IL BLOG DI SIMEU

 

L’importanza dell’EMERGENCY MEDICINE DAY

luglio 19th, 2021 | NO COMMENTS

Da alcuni anni il 27 maggio si celebra nel mondo la Giornata Internazionale della Medicina di Emergenza e Urgenza: l’EMDay– Emergency Medicine Day. L’iniziativa è nata grazie al lavoro della Società Europea in Medicina di Emergenza (EuSEM) nella data corrispondente alla sua stessa fondazione avvenuta il 27 maggio 1995. Ha un’ ideatrice italiana, la dott.ssa Roberta Petrino, attuale Consigliere Nazionale SIMEU che lo ha fortemente voluto nel periodo della sua Presidenza EuSEM.

Lo scopo principale dell’EMDay è promuovere conoscenza e cultura della disciplina sottolineando l’importanza di avere servizi di Emergenza e Urgenza competenti e ben organizzati, del loro utilizzo consapevole e del grande valore che essi hanno in sé in termini di riduzione della morbilità e mortalità in casi di situazioni sanitarie di emergenza.

Con l’emergenza Covid è risultato evidente quanto l’attività di pronto Soccorso abbia fatto da argine ad un fiume in piena, pur con le note e croniche difficoltà di personale e di struttura.

Abbiamo intervistato la dott.sa Petrino.

Per capire occorre conoscere. Questa la grande sfida dell’ EMDay: sensibilizzare opinione pubblica e decisori.

Come spiega alle persone che cos’è la Medicina di Emergenza-Urgenza?

E’ la disciplina specialistica che garantisce la prima valutazione, la stabilizzazione e la cura  nelle prime fasi di ogni patologia acuta o trauma, sia nella fase pre-ospedaliera che intraospedaliera. Si occupa anche di risposta alla maxiemergenza in collaborazione con molti altri attori, incluse le pandemie. Le strutture di lavoro sono i mezzi di soccorso pre-ospedaliero (ambulanze, auto-mediche, elicottero), i Pronto Soccorso con l’Osservazione Breve Intensiva (OBI) e le terapie Subintensive.

Perché secondo Lei è cosi poco “riconoscibile” rispetto le altre specialità della medicina?

E’ un problema culturale della popolazione, perchè fino a 20-30 anni fa a seconda delle diverse regioni, il Pronto Soccorso era un luogo in cui i pazienti in condizioni di acuzie venivano accettati e poi smistati ad altri specialisti, e solo i pazienti in pericolo di vita venivano valutati dall’anestesista. Da molti anni la Medicina di Emergenza e Urgenza si sta sviluppando come disciplina specifica – in tutto il mondo – con le proprie competenze che sono uniche e che hanno permesso, dove ben sviluppate, di ridurre la mortalità e la disabilità dei pazienti.

Si sottovaluta la forza e l’importanza di ciò che medici e infermieri del Pronto Soccorso fanno, nel primissimo luogo di accesso agli ospedali?

In molti casi sì perchè purtroppo è ancora vivo il concetto che al Pronto Soccorso “si passa” e non si viene curati. Invece da tempo ormai il Pronto Soccorso è il luogo in cui si viene valutati e immediatamente classificati per gravità o rischio di evoluzione sfavorevole, si viene trattati in urgenza, viene quasi sempre fatta una diagnosi precisa, spesso si dimettono i pazienti dopo un periodo di trattamento o osservazione in OBI . Grazie allo sviluppo delle OBI si sono negli anni ridotti moltissimo i ricoveri aumentando l’appropriatezza.

Perchè si sceglie di lavorare in Pronto Soccorso?

Normalmente per passione, chi sceglie l’Emergenza-Urgenza la ritiene la disciplina in assoluto più interessante. Si vedono pazienti e patologie di ogni tipo, quindi se l’attività di medico ti appassiona per davvero è questo il posto più adatto. E’ sfidante, toglie ripetizione e continuità della cura perchè i pazienti passano e rimangono poche ore, al massimo pochi giorni e non si sa mai di cosa avrà bisogno il prossimo paziente. E poi è un grandissimo lavoro di squadra!

 

Nella foto di Lella Beretta da sinistra Michela Ghisio (Infermiera di Emergenza-Urgenza), Roberta Petrino (Direttore Unità di Emergenza-Urgenza Ospedale S. Andrea di Vercelli), Roberta Marino (Medico di Emergenza-Urgenza), Patrizia Vacca (Infermiera di Emergenza-Urgenza).

E un posto al sole ancora ci sarà!

giugno 25th, 2021 | NO COMMENTS
di Mario Guarino

I tatuaggi, disseminati sul corpo emaciato, sono o tanti. Tutti monocromatici tranne quello sul collo che rappresenta una specie di diamante. Ma la scritta sull’avambraccio di sinistra spicca più di tutti. Sembra risaltare tra le macchie della pelle dovute alla terribile malattia. “Vichinga Vichi”, in un pessimo corsivo e di un bluastro sbiadito  che denuncia una qualità per nulla eccellente.

Aveva fatto capolino, nel pronto soccorso, un freddo giorno di febbraio. Il centodiciotto era stato allertato dalla responsabile del centro di accoglienza presso il quale aveva trovato un letto da qualche giorno. Il braccio e la gamba non le muoveva più e le parole erano meno comprensibili del solito. Certo, neanche prima Vichi si esprimeva bene, colpa dell’assenza di gran parte dei denti e del fatto che era straniera, ma si faceva capire eccome. Quella mattina no. Anche lei avvertiva che era accaduto qualcosa di grave.

“Donna, quarantasei anni senza documenti, viene trasportata in pronto soccorso per emiplegia brachio-crurale sinistra non databile.  Parametri vitali nella norma, Cincinnati positivo, codice giallo”.

La valutazione di Valerio al triage era stata tanto fredda quanto perfetta e l’accesso in sala gialla avvenne dopo pochi minuti. “E’ fuori finestra”. Le parole uscirono di getto dalla bocca di Natja come a voler sottolineare la perdita dell’unica opportunità. Andava a puttane la possibilità di fare la trombolisi nel tentativo di liberare l’arteria cerebrale occlusa e recuperare il danno motorio. Il senso di frustrazione, si palesava con una frase dal sapore romantico che faceva riferimento al tempo trascorso dall’inizio dell’evento. Le linee guida erano chiare, passate quelle ore dall’insorgenza dei sintomi, il rischio emorragico era nettamente superiore alla possibilità di successo di sciogliere il trombo.

Ma la storia di Vichi era ben più complessa.

AIDS, diagnosi conclamata e non solo sieropositività. Fino a qualche mese prima andava con l’autobus all’ospedale di malattie infettive per fare i controlli e le terapie necessarie. La pandemia aveva complicato tutto, l’ospedale era stato trasformato in Covid e gli ambulatori chiusi. Anche tra i virus c’è chi vince e chi perde.

La strada era stata la sua casa fino alla malattia. Poi aveva trovato un letto in quel centro. L’AIDS le aveva tolto l’immunità e le aveva donato la priorità. Ma proprio ora che aveva trovato un tetto era “fuori finestra”. La vita è bizzara come i capelli di Vichi, esili di natura e scolpiti da sforbiciate improvvisate. Da allora nessuno la vuole. Vichi non esiste per il mondo dei diritti. In quanto senza fissa dimora non può andare nelle strutture di riabilitazione. Siccome ha bisogno della fisioterapia nessun centro di accoglienza la prende. Poi l’AIDS peggiora il tutto. Le lungodegenze rifiutano la richiesta di trasferimento perché, a dir loro, “non attrezzate a gestire i pazienti con AIDS” e le residenza per anziani non accettano persone che hanno meno di sessantacinque anni.

Gina impazzisce, ma non si arrende. “Embè fosse l’ultima cosa che faccio prima di andare in pensione tra un mese, io un posto glielo trovo”. E’ l’assistente sociale dell’ospedale. Con la naturale eleganza e bellezza dei suoi anni portati splendidamente, Gina è feroce con le carte e la burocrazia, e che non si arrenderà lui ne è certo.

L’altro avambraccio di Vichi ospita un tatuaggio con il nome di Fabri Fibra. “Mi piace assaje”, risponde alla domanda fatta solo con gli occhi dal medico curioso durante il giro. Quell’assaje è il segno di un’altra infezione fatta di inflessioni dialettali trasmesse a dallla sua nuova città. “Perché no piace a te Fabri Fibra?” Chiede di tutto punto al medico curioso, relegandolo all’angolo della risposta. “A me no ma…” “e Clementino? A me piace assaje pure Clementino, è forte lui dai…”, “beh si Clementino piace anche a me”. ”Azz tenevamo il primario rap e non lo sapevamo”, aggiunge sottovoce Gennaro l’operatore socio-sanitario dal giallo dei suoi baffi intrisi di nicotina e catrame.

Il tempo di finire il giro, organizzare gli esami da fare secondo le diverse priorità, ed i bicchierini di plastica, ripieni a metà con il caffè appena fatto da Gennaro, riuniscono il gruppo in una breve pausa. Appena un sorso e, preso da un’illuminazione, lui telefona alla sua amica Francesca, giornalista e molto conosciuta nell’ambito musicale. La richiesta è semplice, far sentire meno sola Vichi. Lei conosce cantanti ed attori grazie alla sua professione, hai visto mai?

Napoli ti sorprende per la rete. Ne ha discusso tante volte con il suo amico scrittore. I rapporti, tra le persone che hanno i piedi nel mare, hanno un peso specifico diverso. Come se Partenope tenesse uniti i suoi figli attraverso i lunghi e folti capelli.

Basta poco”, ripete al telefono, “magari un saluto” e dopo qualche ora arrivano il video dell’attore Ciro Giustiniani e della cantante Monica Sarnelli.

Vichi è felicissima. Chiama accanto a se Maurizio, il suo infermiere preferito, per vedere e condividere quei video. Sorride a gengive esposte. Monica Sarnelli le dedica la canzone che fa da sigla ad una famosa fiction da ben venticinque anni e che le ha portato fortuna con l’augurio che ne porti un po’ anche a Vichi, la vichinga.

Ah a proposito…”, chiede il medico curioso, “i vichinghi sono forti, quindi anche Vichi lo è”. “Si”, risponde certa e precisa, “i vichinghi sono forti, ma muoiono presto!

Il display del telefonino lascia andare il refrain della canzone di Monica, lasciando ammutoliti ed attoniti tutti nella stanza di ospedale che fa da casa a Vichi, “…se questa vita siamo noi, lascia le cose che non vuoi. E’ così poco il tempo per amare, e un posto al sole ancora ci sarà!

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giugno 16th, 2021 | NO COMMENTS

Cari Associati
nell’ambito del progetto di ristrutturazione dell’ecosistema social, abbiamo deciso di ripristinare anche il BLOG DI SIMEU la cui attività si è fermata all’ 8 novembre 2018.
L’idea è di mantenere, per ora, la forma visuale sobria che ha caratterizzato lo strumento sin dagli inizi introducendo però indici di novità sulla gestione dei contenuti.

Vorremmo infatti che diventasse una piattaforma espressiva comune, aperta a tutti i soci SIMEU dell’anno di riferimento, offrendo una opportunità di pubblicazione dei propri articoli che devono essere consegnati alla redazione utilizzando la mail ufficio.stampa@simeu.it inserendo in oggetto la dicitura “BLOG DI SIMEU”.

I contenuti verranno vagliati applicando i principi etici della società scientifica ma si garantisce che libero pensiero, creatività, diritti e responsabilità su quanto affermato saranno riconosciuti esclusivamente al firmatario. La redazione avrà cura di inserirli all’interno del piano editoriale in funzione del materiale ricevuto.

il BLOG si rinnova quindi nella modalità di gestione degli articoli con l’intento di ampliare tipologia e categoria di argomenti. La nostra speranza è che si evolva in un prezioso strumento di comunicazione, un open magazine a tema emergenza-urgenza per tutti coloro che desiderano divulgare i propri studi, pensieri, esperienze, proposte, posizioni, racconti..

Ogni mese IL BLOG DI SIMEU sarà aperto da uno scritto di un componente del CDN e/o dell’Ufficio di Presidenza per creare vicinanza con gli iscritti ma non sarà mai utilizzato come strumento politico o di propaganda dei singoli consiglieri e/o del gruppo.

Il lancio è stato affidato al Segretario Nazionale dott. Mario Guarino che, come è noto, è un vero appassionato di storie e di scrittura. A breve un suo racconto.

Auspicando un ampio coinvolgimento da parte di tutti voi, non mi resta che augurare buona navigazione e buona lettura!
Dott. Salvatore Manca _ Presidente Nazionale SIMEU

Simeu fra le società scientifiche accreditate dal ministero per produrre Linee guida

novembre 8th, 2018 | NO COMMENTS

La Società italiana della medicina di emergenza-urgenza è nell’elenco dei soggetti accreditati per produrre e diffondere linee guida su temi sanitari di interesse nel proprio ambito di attività.

Si tratta di un importante risultato nel consolidamento dell’identità della società scientifica, che si conferma così punto di riferimento per la disciplina della medicina di emergenza urgenza nazionale.

L’elenco, che comprende 293 fra tra società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, è stato pubblicato sul sito del ministero della Salute. Ne fanno parte coloro che hanno superato la valutazione amministrativa basata sulla presentazione di uno statuto che rispondesse ai requisiti richiesti dal ministero, fra cui, di fondamentale importanza, l’assenza di finalità di lucro e l’esplicita dichiarazione di attività non sindacale. Quest’ultimo requisito ha comportato necessariamente la decisione di Simeu di uscire da aggregazioni di settore, che avessero fra i loro scopi anche un’attività di tipo sindacale.

La necessità dell’accreditamento ministeriale per la produzione di linee guida deriva dalla Legge Gelli sulla Responsabilità professionale, che  in merito recita: «qualora l’evento avverso si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto» e dal successivo decreto ministeriale del 2 agosto 2017 che definisce requisiti per l’accreditamento.

L’elenco sarà aggiornato ogni due anni.

Qui l’elenco completo delle società accreditate.

A chi giova?

ottobre 18th, 2018 | NO COMMENTS

La posizione Simeu sul procedimento disciplinare Omceo in Emilia Romagna

 

La Società Italiana di Medicina d’Emergenza-urgenza assiste con preoccupazione e stupore ai fatti riportati dagli organi di stampa, relativi ai provvedimenti assunti dal Presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Bologna nei confronti dell’Assessore alla Salute della Regione Emilia Romagna. 

Ciò che più stupisce è che una questione che era già stata affrontata nel merito al momento della pubblicazione dei protocolli oggetto di discussione, sui quali la posizione della Società Scientifica era già stata chiaramente espressa, riemerga oggi, ad anni di distanza, con l’avvio di un provvedimento disciplinare relativo non già alla condotta professionale di un collega, ma alla sua attività in campo politico e amministrativo.

L’integrazione operativa tra le professioni medica e infermieristica finalizzata a garantire la miglior assistenza possibile al cittadino, rappresenta da sempre non solo un obiettivo fondamentale per SIMEU ma anche un modello di riferimento per tutto il sistema di emergenza urgenza. 

Quanto accade oggi a Bologna nulla aggiunge al doveroso e impegnativo dibattito sull’argomento, assumendo esclusivamente la connotazione di un’azione politica dettata da esigenze che appaiono del tutto indipendenti dall’obiettivo ultimo della Società Scientifica e di tutti i professionisti coinvolti: il miglioramento dell’assistenza in condizioni di emergenza urgenza. 

Al contrario rischia di spostare attenzione ed energie dai temi veramente importanti che sono rappresentati appunto dallo sforzo comune di un approccio multiprofessionale, nel rispetto delle reciproche competenze,  integrato ma anche proporzionato alle specifiche necessità dei pazienti, equo e sostenibile.

Di certo non giova a noi professionisti e tantomeno ai nostri pazienti.

 

L’Ufficio di Presidenza Simeu

Gli anziani, pazienti di serie A degli ospedali

ottobre 10th, 2018 | NO COMMENTS

La necessità di percorsi ad hoc dal Pronto Soccorso alla Geriatria, una collaborazione fra SIMEU e SIGOT

 

I pazienti ultra ottantenni in Pronto Soccorso nel 2005 erano l’8% del totale degli accessi, nel 2015 avevano raggiunto il 12% e negli ultimi anni il trend si conferma in aumento. Il dato risulta dal monitoraggio del fenomeno condotto da SIMEU, Società della Medicina di Emergenza Urgenza, che insieme a SIGOT, Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio, presta al problema un’attenzione particolare.

SIMEU e SIGOT stigmatizzano eventuali tentazioni di confezionare, per le persone anziane, una sanità a diversa velocità che preveda, per esempio, strani “filtri” di accesso al Pronto Soccorso, del tutto diversi da quelli dedicati alla generalità della popolazione.

Nella stragrande maggioranza dei casi gli accessi in Pronto Soccorso delle persone anziane non sono accessi inappropriati (che sono molto più frequenti nei giovani-adulti), ma richieste di salute a cui il Pronto Soccorso prima e i reparti di Geriatria poi dovrebbero dare la risposta più adeguata, nel più breve tempo possibile: dall’analisi dei codici di accesso emerge chiaramente che gli anziani in genere si rivolgono al Pronto Soccorso per patologie gravi, complesse e urgenti, le quali nella maggior parte dei casi giustificano il ricovero. Nel corso della successiva degenza ospedaliera, una metodologia assistenziale “dedicata”, come quella che viene operata nei reparti di Geriatria, è in grado di migliorare gli esiti clinici alla dimissione, come dimostrato da fortissime evidenze scientifiche internazionali. È necessario poi che alle cure del caso acuto in ospedale faccia seguito un percorso di cura sul territorio, che quindi deve attrezzarsi per facilitare la dimissione dagli ospedali di pazienti stabilizzati ma ancora bisognosi di cure.

 L’ Italia è uno dei paesi più vecchi del mondo  – dichiara Filippo Fimognari, presidente SIGOT  e con la crescita del numero assoluto di over 80, aumentano anche gli anziani malati e ‘fragili’, affetti da molteplici malattie croniche. Sono proprio questi i pazienti più a rischio di sviluppare peggioramenti acuti e imprevedibili, che spesso rendono indispensabile il ricorso a Ospedali moderni e attrezzati“. 

Gli anziani – sottolinea Francesco Rocco Pugliese, presidente SIMEUmeritano sempre un’attenta osservazione di Pronto Soccorso, che consenta ai medici dell’emergenza di assumere decisioni cliniche ben ponderate, spesso molto impegnative”.

Le due società scientifiche hanno costituito un gruppo di lavoro congiunto SIGOT-SIMEU, che sta lavorando da alcuni mesi con l’obiettivo di produrre un documento di indirizzo che, partendo da chiare evidenze scientifiche, declini i punti qualificanti che dovrebbero caratterizzare il percorso del paziente anziano dall’ingresso in Pronto Soccorso e in Ospedale fino alla dimissione, con il presupposto che il ricorso dei pazienti anziani ai servizi di emergenza-urgenza è quasi sempre appropriato e legittimo.

Capitani e pionieri

settembre 27th, 2018 | NO COMMENTS

Storie di viaggio dalla Summer School Simeu

di Aurora Vecchiato, veneziana e specializzanda Meu di Sassari

 

Cristina Runzo, prima classificata Photocontest Summer School Simeu 2018

“Oh, io adoro Lucio Dalla…”

“Si anch’io, poi non mi giudicare ma mi piacciono anche le sue canzoni degli inizi inizi.”

“Tipo?”

“Guarda, aveva fatto questo musical imbarazzante per bambini, a vent’anni; aspetta, te la canto, fa più o meno così…”

Quando mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla Scuola Estiva Simeu, ho avuto un po’ la sindrome della pagina bianca. Sono stati cinque giorni nella stupenda rocca di Bertinoro, ma son sembrati due settimane. Troppe ore, troppe cose. Di che parlo?
Sto tornando in treno da sola. Ho appena salutato i miei colleghi specializzandi e specialisti alla stazione di Bologna, ci siamo abbracciati come se ci conoscessimo da chissà quanto, promettendoci di rivederci prestissimo. Che scrivo? Mi è venuta in mente l’immagine di me che canto con Giulia, al crepuscolo, dirette verso cena. Lei è un’apolide, figlia come me, come quasi tutti noi, del concorso nazionale, un senso dell’umorismo disarmante. 

“Ma se ti va, vieni con me, già lo sai, c’è ancora molto da fare!… Io con te, scommetterei che riuscirei… a far girare il mondo più in fretta…“. Faccio pure lo stacchetto col piede.

Giulia è quella che mi aveva appena dato una lezione sui criteri della TV, uno sguardo azzurro e serissimo mentre mi interrogava dal niente tra le sedie dell’aula. Ed eccola là, ora stava cantando con me Dalla e Mina, balletto annesso, basso tasso di dignità. Si chiama multitasking. Ho pensato alla goliardia di Stefano, neo specialista, MSF nell’animo, e al suo bambino con la bella sutura della lingua fatta serenamente in PS, sotto ketamina, da solo. Il sarcasmo di Matteo, la modestia di Alessandro, la simpatia di Valerio, l’orgoglio di Laura, la risata di Alberto, di Francesca, di Monica. Ho pensato a Maria Francesca, la stessa che insegnava taranta alla festa di chiusura, mentre mi raccontava con gli occhi luccicanti la corsa in sala di un arresto con rottura di aneurisma. IO, adrena, trasfusione massiva, massaggio fino in sala, dai, dai, aprono, clampano, è vivo, è vivo ca**o, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo! 

Mi tremano i polsi. 

La mostruosa tenuta fisica di Idanna, la nostra pediatra d’urgenza, congresso USA, volo, trasferta, lezione. Verosimilmente sveglia da 40 ore, eppure saltava più di noi e rideva, birra in mano, tra gli infermieri MEU indiavolati. Io scherzai: “Non sono così gli eventi delle altre specialità, eh?” Lei, forse non pensandoci realmente, rispose continuando a saltellare: “No, per niente. Ma sai, è il pronto soccorso, che fa la differenza

Bam. 

Tema: “E’ il pronto soccorso che fa la differenza”. Analizza e commenta in 1500 parole questa frase.

Quando, alla prima sera, alcuni dei pionieri della medicina d’urgenza italiana ci chiesero in cerchio “chi fossimo”, l’imbarazzo era palese. Perché la verità non era la figuraccia in sé, è che è veramente difficile raccontare a degli sconosciuti non che sei innamorato, ma perché sei innamorato. Di fatto condividemmo le nostre storie d’amore, come a un improvvisato corso prematrimoniale. 

L’ordine dell’uomo sul caos, la mano con la fiaccola nel buio. Aveva lo sguardo cristallino, determinato, Anna Maria Ferrari, mentre lo esprimeva. Una volontà pura come una retta, nell’entropia del mondo circostante. Si commosse appena, mentre ricordava il bel sorriso di Vito Giustolisi, cui la nostra scuola è dedicata. Manifestava la sua pacata fierezza anche Gian Alfonso Cibinel, mentre ricordava il passato; quello che ci viene sempre ricordato da chi ci vorrebbe, dopotutto, ancora così: gli uscieri dell’ospedale, quelli che “vabbè, ma non è il tuo ambito”. L’emotività disarmante di Patrizia Vitolo, l’unione delle forze in un perenne lavoro di squadra, o, come direbbe lei, di orchestra.

Io stavo cercando un modo elegante per esprimermi. Faccio una battuta? No, con le battute faccio pena. Vabbé, ma non fare figuracce, Aurora. “Ciao a tutti, mi chiamo Aurora, e l’unica cosa che mi giurai da piccola è che mai, mai avrei fatto il medico”. Ecco, ora sotterrati o almeno spiega perché sei a rubare ossigeno in quell’aula. Mi trema la voce, mi dispiace che mi tremi la voce.

Quell’unica, singola frase di mia madre, mentre ero per la prima volta di notte in un ospedale, mano nella mano della mia ammalata. Una strada già segnata verso il giornalismo, il colloquio già passato nella scuola d’eccellenza dove “tutti vogliono andare”, e io che mi sentivo piccola e stupìta. Come i personaggi dei quadri romantici, in riva ad oceani rabbiosi, o su montagne disabitate. Piccola come una bambina in un’enorme cattedrale gotica, dove echeggia tutto. Piccola, piccola, infinitamente piccola.

Ti piacciono tanto le storie. Ma allora perché invece di andare in giro a raccontare quelle degli altri, perché non provi a farle tu? Perché cercarle, quando verranno da te?

E per anni infiniti mangiare amarissimo sui libri di medicina, pensando sempre di abbandonare, delusa come poche cose al mondo dal tipo di medicina che mi veniva ogni giorno proposto. Poi, il primo tirocinio in PS, la prima notte. 

Sei del mattino. Caffè in mano. Alle volte, l’ingresso dell’ospedale di Padova mi ricordava un’enorme nave. Specie quando mi giravo, e lo vedevo così, come un semicerchio luminoso, perso nel buio della città che sembra sparita. Non so se andate per mare. C’è sempre quel momento, quando si naviga di notte, che a trecentosessanta gradi non vedi altro che nero sopra, nero sotto. Alle volte immaginavo che il rumore delle ambulanze di notte fosse un lungo fischio, un richiamo per sottomarini, per altre navi, perse in quella oscurità come noi. E dentro chi poteva, dormiva, chi non poteva parlava col vicino, sacramentava, chiamava la mamma o Dio.

Mi sporsi dalla ringhiera, guardai giù come se fossi sopra il ponte della nave. E là, il Pronto Soccorso, che gran valzer!
Gente che veniva a morire, gente che stava per nascere, gente che stava per morire che avrebbe salvato qualcun altro, gente che semplicemente lavorava e beveva il caffè abituata a tutto questo.

Chissà cosa penseranno i nostri nipoti o anche solo i nostri allievi di questi modi preistorici di mantenere in vita la gente, di lenire il suo dolore, di cercarvi rimedio. Chissà se sembreremo insolitamente avanzati, o quasi barbari, cannibali, che con cuori ancora battenti ci alziamo in volo alle prime luci dell’alba perché in un’altra nave qualcuno ha iniziato ad operare.

Io ero lì, per la prima volta spettatrice. La potenza di qualcosa che tutt’ora non comprendo del tutto si stava esprimendo, continua ad esprimersi, indifferente di me e dei miei studi, sgorga il sangue come i torrenti, battono i cuori come i terremoti, precipitano i parametri come le valanghe. 

E mi chiesi sul bordo di questa nave se non avessi paura.

Certo che avevo paura. Certo che ho paura, certo che avrò paura. Questa è peggio di una guerra, almeno in guerra c’è una strategia umana, una logica comprensibile. Qui si sfida l’ignoto ogni istante, e bisogna renderlo a misura d’uomo, calpestabile, respirabile, abitabile. Qui dentro alla nave ci mettiamo le tendine e le lenzuola all’ignoto, i fiori, i cioccolatini, le calzette per i nati prima del tempo. Sfidiamo le onde e i maremoti, sguardo fisso avanti, in mano siringhe e saturimetri, il pranzo smezzato con l’infermiera preferita, la bottiglietta d’acqua accanto al computer, dottò lo vuoi un altro caffé?. Forse nel futuro davvero, grazie ai telomeri ci diranno quando saremmo destinati a morire, come lessi in un racconto da ragazzina; avremo cuori in titanio e nervi di sottili fibre ottiche, e a noi ci penseranno gli ingegneri, non i medici e gli infermieri.

Forse.

Per ora il dolore, la paura e la morte ci investiranno di colpo, e ci sarà sempre qualcuno di noi che dovrà anche imparare a dirlo ai pazienti o ai parenti, col sudore sulla fronte e sotto le braccia, e poi, chissà, sentirsi poco professionalmente fragili se viene voglia di abbracciarli e di piangere insieme.

È l’ultima sera, siamo sempre nella rocca di Bertinoro. La terrazza rinascimentale sta diventando rosa col tramonto. Sono passati cinque giorni di ecografia, trauma, pediatria, ventilazione, emogas, cardiologia, radiologia, chirurgia, medicina legale… Guardo fisso Alessandro, che, seppur estremamente bravo, stordito dalle infinite cose che sono richieste d’avere nello spazio di una sola scatola cranica, si siede sul muretto e chiede: “Ma voi pensate che alla fine faremo davvero i medici d’urgenza? Alle volte…”. 

Tace, guarda lontano. Capisco, è la mia stessa atroce sensazione, ad ogni fallimento. La stessa sensazione che Alessandra con candore ha comunicato al suo turno di parlare. Alle volte sembra impossibile, oltre ogni capacità umana. Alle volte pare di affogare.

Ripenso alle mie primissime notti di PS, a quell’ospedale-nave, a quei sottomarini persi nel nulla con a bordo gli splendidi sguardi di Federica, di Maria Teresa, di Mario Rugna, di infermieri incredibili. Me li immagino scrutare il radar, caricare l’attrezzatura, il cuore caldissimo e la mente fredda, lanciare i loro fischi nel buio, chiamare col morse, persi in una casa in campagna a centomila anni luce dalla base. Mi immagino pirati come De Iaco, come Guarino, Schiraldi, Cianci, Barozzi, Ferrari, urlare di tenersi pronti all’onda anomala. Issate le vele, allerta la sala, prepara i tubi, caricate i farmaci. Mi immagino un singolo sguardo di tutti i miei maestri, un cenno di intesa con gli infermieri. Lo sguardo di “Sai cosa devi fare e sì, so che lo farai”. Ecco, arriva. 

Tenetevi forte.

Guardo Alessandro, entrambi con gli occhi lucidi, poi senza volerlo parliamo all’unisono: “Non credo che vorremmo mai essere da un’altra parte”.

Accademia dei Direttori “Mancano più di mille medici nei pronto soccorso italiani”

settembre 20th, 2018 | NO COMMENTS

 

Ogni anno i medici di pronto soccorso degli ospedali pubblici nazionali effettuano 4 milioni e mezzo di visite in più rispetto agli standard nazionali, definiti dalle società scientifiche. Il 29% del totale delle visite mediche di pronto soccorso supera quindi il normale carico di lavoro dei professionisti dell’emergenza, secondo uno standard di prestazione, calcolato tenendo conto di quanto tempo in media è necessario dedicare a una visita completa: ogni medico dovrebbe eseguire ogni anno al massimo 3.000 visite mediche, che invece sfiorano i 4.000 per ciascun professionista. Un fenomeno preoccupante, che è la prima conseguenza della carenza di personale: i medici a tempo indeterminato nei pronto soccorso italiani sono 5.800 mentre, in base alle piante organiche delle aziende sanitarie, ne servirebbero oltre 8.300; i precari sono circa 1.500, mancano del tutto all’appello più di mille medici di pronto soccorso.

È quanto emerge da una raccolta dati promossa da Simeu, Società italiana della Medicina di emergenza-urgenza, su un campione di circa 110 strutture di emergenza che rappresentano 6 milioni di accessi, circa un terzo del totale nazionale. I dati raccolti e l’analisi del fenomeno sono stati presentati durante l’Accademia dei Direttori 2018, giunta alla seconda edizione, nel corso della giornata di giovedì 20 settembre.

Si tratta di una situazione di grave sofferenza del servizio pubblico che mette in serio pericolo la qualità delle cure ai cittadini e a cui è necessario trovare rapidamente una soluzione: quest’anno le borse di specializzazione a disposizione per la medicina di emergenza-urgenza sono aumentate di circa il 40% rispetto lo scorso anno – spiega Francesco Rocco Pugliese, presidente nazionale Simeuma parallelamente è aumentato anche il fabbisogno di medici indicato dalla Conferenza Stato Regioni, che passa da circa 300 a 400 medici su tutto il territorio nazionale. L’aumento dei posti in specialità quindi, pur restando un buon segnale di attenzione da parte del governo e delle regioni, non è ancora una risposta sufficiente al bisogno di salute dei cittadini. La grave carenza dei medici nei pronto soccorso italiani è un’emergenza già oggi, mentre i nuovi posti in specialità offerti ora ricadranno sull’attività degli ospedali soltanto fra cinque anni. Sono necessari invece interventi rapidi per salvare l’emergenza del servizio sanitario nazionale.

L’Accademia dei Direttori, organizzata annualmente da Simeu e giunta alla sue seconda edizione, riunisce circa 150 responsabili delle strutture di medicina e chirurgia di emergenza e accettazione d’Italia, indipendentemente dall’appartenenza alla società scientifica. La due giorni promuove il confronto fra i professionisti sui principali temi della disciplina, visti in un’ottica prevalentemente organizzativa. Scopo dell’iniziativa è di contribuire a rendere uniforme l’offerta del servizio sanitario nazionale in materia d’emergenza e a trovare una soluzione ai principali problemi che affliggono il settore.

L’Accademia è dedicata a Francesco Stea, direttore del pronto soccorso di Bari, tra i principali fautori della Medicina di emergenza in Italia, scomparso nel 2016.

A Bertinoro la Summer School Simeu 2018

settembre 17th, 2018 | NO COMMENTS

È partita nel fine settimana la Summer School Simeu 2018: A Bertinoro, in provincia di Forlì, sede della Scuola estiva della società scientifica, sono arrivati prima i 48 giovani medici e a seguire i 24 infermieri di tutta Italia che quest’anno fino al 19 settembre parteciperanno alla full immersion, teorica e pratica che è ormai stabilmente entrata nella tradizione formativa Simeu. I temi trattati sono relativi ai principali problemi metodologici di approccio e gestione della specialità, affrontati sotto la guida dei migliori formatori delle faculty Simeu. Il programma didattico affronta i temi fondamentali della disciplina, cominciando dall’ecografia in urgenza, passando per la Niv, fino alla rianimazione cardio-polmonare nell’adulto e nel bambino. “Quest’anno abbiamo rinforzato l’offerta della parte pratica, con esercitazioni e simulazioni anche nella chiave più ludica della competizione formativa, formula che già lo scorso anno aveva raccolto la soddisfazione dei partecipanti” commenta Gian Alfonso Cibinel, direttore della scuola estiva Simeu, che aggiunge ancora l’attenzione al tema della carenza dei medici di pronto soccorso negli ospedali italiani nei momenti di discussione e approfondimento della scuola di Bertinoro. “Quest’anno è aumentato il numero delle borse totali messe a disposizione dal ministero e dalle regioni –  afferma Cibinel – ma parallelamente è aumentato il fabbisogno dichiarato dalla Conferenza Stato regioni, che passa da più di 300 a 400 professionisti sul territorio nazionale”.

Fra le attività di gruppo torna anche il Contest fotografico dello scorso anno. Ai partecipanti che lo desiderano si propone di scattare foto durante le giornate di lavoro. Le foto saranno poi valutate dal Collettivo Hospital Inside, costituito da soci Simeu con provata capacità tecnica nel campo della fotografia più la responsabile dell’Ufficio Stampa della Società scientifica. Come lo scorso anno le categorie della competizione saranno: Esercitazioni, Lezioni, Riflettiamo insieme, Tempo libero, Ritratti.

La Summer School Simeu è intitolata a Vito Giustolisi, medico e socio Simeu, uno dei padri della Medicina di emergenza italiana, attivo propugnatore della nascita della Scuola di Specializzazione e in generale della formazione dei giovani professionisti, venuto a mancare nel 2008.

Il programma della Summer per medici e di quella per infermieri è disponibile sul sito Simeu, nella sezione dedicata ai Corsi.

Conclusione ideale della Summer School di Bertinoro sarà l’Accademia dei Direttori a Bologna, il 19 e 20 settembre, quest’anno alla sua seconda edizione.

Quanti sono e come lavorano i medici dell’emergenza in Italia – Simeu lancia un censimento nazionale

luglio 30th, 2018 | NO COMMENTS

I risultati saranno presentati durante l’Accademia dei Direttori, il 19 e 20 settembre prossimi a Bologna

Anche quest’anno l’Accademia dei Direttori promossa da Simeu, Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, porterà a Bologna per due giorni, il 19 e 20 settembre prossimi, tutti i primari di pronto soccorso d’Italia: lo scopo è creare l’occasione per un confronto sui temi più importanti e attuali del mondo dell’emergenza sanitaria ed elaborare proposte concrete di soluzione.

Sono stati invitati i direttori provenienti da tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalla loro appartenenza societaria. L’incontro si concluderà con l’elaborazione di un testo contenente le proposte discusse, che sarà inviato alle istituzioni e ai media.

La carenza di medici in pronto soccorso – La raccolta dati Simeu

Il tema principale della due giorni sarà la carenza di professionisti dell’emergenza che accomuna tutte le regioni d’Italia e che è stata oggetto dell’interesse della cronaca nelle ultime settimane.

Simeu ha promosso un’indagine conoscitiva per sapere quanti sono i medici che effettivamente lavorano nelle strutture dell’emergenza e quanti ne mancano rispetto al necessario. La società italiana della medicina di emergenza urgenza sta conducendo un censimento nazionale i cui risultati saranno presentati durante l’Accademia dei Direttori di Bologna.

La carenza di personale di cui soffrono i nostri pronto soccorso, che con la raccolta dati avviata ci proponiamo di contribuire a misurare – dichiara Francesco Rocco Pugliese, presidente nazionale Simeuha una ricaduta immediata sulle condizioni di lavoro dei professionisti a cui è affidata la cura in emergenza della popolazione. Il problema è diventato ormai insostenibile per molti e senza una soluzione di sistema, istituzionale e nazionale, le aziende sanitarie, ciascuna per conto proprio oppure per regioni, si organizzano come possono per far fronte alla necessità. Con il risultato che si stanno moltiplicando corsi di poche ore con cui si pretende di mettere medici neolaureati nelle condizioni di far fronte all’emergenza, esponendo i pazienti al rischio di non ricevere le cure appropriate e i giovani professionisti di svolgere un compito assai delicato senza essere davvero preparati a farlo. Oppure ci si affida ad agenzie interinali per il reclutamento temporaneo di personale. Tutto questo lede profondamente l’identità professionale del medico dell’emergenza-urgenza, che la nostra società scientifica promuove e sostiene strenuamente da sempre, anche da prima dell’istituzione della Scuola di specialità nel 2009. L’aumento delle borse per la medicina di emergenza, 256 quest’anno contro le 181 del precedente anno accademico, è certamente una buona notizia, ma aumenterà concretamente il numero di specialisti sul territorio solo fra cinque anni, quando i nuovi professionisti formati entreranno in attività. È necessario trovare una soluzione al problema ora. Recentemente Antonio Saitta, coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni ha proposto l’assunzione degli specializzandi da parte del Servizio sanitario nazionale. Certamente, se il servizio pubblico potesse contare, tramite un’assunzione, sugli specializzandi almeno dell’ultimo anno, questo garantirebbe all’emergenza di avere a disposizione nuovo personale, debitamente formato, che potrebbe contribuire alla soluzione del problema”.





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