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La presenza dei familiari durante la rianimazione cardio-polmonare: cosa ne pensate?

di Paolo Balzaretti, redazione blog Simeu

@P_Balzaretti


Nell’ultimo fascicolo dell’Italian Journal of Emergency Medicine, un interessante articolo di Massimo Monti, Gabriele Prati, Samantha Caligari dal titolo “I familiari durante l’emergenza: intralcio o risorsa? Cosa ne pensano gli operatori sanitari? Ricerca sul campoapprofondisce un tema importante, quello della presenza dei familiari durante l’esecuzione di procedure invasive e della rianimazione cardio-polmonare nell’ambito dell’Emergenza-Urgenza, sia ospedaliera che pre-ospedaliera, e in Terapia Intensiva.

E’ un argomento che suscita molto dibattito. Nonostante siano disponibili evidenze secondo cui la presenza dei familiari favorisce la possibilità di tollerare meglio il lutto e riduce l’incidenza di disturbo post-traumatico da stress (Jabre 2013), esistono ancora resistenze a consentire che i familiari siano presenti durante le manovre di rianimazione cardio-polmonare (RCP). Ciò è soprattutto dovuto al timore che i familiari intralcino in qualche modo le procedure, che ciò che vedono sia eccessivamente traumatizzante e, non ultimo, che aumenti la possibilità di essere esposti a controversie medico-legali.

Il lavoro è molto completo ed esaustivo. Leggendo i dati raccolti mi sono chiesto quale fosse la situazione all’estero e ho fatto una breve ricerca esplorativa su PubMed. Ho trovato 8 articoli (vedi materiale aggiuntivo) pubblicati dopo il 2000, che costituisce un anno di svolta che ha visto la pubblicazione delle prime linee guida sull’argomento da parte dell’American Heart Association. Gli studi sono eterogenei, provenendo da varie nazioni del mondo e interessando medici e infermieri in diverse percentuali (il setting però è omogeneo, avendo limitato la ricerca agli studi eseguiti nell’ambito del DEA). Nel complesso, la percentuale degli operatori sanitari favorevoli alla presenza dei parenti durante l’RCP oscilla tra il 20 e il 35%, con alcune punte fino al 60-70% nei Paesi anglosassoni. Tali risultati sono per la maggior parte inferiori rispetto a quelli segnalati nel lavoro di Monti e colleghi; anche Bambi et al., nella loro survey effettuata in Italia nel 2007, riportavano che solo il 19% degli intervistati riteneva opportuna la presenza di parenti.

Ciò cosa significa? Davvero questi dati testimoniano una maggiore sensibilità degli operatori italiani ai desideri di vicinanza ai pazienti sperimentati nelle situazioni, mossa dalla consapevolezza crescente dei possibili benefici che la presenza dei congiunti può determinare? Ci sono poi altri quesiti: se davvero crediamo che la presenza dei familiari sia positiva, è opportuno creare un protocollo condiviso a livello locale sull’argomento o lasciare la decisione alla sensibilità dei presenti? A questo proposito, nello studio è inclusa una sintesi delle principali linee guida internazionale sull’argomento.

Per raggiungere direttamente il fascicolo di gennaio dell’Italian Journal of Emergency Medicine cliccate qui. Fateci sapere cosa ne pensate.

 

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