IL BLOG DI SIMEU

 

Lavorare in emergenza urgenza spesso ti frega.

di Giorgia Cammarata

 

Potrà sembrare strano, ma ci si ritrova a lavorare in ambito dell’emergenza-urgenza per svariati motivi. Ad alcuni sarà capitato dopo aver visto una delle tante serie tv, ad altri per famigliari o conoscenti operanti già nello stesso settore, qualcuno dopo un tirocinio durante il corso di studi, oppure semplicemente per caso perché consapevoli che trovarsi in prima linea ad aiutare il prossimo è qualcosa che spesso ti porta ad una condizione di appagamento e di grande benessere.

Indubbiamente è una scelta che può piacere o non piacere, ma se piace, molte volte ti porta ad una condizione irrinunciabile.

Tanti potrebbero essere i motivi per non farsela piacere: turni massacranti e senza soste, aggressioni verbali, fisiche e anche psicologiche. Poi situazioni drammatiche davanti al finevita, condizioni di competizione professionale e, di non minor importanza, una remunerazione assolutamente inadeguata.

 

Eppure se piace, basta una sola e ben riuscita rianimazione per farti capire quanto è particolare e travolgente lavorare con pazienti estremamente critici.

Mi sono chiesta più volte se lavorare in emergenza è una scelta o è l’emergenza che sceglie te. Ti pone davanti a continue sfide, ti porta a ripudiarla in continuazione, ti sfinisce, ti annoia, ma poi si sa che è difficile riuscire a lavorare in un contesto diverso.

 

Lavorare in emergenza significa spesso rimanere fregati.

 

Fregati dal tempo, che inesorabile passa e scandisce tutto. Dal momento in cui timbri e sai che possono succedere tante cose o niente, al fatto che esso stesso sarà il tuo nemico più grande contro cui dovrai lottare. La sconfitta non è prevista, o quasi, ma è quando avviene che forse restano i segni peggiori. Quei segni che ti portano metterti in discussione facendoti sentire terribilmente impotente.

Fregati nel cuore: per le forti scariche di adrenalina ogni volta che ti ritrovi in una situazione critica che, anche col passare del tempo, sono sempre le stesse. Poi l’affetto ti lega ai colleghi con cui condividi le battaglie di ogni turno.

Fregati nella mente: più sai e più vorresti sapere e non smettere mai di imparare, aggiornarsi, cambiare piano improvvisamente. Mente che non saprà più stare senza un algoritmo. Poi interviene il grande desiderio di conoscenza e di imparare. Imparare che ogni emergenza non è mai uguale a un’altra; imparare che e è solo la condivisione della tua serenità che può dar sollievo ad un paziente spaventato; imparare dal collega che ha più esperienza di te e ne ha viste tante più di te; imparare quanto è fondamentale il gioco di squadra, ma in particolare imparare a valorizzare la sacralità della vita per tutte le volte che hai lottato tanto per mantenerla ed è andata male.

 

Lavorare nell’emergenza significa anche lottare per farsi valere, per far capire quanto è difficile, dinamico, instabile e precario il filo che al giorno d’oggi ci tiene legati ad essa e che troppo spesso si tende a svalorizzarla.

Lottare per far capire quanto possa essere gratificante lavorare in reparti di emergenza, ma che non può più bastare che lo sia solo a livello personale.

Lavorare in emergenza è una battaglia quotidiana alla vita che imperterrita, come la vita stessa, ti pone davanti ad infinite sfide.

 

 

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