DEL SOLLIEVO” del Pronto Soccorso dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza.

 

E’ il primo modello italiano di cure palliative nel DEA.

 

Il dr. Luciano Orsi della Società Italiana di Cure Palliative (SICP) lo ha definito “un pregevole esempio di corretta gestione del fine vita del malato end stage nell’ambito del DEA” oltre che sottolineare come “l’istituzione di una apposita sala del sollievo per tali malati e la disponibilità di una IO per l’attuazione della sedazione palliativa in caso di sintomi refrattari rappresentano una garanzia per il controllo della sofferenza e il mantenimento della dignità del morire in fase terminale anche all’interno di un setting molto peculiare come il DEA”. https://www.sicp.it/aggiornamento/linee-guida-bp-procedures/

 

La sala del sollievo è una stanza dedicata ai pazienti affetti da patologie croniche e invalidanti secondo la definizione che ne dà il documento SIIARTI: “GRANDI INSUFFICIENZE D’ORGANO “END STAGE”: CURE INTENSIVE O CURE PALLIATIVE? “DOCUMENTO CONDIVISO” PER UNA PIANIFICAZIONE DELLE SCELTE DI CURA”, che si presentano in Pronto Soccorso con sintomi refrattari alla terapia standard e che necessitano quindi di una sedazione palliativa profonda.

 

Ma la sala del sollievo può ospitare anche pazienti che necessitano di una “sedazione di emergenza” per sintomi acuti refrattari a trattamenti standard e causa di morte imminente, come una emorragia massiva (vie digestive e vie aeree) o il distress respiratorio grave e ingravescente o uno stato di shock irreversibile, come riportato anche dal professor Lucio Romano, docente di Bioetica alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Sez. San Tommaso d’Aquino e componente del Comitato Nazionale di Bioetica.

https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=105725

 

Abbiamo cercato di creare uno spazio nel Pronto Soccorso dove il fine vita potesse essere un momento il più possibile “sereno” ed intimo per i familiari, lontano dai campanelli che suonano, il sovraffollamento delle aree, il telefono che squilla h24, e quella terribile luce artificiale che conosciamo bene e che è capace di annullare il giorno e la notte uniformando il tempo.

 

La Sala del Sollievo è aperta ai familiari 24 ore su 24, senza limite numerico, ed è gestita dai medici, infermieri e OSS del Pronto Soccorso secondo un percorso “standardizzato”.

 

Garantisce silenzio, intimità, tranquillità, accudimento e ascolto, in accordo con il modello delle cure palliative “high touch low tech”, ovvero una medicina che richiede una grande vicinanza e un basso impatto tecnologico.

Non ha nessun monitor nè orologio nè simbolo religioso, ma un disegno di Eleonora Rossi (infermiera del Pronto Soccorso) che rappresenta un momento di passaggio, un’attesa e un cambiamento.

Tutti i medici, gli infermieri e gli OSS hanno partecipato agli incontri sulla gestione del paziente in sala sollievo e sono formati per una corretta comunicazione cosiddetta “difficile”.

 

La sala del sollievo nasce da un profondo senso di “riumanizzare” il fine vita evitando sia l’accanimento terapeutico sia la medicalizzazione della morte, nel rispetto indiscutibile della dignità del paziente, non più per “sanare vitam”, bensì “sedare dolorem” nel senso più vero del termine e con gli strumenti a disposizione in Pronto Soccorso, compresa la sedazione palliativa profonda continua, come stabilito dalla legge 219 del dicembre 2017.

 

Avviare una sedazione palliativa significa agire per alleviare una sofferenza estrema e anche se l’esito finale non è la guarigione, essere capaci di utilizzarla significa essere profondamente medici. Gli schemi di palliazione che utilizziamo sono standardizzati e sono stati concordati con la dott.ssa Raffaella Bertè responsabile della UOC Cure Palliative del nostro ospedale, al fine di avere un protocollo di sedazione “corretto” e appropriato.

 

Il progetto della sala del sollievo nasce dalla collaborazione di queste persone a me preziosissime:

Damiana Muroni (bed manager)

Paola Nassani (coordinatore infermieristico del Pronto Soccorso)

Andrea Vercelli (direttore F.F. UO Pronto Soccorso)

Droghi Maria Gaetana (responsabile innovazione e sviluppo organizzativo professionale)

Raffaella Bertè (direttore UOC Cure Palliative e rete cure palliative)

Eleonora Rossi (infermiera del Pronto Soccorso)

L’insegnamento della gestione del fine vita è del gruppo SAU della SIMEU che ai loro corsi mi ha insegnato a gestire non solo il dolore acuto, ma anche quello del paziente end-stage in modo corretto e appropriato in un ambiente di emergenza-urgenza dove il fine vita non è sempre facile da gestire (“Terapia del dolore in urgenza e sedazione procedurale: manuale SAU” di Alessandro Riccardi, Fabio De Iaco, Enrico Gandolfo, Mario Guarino, Sossio Serra, Maria Paola Saggese. Edizione 2022).

 

Il nostro progetto è ambizioso e ne siamo consapevoli:

riportare il malato e il suo mondo al centro del percorso di cura, riprendere ad ascoltare le sue esigenze e quelle dei suoi familiari, offrendo loro la miglior cura possibile anche e soprattutto quando si tratta di fine vita in Pronto Soccorso.

 

Citando le parole di Papa Francesco usate in occasione del meeting europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita” il 17 novembre 2017, ci piace pensare che stiamo usando quel “supplemento di saggezza” che ci consente “di evitare l’insidiosa tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

 

Nei prossimi mesi, grazie all’aiuto della dott.ssa Maria Angela Spezia, la sala del sollievo verrà ultimata per creare un ambiente il più “familiare” possibile con nuovi arredi e complementi.

 

Quando non occupata, la sala del sollievo accoglie le vittime di violenza.

 

 

Lo sconforto della Medicina d’Urgenza

agosto 10th, 2022 | NO COMMENTS

di Federico Marini

 

Caro Sistema Sanitario Nazionale,

 

mi presento:  mi chiamo “Medicina d’Urgenza”.

 

Non mi sto presentando per caso, lo sto facendo ora perché, nonostante siano passati oltre 13 anni dalla mia prima apparizione, non abbiamo ancora avuto modo di conoscerci veramente. Quantomeno sembra che la mia presenza sia ancora in penombra rispetto alla restante parte delle colleghe “Medicine” a tuo carico e sento il bisogno di chiarire alcune questioni che, ad oggi, non sono state ben definite.

 

Il mio ruolo è quello di gestire le condizioni acute, riuscire a stabilizzare il paziente riconoscendo la causa che lo ha portato alla mia attenzione ed affidarlo alla collega che ha più esperienza nella gestione terapeutica della malattia. In poche parole gestisco l’emergenza o l’urgenza clinica.

 

Prima di essere “d’Urgenza” però, io sono “Medicina” e come tale mi occupo della persona che ho davanti. Se mi si chiede un bicchiere d’acqua per la sete, offro l’acqua. Se mi si chiede un lenzuolo lo porgo. Se il paziente deve essere spostato in un’altra zona dell’ospedale per ricevere altro tipo di assistenza lo sposto. Nonostante non sia strettamente pertinente alla mia specializzazione, lo è sicuramente per la mia scelta di vita.

 

Ognuna di noi prima di specializzarsi ha scelto di essere “Medicina”, ognuna di noi in un momento della vita ha avuto quell’idea di poter far del bene, perché è da questa idea che nasciamo; dal tentativo di evitare la sofferenza altrui, che è probabilmente il desiderio più puro dell’essere umano.

Anche io come le altre nasco così, pura e sognatrice, combattente ma caritatevole.

 

Probabilmente essendo giovane ricordo ancora molto bene il giuramento di Ippocrate o forse l’appellativo “d’Urgenza” mi porta a correre in aiuto anche quando non sarebbe proprio di mia competenza, fatto sta che l’emergenza pandemica l’ho praticamente gestita tutta io, con l’aiuto di alcune colleghe che, attraverso i media, davano le loro indicazioni…a distanza.

 

Lo so che noi giovani dobbiamo fare la gavetta e che se c’è un problema rognoso, scomodo o semplicemente pesante è l’ultimo arrivato che deve farsene carico; il perché non mi è stato mai completamente chiaro ma “si è sempre fatto così” e lo accetto.

 

Ciò che però digerisco con fatica è la totale assenza di aiuto da parte di chi, come me, ha scelto di aiutare il prossimo, di essere dalla parte del bisognoso, dalla parte dell’essere umano.

 

Le condizioni morbose che portano il malato da noi non sono mai sempre le stesse, lo sappiamo; la collega Igea si occupa proprio della variabilità epidemiologica delle malattie, studiando come l’interazione genotipo-ambiente condizioni quello che poi io ritrovo al triage.

 

Quindi io mi organizzo e segnalo, con il ruolo secondario di sentinella, la variabilità e l’eventuale cambio di incidenza delle malattie di fronte la mia porta.

 

Chi mi conosce sa che sono molto umile, vedo la morte ogni giorno, non riuscirei mai a vantarmi di aver salvato qualcuno quando accanto ne ho persi altri cinque, al tempo stesso riconosco però la mia capacità di adattamento alle condizioni di emergenza, credo di essere nata proprio per questo!

 

Ad oggi però sembra che questa situazione io la stia gestendo completamente da sola. Nella mia unità ho pazienti della collega “Cardiologia” in attesa di coronarografia, instabili, a rischio di vita, buttati in una barella. Ho pazienti della collega “Neurologia” con meningiti batteriche accanto a pazienti immunodepressi. Gestisco pazienti della collega “Ematologia” destinati ad isolamento nel percorso dedicato alle malattie infettive. Osservo occlusioni intestinali che durano settimane senza indicazione da parte della collega “Chirurgia” né ad intervento né ad andare a casa. Curo polmoniti della collega “Pneumologia” mandandoli a casa prima del ricovero. Così come i pazienti con sincope, quelli con scompenso cardiaco con indicazione ad “ottimizzazione terapeutica prima del ricovero”, come se la specialista fossi io. Senza parlare delle polmoniti Covid della collega “Infettivologia”, ma lei lo sappiamo, questo periodo è stata impegnata in diverse trasmissioni televisive, forse sarebbe meglio lasciarla riposare; e così li ricovero da me, con tutte le indicazioni stringenti e soffocanti per evitare la diffusione del virus…che valgono solo in Ospedale.

 

Tutto questo mentre una paziente viene ricoverata in stanza singola, privata per rifarsi il seno.

 

Ciò significa che io, oltre a gestire la fase acuta, sto prendendo il ruolo delle mie colleghe, pur non avendone competenza. Nonostante la megalomania che contraddistingue chi decide di seguirmi, l’assenza di un percorso dedicato e di una valutazione da parte delle colleghe più esperte, non fa altro che danneggiare il paziente, il malato che si presenta in pronto soccorso, ovvero, potenzialmente, ognuno di noi.

 

Il tutto viene gestito mentre sento il terreno tremare sotto le gambe, perché non ho più le forze: chi mi ha scelto è stanco e molte persone mi hanno abbandonato, con le poche unità rimaste faccio fatica persino ad essere “Medicina” … e me ne vergogno.

 

Caro SSN, potrei non riuscire più a gestire tutto questo, se da parte delle “colleghe” e da parte tua non ci sarà una decisa presa in carico delle condizioni a loro destinate.

 

Chiedo una responsabilizzazione da parte di tutta la politica, perché ad oggi, la mia sensazione è che sto gestendo da sola la mutevolezza patologica alle nostre porte.

 

Otto mesi per omicidio colposo

luglio 23rd, 2022 | NO COMMENTS

di Fabio De Iaco

 

Il titolo di giornale è un colpo allo stomaco: “Morto dopo sette ore al Pronto Soccorso, condannato l’infermiere che lo classificò codice verde”.

La condanna: otto mesi per omicidio colposo.

 

Chi conosce il Pronto Soccorso non può non percepire una profonda dissonanza tra l’evento drammatico e l’esito giudiziario: può l’agire personale di un singolo professionista essere l’unica causa punibile del fallimento (vero o presunto, qui poco importa) di un intero sistema?

 

La Medicina d’Emergenza Urgenza (in questo caso il Pronto Soccorso) non può essere banalmente ridotta a un semplice atto medico o infermieristico: è organizzazione, è stratificazione del rischio, è valutazione probabilistica, è continua collaborazione interprofessionale. È un sistema complesso di ingranaggi che consente di gestire decine di milioni di accessi, richieste, visite, ogni anno. In un rapporto numerico tra professionisti e pazienti che, senza l’organizzazione, decreterebbe il fallimento immediato della disciplina.

 

Il triage è l’elemento cruciale del sistema: senza una valutazione professionale della priorità della visita ogni Pronto Soccorso crollerebbe in un’ora. E per questa valutazione occorre una competenza specifica, con buona pace di coloro che disquisiscono di codici e colori senza neppure conoscere la differenza tra i concetti di priorità e gravità. La competenza sul triage è dell’infermiere, che per legge si forma con specifici corsi e applica protocolli complessi, mettendosi sulle spalle la responsabilità dei flussi di Pronto Soccorso. E gli innumerevoli esiti positivi del Pronto Soccorso, quelli che, giustamente, non fanno scalpore e non finiscono sui giornali, sono dovuti anche alla continua e professionale opera degli infermieri di triage.

 

Sono affermazioni banali per gli addetti ai lavori ma diventano necessarie quando, come in questo caso, al clamore mediatico di una sentenza corrisponde la solita ondata di commenti a discredito della professionalità degli infermieri, pronti a coprire di fango un professionista la cui responsabilità sarà comunque ancora oggetto di ulteriori gradi di giudizio.

 

Insomma, che sia chiaro: il triage è competenza di un unico professionista, l’infermiere.

 

Stabilito questo, alcune considerazioni generali sono dovute, pur non volendo né potendo entrare nello specifico di una sentenza di cui attendiamo le motivazioni.

 

Primo: per definire la responsabilità del professionista è necessario rispondere a due domande:

  • C’è stato errore (inteso come deviazione rispetto a protocolli e buone pratiche)?
  • C’è un nesso di causalità tra l’eventuale errore e l’esito infausto?

 

Domande cruciali che generano altri interrogativi, tra i quali:

  • c’è stata qualche decisione non conforme al protocollo aziendale?
  • le informazioni emerse durante il dibattimento erano tutte disponibili al professionista?
  • quali condizioni sono state certificate dalla visita medica (parametri, esami, ecc.)?
  • qual era la situazione di affollamento e quale traffico è stato registrato in quelle ore?

Leggeremo le motivazioni della sentenza.

Ma è un fatto che per rispondere a questi interrogativi è necessaria una profonda e certificabile conoscenza del mondo del Pronto Soccorso. Ma qui, per esperienza comune pluriennale, è lecito immaginare che le consulenze tecniche di cui ci si è avvalsi non siano giunte da professionisti di Medicina d’Emergenza Urgenza.

 

Pongo una semplice domanda: nel corso del processo è stato interpellato un infermiere esperto di triage? O un direttore di Pronto Soccorso? Sarebbe logico giudicare un evento accaduto in UTIC senza una consulenza di cardiologia? O in dialisi senza un nefrologo? Tuttavia quando l’imputato è il Pronto Soccorso ogni altro specialista è autorizzato a fornire pareri tecnici.

 

Secondo: è probabile che il giudizio dipenda da un’interpretazione rigida dei tempi d’attesa correlati al codice di triage. Ma i tempi previsti nei protocolli di triage sono indicativi: obiettivi ai quali mirare compatibilmente con la situazione di impegno dell’intera struttura. La stessa attesa di oltre sei ore per un codice verde (com’è accaduto nel caso in questione) è certamente il risultato di una situazione di affollamento, di carico di lavoro del Pronto Soccorso superiore alle risorse disponibili. Così come non è stata rispettata la tempistica d’attesa per il codice verde, perché si dovrebbe pensare che sarebbe stato possibile per un codice giallo?

 

Terzo: il triage ha subito un’evoluzione migliorativa. Non è un caso se questa Società Scientifica ha licenziato, da anni, nuove linee guida, di concerto con la Conferenza delle Regioni, che ancora attendono di essere applicate diffusamente sul territorio nazionale. Non è azzardato pensare che con il triage a cinque livelli la priorità del paziente sarebbe stata differenziata rispetto alla moltitudine indistinta di codici verdi generata dal triage a quattro codici. E l’insufficienza del sistema non può essere imputata al professionista che applica l’unico protocollo disponibile e validato.

 

In questa storia ci sono vari livelli di lettura: per prima c’è la dimensione umana, dei singoli sfortunati protagonisti.

A partire dalla persona purtroppo deceduta, dai suoi famigliari, dalle persone a lui vicine: la vicinanza e la solidarietà sono, ovviamente, fuori discussione. Pur conoscendola bene, alla morte improvvisa in Pronto Soccorso non ci abitueremo mai, e continueremo a considerarla una sconfitta.

E poi c’è l’infermiere condannato: non c’è alcuna volontà di sottrarci alla valutazione della responsabilità del singolo professionista (non lo facciamo mai, ogni volta che mettiamo una firma o eseguiamo una procedura). Ma una condanna per omicidio colposo è un peso tremendo, al quale ci sentiamo tutti esposti quotidianamente, e del quale non vogliamo immaginare le conseguenze personali e famigliari.

 

Ma c’è un altro livello di lettura, non meno importante: è pensabile continuare a ignorare l’assoluta peculiarità della Medicina d’Emergenza Urgenza? Si può proseguire a trattare l’attività di Pronto Soccorso come quella di qualunque altro reparto dell’ospedale? Possiamo ignorare ancora le enormi difficoltà attraverso le quali i nostri professionisti continuano a fornire un servizio vitale? Si può mettere ogni giorno in gioco la responsabilità dei singoli di fronte alle enormi carenze del sistema?

 

Sono domande che attendono risposte adeguate, dalle quali dipende non solo la sopravvivenza della disciplina, ma soprattutto la disponibilità futura di un servizio insostituibile per la salute dei cittadini.

 

L’importanza di questa sentenza è enorme: in futuro potrà fare giurisprudenza, condizionare i comportamenti, determinare la disponibilità stessa degli infermieri a proseguire in un’attività gravosa, di grande responsabilità, usurante e non valorizzata.

Per tutti questi motivi, ma anche per la vicinanza dovuta a un collega in difficoltà, restiamo accanto al nostro infermiere e gli offriamo totale sostegno.

Happy birthday to the Italian Territorial Emergency Service (118): thirty years of your valuable service.

luglio 8th, 2022 | NO COMMENTS

di Erika Poggiali e Greta Barbieri

 

 

Questo editoriale è stato recentemente pubblicato sull’Emergency Care Journal 2022, volume 18:10689 ed è dedicato con affetto al ricordo dell’amato e stimato collega dr. Vincenzo Rodi, medico del 118 di Piacenza.

 

 

 

 

Emergency Department and 118, “Guglielmo da Saliceto” Hospital, Piacenza, Italy

Sunday 27th March 2022 marked 30 years of activity of the Italian Territorial Emergency Service, also known as “118”, which was officially set up in Italy on 27th March 1992 by a presidential decree, with the aim of creating a single number for sanitary emergencies that would operate 24 hours a day, seven days a week, free of charge throughout the country.

The Bologna train station massacre in 1980 showed the need of a system that went beyond the willingness and goodwill of individuals: coordination was mandatory to provide the best possible care for the type of trauma or injury suffered. It took 10 years before the first 118 unit was set up in Bologna on 1st June 1990 on the occasion of the football World Cup, with the simultaneous activation of this service in Udine. From that moment on, Bologna and Udine were linked for the first time to an operations centre that answered to the single number 118, but it would take another two years for the service to be available throughout the country.

The first service to cover an entire province was set up in Gorizia in 1991, chosen as a laboratory by the Friuli-Venezia-Giulia Region which, together with Emilia-Romagna, was the first region to activate the service. In 1990, “Bologna Soccorso” was still an independent unit, but it was already responding to the 118 number.

The “118” service, as it is today, was subsequently established by the “De Lorenzo Decree” signed by the President of the Republic Francesco Cossiga on 27th March 1992, and published in the Gazzetta Ufficiale n. 76 of 31st March 1992, where the 118 operations centres were also set up in the other cities, based on the innovations introduced in Bologna. It was a truly pioneering service that has evolved over time with the main aim of reducing avoidable deaths and disabilities linked to accidents or sudden pathological conditions, by responding to requests for assistance through a complex fleet of vehicles diversified by type of assistance and coordinated by an operations centre. Operators who answer the single number (112 for 11 Italian regions, and 118 for the others) today can make an initial assessment and then send the most suitable vehicle and professionals for the type of assistance required. The team arriving on site, after stabilising the patient, will take him or her to the hospital that can guarantee the best treatment, which does not necessarily have to be the nearest one. There has been a shift from the “scoop and run” to the “stay and play” model with the emergence of experts, such as doctors and nurses in the 118 service.

From 20th to 27th March, there was a week of celebrations throughout Italy, which began on Sunday 20th March in Rome with a parade of doctors, nurses, rescue drivers, 118 emergency service operators, Red Cross, Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze (A.N.P.A.S) and Misericordie volunteers from all over Italy along Via della Conciliazione to St Peter’s Square, where they attended the Pope’s Angelus. The Roman parade kicked off the celebrations, which were held in all Italian regions, in a programme of events promoted by the scientific societies SIEMS (the Italian Society of Emergency Medical Services) and SIIET (the Italian Society of Territorial Emergency Nurses), by voluntary organisations and by technical and professional rescue associations. For all the week, in the gazebos scattered throughout the country, people were able to meet doctors, nurses, technicians and rescuers, to receive information material, to attend a demonstration of cardiopulmonary resuscitation and try it out on the dummies used for training rescuers, under the guidance of experts. In addition, monuments and symbolic places in various Italian cities were lit up in blue, the colour of the emergency. A meeting was also held in Rome between the scientific emergency societies and the political forces, providing an opportunity to discuss a system that now, more than ever, needs to evolve and become more efficient and homogeneous throughout the country. According to Guido Villa, scientific head of SIEMS, a reform of the 118 system is now necessary. Quoting his words, “a revision of the 118 system is needed to standardise the existing system as much as possible and to take a more modern view, in order to ensure better efficiency and adequate operational effectiveness”. Even today, the Italian 118 system is still affected by many differences due to the territorial policies, that prevent the creation of an efficient and homogeneous system at national level. In order to take a picture of the differences between the various regions, SIEMS and SIIET have conducted a survey in our country outlining the situation of the pre-hospital rescue system in the first six months of 2021. The solutions are well expressed in the Riva Charter, signed in September 2021. The document summarises in 13 points the steps needed for an efficient and homogeneous system at national level, which range from a greater integration with the hospital to coordination between the various professional figures. The Riva Charter determined a “watershed”, since it is for the first time ever a shared document drawn up with all the actors of the territorial emergency system: physicians, nurses, scientific societies, rescuers, federations, voluntary associations (Croce Rossa, A.N.P.A.S. and Misericordie d’Italia).

The COVID-19 emergency has taught us that this reform must be carried out rapidly through a single centralised system, that corrects immediately the territorial inhomogeneity. Although they have a crucial role in the natural history of the patient, territorial emergency physicians do not see their position adequately valued. This is determined by the complete dichotomy existing between the territorial system and the hospital system in most of Italian areas. A particular mention goes to the world of volunteering, a reality widely spread in the Italian territory, that represents a great cultural wealth and a working resource in the context of the territorial emergency. However, this figure must be correctly framed with specific legislation.

Mario Balzanelli, the national president SIS118, said that “the 118 Territorial Emergency System is an asset of the nation, it is an asset of each and every one, inalienable, because 118 is the country’s life-saving shield”, and as doctors working in our regional 118 service, we strongly believe in these words. We hope that the reform will standardise the work of 118 personnel and guarantee the correct recognition of all the professional figures (doctors, nurses, rescuers) who are the basis of the stability and professionalism of the Italian 118 service.

 


Figure 1. Rome, 20th March 2022 (courtesy of Enrico Lucenti, 118 Piacenza, Emilia-Romagna).
Figure 2.
Piacenza, Palazzo Gotico, 26th March 2022. The 118 Service of Piacenza

 

 

 

 

 

Leggi anche:

http://www.ausl.pc.it/news/1055/emergency-care-journal-l-editoriale-firmato-da-erika-poggiali.html

https://www.facebook.com/399163806842963/posts/pfbid02b49QmaB5TGyqZEdcByoyvF2YVz5KG7cBSCLXUYRM2EkPhW6g9SMJ2keE5EWRdCXwl/

Considerazioni su un “genere” particolare

giugno 23rd, 2022 | NO COMMENTS

di Maria Pia Ruggieri

 

Tema moderno e attuale è la “salute di genere”.

Ma cos’è la “salute” di “genere”?

 

E’ il benessere psichico e fisico di un individuo, la salute, il risultato dell’influenza di differenze biologiche, socio-economiche e culturali: il genere.

 

Ma esiste anche un “genere urgentista’?

E quali sono le varianti che condizionano la “salute del genere urgentista’?

 

Intanto definiamo “urgentista”.

E’ un professionista appassionato dell’idea che – in poco tempo con tutte le proprie conoscenze e competenze e soprattutto con grande umanità – si deve salvare una vita, si deve alleviare la sofferenza di un individuo, si deve comunicare la perdita di una persona cara ai familiari, si deve gioire e piangere nello stesso tempo. Si deve fare tutto quello che si può per tutti coloro che bussano alla porta del Pronto Soccorso, per tutti coloro che richiedono l’intervento di una ambulanza, sempre: di notte, di giorno, durante le festività e durante le ferie degli altri.

 

Ecco, il “genere urgentista” è questo:

un misto di emozioni, nozioni, competenze pratiche, flessibilità e capacità di adattamento, nelle situazioni più difficili e più complesse, vissute come una sfida da vincere per il malato; un professionista con il camice vissuto dopo un turno, con la mascherina oramai incollata sul viso, con le rughe e le occhiaie scolpite sul volto dopo un turno di notte, con il cuore gonfio di dolore dopo una vita persa, con il cuore esplosivo di gioia per aver ridato il sorriso a qualcuno.

 

Le varianti che condizionano la salute dell’urgentista – quella che dovrebbe essere il benessere psichico e fisico in situazioni già complesse per tipologia di lavoro – sono le risorse a disposizione (operatori sanitari, colleghi, strumenti, farmaci, tecnologia, ….), l’ambiente attrezzato (sala dell’emergenza, reparto di medicina d’urgenza, letti monitorizzati di subintensiva, osservazione breve intensiva in PS,…), il riconoscimento della professionalità da parte degli altri colleghi specialisti, delle direzioni aziendali, dei cittadini.

Dico “riconoscimento della professionalità” e non “dell’eroicità” perché di eroico non ci sarebbe davvero nulla se si facesse semplicemente il proprio lavoro – quello scelto – nelle condizioni previste per quella attività.

 

E invece cosa succede oggi?

Il “genere urgentista” purtroppo non gode di buona salute.

E’ demotivato, stanco, afflitto perché non trova corrispondenza tra la scelta motivazionale fatta e quello che è la realtà in cui lavora.

Le varianti infatti sono solitudine, tanta fatica, tanti rischi, aggressività, nessun (o scarso) riconoscimento, risorse non sufficienti.

 

Se il “genere urgentista” si è gravemente ammalato anche il servizio pubblico del PS e del 118 rischia di ammalarsi irreversibilmente. Salviamo il PS ed il 118 e tutti gli operatori che ci lavorano.

Proviamoci! Non molliamo!

 

La dott.ssa Ruggieri al XII Congresso Nazionale SIMEU

Lavorare in emergenza urgenza spesso ti frega.

giugno 5th, 2022 | NO COMMENTS

di Giorgia Cammarata

 

Potrà sembrare strano, ma ci si ritrova a lavorare in ambito dell’emergenza-urgenza per svariati motivi. Ad alcuni sarà capitato dopo aver visto una delle tante serie tv, ad altri per famigliari o conoscenti operanti già nello stesso settore, qualcuno dopo un tirocinio durante il corso di studi, oppure semplicemente per caso perché consapevoli che trovarsi in prima linea ad aiutare il prossimo è qualcosa che spesso ti porta ad una condizione di appagamento e di grande benessere.

Indubbiamente è una scelta che può piacere o non piacere, ma se piace, molte volte ti porta ad una condizione irrinunciabile.

Tanti potrebbero essere i motivi per non farsela piacere: turni massacranti e senza soste, aggressioni verbali, fisiche e anche psicologiche. Poi situazioni drammatiche davanti al finevita, condizioni di competizione professionale e, di non minor importanza, una remunerazione assolutamente inadeguata.

 

Eppure se piace, basta una sola e ben riuscita rianimazione per farti capire quanto è particolare e travolgente lavorare con pazienti estremamente critici.

Mi sono chiesta più volte se lavorare in emergenza è una scelta o è l’emergenza che sceglie te. Ti pone davanti a continue sfide, ti porta a ripudiarla in continuazione, ti sfinisce, ti annoia, ma poi si sa che è difficile riuscire a lavorare in un contesto diverso.

 

Lavorare in emergenza significa spesso rimanere fregati.

 

Fregati dal tempo, che inesorabile passa e scandisce tutto. Dal momento in cui timbri e sai che possono succedere tante cose o niente, al fatto che esso stesso sarà il tuo nemico più grande contro cui dovrai lottare. La sconfitta non è prevista, o quasi, ma è quando avviene che forse restano i segni peggiori. Quei segni che ti portano metterti in discussione facendoti sentire terribilmente impotente.

Fregati nel cuore: per le forti scariche di adrenalina ogni volta che ti ritrovi in una situazione critica che, anche col passare del tempo, sono sempre le stesse. Poi l’affetto ti lega ai colleghi con cui condividi le battaglie di ogni turno.

Fregati nella mente: più sai e più vorresti sapere e non smettere mai di imparare, aggiornarsi, cambiare piano improvvisamente. Mente che non saprà più stare senza un algoritmo. Poi interviene il grande desiderio di conoscenza e di imparare. Imparare che ogni emergenza non è mai uguale a un’altra; imparare che e è solo la condivisione della tua serenità che può dar sollievo ad un paziente spaventato; imparare dal collega che ha più esperienza di te e ne ha viste tante più di te; imparare quanto è fondamentale il gioco di squadra, ma in particolare imparare a valorizzare la sacralità della vita per tutte le volte che hai lottato tanto per mantenerla ed è andata male.

 

Lavorare nell’emergenza significa anche lottare per farsi valere, per far capire quanto è difficile, dinamico, instabile e precario il filo che al giorno d’oggi ci tiene legati ad essa e che troppo spesso si tende a svalorizzarla.

Lottare per far capire quanto possa essere gratificante lavorare in reparti di emergenza, ma che non può più bastare che lo sia solo a livello personale.

Lavorare in emergenza è una battaglia quotidiana alla vita che imperterrita, come la vita stessa, ti pone davanti ad infinite sfide.

 

 





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