IL BLOG DI SIMEU

 

Il burn out del medico di pronto soccorso

di Alessandro Sabidussi

Medico della medicina d’urgenza e pronto soccorso dell’ospedale Gradenigo di Torino

 

Cari colleghi,

Ogni professione per chi la svolge contiene aspetti di sofferenza e di disagio più o meno connaturati alla professione stessa, ma comunque inevitabili. Spesso sono fortemente caratterizzanti quel tipo specifico di attività, se non addirittura elementi di selezione meritocratica. Pensiamo ad esempio al rischio per la propria incolumità per chi presta servizio nei corpi di Polizia o dei Vigili del Fuoco, l’aspro confronto dialettico per chi professa l’avvocatura o l’attività di rappresentanza politica o sindacale, il peso della responsabilità decisionale per un magistrato o per un funzionario di banca, la necessità di raggiungere e mantenere elevati livelli di concentrazione per un pilota di aerei o per un controllore di volo, l’ansia di produrre un buon pezzo nei tempi stabiliti per un giornalista, l’esigenza di pianificare costantemente strategie vincenti a breve, medio e lungo termine per un manager di azienda, e l’elenco potrebbe proseguire occupando diverse pagine.

 

Se vi dicessi che esiste una figura professionale alla quale si richiede:

  • di prendere decisioni gravi sulla salute e sulla vita di altri esseri umani e, contemporaneamente,
  • di farlo con una frequenza nell’unità di tempo del tutto priva di criterio-soglia
  • di fornire a qualsiasi interlocutore risposte pertinenti a qualsiasi quesito in qualsiasi momento e in qualsiasi modalità venga posto
  • di spiegare il proprio operato o giustificare le proprie scelte nei tempi e nei modi imposti sempre e solo dal richiedente
  • di soddisfare in tempo reale, o quasi, qualsiasi pretesa di prestazione spesso indipendentemente dalla sua pertinenza
  • di accettare che il proprio flusso di pensiero venga sistematicamente interrotto con tale disinvoltura e noncuranza da essere letteralmente “sbriciolato”
  • di trarre spunto validativo per le proprie scelte da una congerie di dati praticamente illimitata non consultabile al bisogno proprio per la tempestività richiesta
  • di assumersi in prima persona non solo la responsabilità ma anche il peso morale di tutto ciò che avviene entro e spesso oltre i confini spazio-temporali del proprio ambito lavorativo
  • di essere considerata più o meno esplicitamente, da parte dei colleghi con altre specializzazioni, una sorta di “rompiballe” che ha sempre bisogno di loro

chi vi viene in mente? Qualcuno si riconosce in questo identikit?

 

Vorrei invitare a leggere, quei pochi di voi che non lo avessero ancora fatto, ed eventualmente a commentare due editoriali pubblicati recentemente dalla collega Gemma Morabito su MedEmIt.

Il primo risale al 18 febbraio scorso: “Qualità del lavoro per i medici d’urgenza: perché non pensare alla rivoluzione?!” Gemma C Morabito, MD – Editor in-chief MedEmIt.

Il secondo è uscito il successivo 2 aprile: “Burnout in medicina d’urgenza: siamo scoppiati ma non dobbiamo arrenderci!” Gemma C Morabito, MD – Editor in-chief MedEmIt.

Già in precedenza la collega del Sant’Andrea di Roma aveva sollevato il problema con l’articolo “Dottori stressati: non parlate al conducente” (pubblicato il 18/02/2011)

Non nego, leggendoli, di aver avvertito un sussulto: per la prima volta ho trovato una perfetta corrispondenza con ciò che mi rode da tempo e che da tempo vado predicando ai miei compagni di trincea. Il concetto di abused effettivamente racchiude in sé la migliore sintesi della nostra condizione:

  • abused dal paziente e dai parenti che tipicamente verso di noi accampano tante più pretese e esprimono tanta più arroganza quanto meno grave è l’entità del problema che presentano, salvo poi manifestare in “parole ed opere” tutta la loro gratitudine verso il consulente,
  • abused dai colleghi di altre specialità, i quali
    • nella veste di amiconi ti mandano “giù un attimo in Pronto”
      • quel loro conoscente che da mesi soffre di quello strano sintomo oppure
      • quel paziente che stanno vedendo ora in ambulatorio e del quale non gli tornano alcune cose … oppure
      • quel loro paziente, spesso privato, per il quale “potresti mica fare solo un paio di esamini e magari una lastra?” (pensa se in tempo reale gli facessimo entrare noi un nostro conoscente in ambulatorio o in sala ecografica o in corsia o in sala operatoria…!), mentre
    • nella veste di consulenti sono sempre pronti a fare le pulci sulla effettiva necessità, urgenza, opportunità, ecc. ecc (per non parlare delle chiamate di reperibilità notturna o festiva in cui alla discussione clinica si sostituiscono spesso ben altre raffinatezze gergali!)
  • abuseddalle alte gerarchie dirigenziali, talora purtroppo anche mediche, a cui sembra non importare nulla (o meglio è fin troppo chiaro che gli serve proprio che sia così) che ci sia uno sparuto gruppo di lavoratori a cui si sottopongono carichi di lavoro del tutto privi di criterio-limite e che riproducono ogni giorno una versione moderna del supplizio di Tantalo (smaltisco con gran fatica e a gran velocità n pazienti e nello stesso lasso di tempo ne sono già stati registrati n x 2!),
    • infischiandosene completamente di escogitare un qualsiasi sistema filtro sull’immissario per rendere più sicuro ed umanamente accettabile il lavoro stesso, ma
    • salvaguardando tenacemente il sistema filtro sull’emissario (inteso come trasferimento in reparto dei pazienti da ricoverare).

Nessuno di noi vuol fare la vittima e nessuno di noi ignora l’elevatissimo rischio di sconfinare nella cosiddetta “guerra tra poveri”. Temo che le cause siano da ricercare nel pregiudizio, ma soprattutto in ogni occasione nella quale ognuno di noi ha accettato il pregiudizio che la nostra sia una specialità di categoria inferiore, a mala pena nota tra gli stessi sanitari. Abbiamo o no subito senza battere ciglio che la Nomenklatura sanitaria coniasse e riportasse sui sacri testi di Governance termini come specialità di base, di medio e di alto livello, oppure alte specialità, oppure centri di eccellenza, oppure specialità di base, di media e di alta complessità, relegando le nostra realtà a posizioni sempre ben lontane dalle vette? E’ difficile che un linguaggio/mentalità di questo tipo non induca, anche tra gli addetti ai lavori, alla spontanea classificazione dei medici ospedalieri in serie A, serie B e serie C. E guarda caso la nostra non viene mai presa in considerazione come alta specialità, ma nemmeno come media, e nessunpronto soccorso è destinato a diventare “centro d’eccellenza”. A quanto pare di strada da percorrere ce n’è molta.

Due riflessioni da accogliere come sdrammatizzante provocazione:

  1. la tanto tormentata categoria degli operatori di Call Center ha in contratto obbligo di pause di almeno 15-20 minuti ogni 2 ore di lavoro, poiché svolge attività ritenuta “logorante”;
  2. nell’organizzazione G.U.L.A.G. di sovietica memoria veniva stabilito una qualche soglia giornaliera – la cosiddetta “norma” – di produzione in base al tipo di lavoro ed in base al singolo profilo di resistenza fisica, oltre la quale il prigioniero non era tenuto ad andare…

A chi obiettasse sostenendo che non ci sono soldi per cambiare le cose, dovremmo aver la forza di rispondere che probabilmente a nessuno di noi passa per la testa di chiedere un solo centesimo di più. Anzi la sfida è nel riuscire ad essere efficienti ed efficaci con le stesse risorse o addirittura con meno. Avere la possibilità di gestire il nostro lavoro con minor pletora di mezzi è impresa suggestiva a cui i migliori di noi, credo, non si sottrarrebbero. Il nodo critico è che il sistema-paese o almeno il sistema-regione o, per iniziare, il sistema-ospedale deve cominciare a farsi carico, INSIEME ALL’OPERATORE, di un nuovo patto sociale, nel quale sia condivisa la responsabilità che con meno mezzi si possa garantire una Sanità comunque di buon livello, democratica ANCHE A COSTO PERÒ DI RISCHIARE QUALCOSA DI PIÙ. Non nascondiamoci dietro ad un dito: in molte regioni africane un ventenne lo puoi trasfondere solo se l’Hb scende sotto i 3.5 g/dl

  1. perché s’impongono esigenze di sostenibilità ma, allo stesso tempo,
  2. perché se a uno su cento va poi male È ACCETTATO DA TUTTI CHE POSSA ANDARE COSÌ !!

Chissà, fra non molto tempo forse anche da noi si sarà costretti a scelte di tal genere. Ma ciò che deve preoccupare e indignare noi medici di PS, oltretutto incastrati in questo tritasassi fino alla lontanissima pensione per l’estinzione ormai delle possibilità di carriera o di conversione in altri ambiti (ma questo è un altro discorso), è la strategia serpeggiante, ma largamente adottata, di lasciarci completamente soli a reggere il peso di tutto ciò che avviene nella nostra realtà come se lo facessimo obbedendo ad un nostro personale “pallino”! E questo senza uno straccio di riconoscimento, assurgendo agli onori della cronaca solo per gli eventi sinistramente giudiziari!

Al termine la domanda delle domande: che cosa possiamo fare? Per ora l’unica risposta che mi viene in mente è essere uniti e non arrenderci!

 

6 Responses to “Il burn out del medico di pronto soccorso”

  1. MedEmIt Says:

    Alessandro, essere uniti è fondamentale. Non arrenderci anche. Il passo successivo è decidere insieme cosa questi “termini” (uniti e non arrendersi) significano nella realtà. Come possiamo metterli in pratica.
    Chi lavora in Medicina d’Urgenza veramente (parlo di chi come noi sta veramente e fisicamente nelle sale dei Pronto soccorso) avrebbe la passione e la determinazione per portare avanti questo obiettivo.
    La nostra Società (parlo della SIMEU) ha fatto già i suoi passi. Ora forse dobbiamo aiutarla e fare di più. E’ tempo di andare avanti, prima che cadiamo tutti nel baratro (nel quale, per tornare all’esempio dell’abused, scompare anche la forza di combattere e reagire).
    La nostra società potrebbe prevedere di sfruttare soci come me, come te e come tanti altri che si occupano con passione di questo e hanno a cuore l’argomento., per collaborare a una Task Force che si occupi SOLO di questo? Studiando le strategie giuste per andare da qualche parte?
    Ecco. Lancio la richiesta qui. Chissa che non ci risponda qualcuno della nostra Società Alesandro.

  2. Manlio Valerio Says:

    Dopo 7 anni di pronto soccorso perchè ci credo, per libera scelta.
    Quattro procedimenti giudiziari (sempre assolto, reato estinto) sempre per pazienti aggressivi e “abusive” che hanno fatto accuse fasulle (una signora è stata condannata per calunnia dal giudice).
    Ho imparato grazie ad un corso (mooolto più utile dei pur sempre pregiatissimi ALS, ATLS, ECOFAST ecc. ) che la prima vita da salvare in PS è la nostra, se subisci tutto e ingoi alla fine torni a casa con l’autostima distrutta, se reagisci (come facevo io) prima o poi trovi quello più aggressivo che ti denuncia, minaccia. Corso di assertività, impari a far rispettare te stesso e rispettare anche i bisogni degli altri.

    Per quanto riguarda i consulenti, io li chiamo sempre e solo con un preciso, puntiforme mirato quesito: rispetto la loro professionalità, loro sanno che se li chiamo il motivo c’è. Mi sono costruito la reputazione nel tempo e lavoro benissimo, il quesito va posto secondo l’acronimo SBAR dell’ALS. Il consulente che viene chiamato (dalla radiografia del torace alla consulenza infettivologica) perchè il medico di PS è impaurito e tenta di scaricare la propria responsabilità ha diritto di accalorarsi. Studio e stabilisco i miei limiti oltre i quali ci vuole per forza lo specialista.

    I problemi organizzativi e strutturali? Noi siamo medici di PS curiamo la gente, tutta la gente, quella che ha bisogno davvero e chi ha dei bisogni faceti, una volta che hai visitato il paziente il mio l’ho fatto. Poi c’è gente pagata il doppio o il triplo con ruoli dirigenziali che devono organizzare le strutture. Il problema organizzativo io lo trasferisco sempre (lealmente) sulla struttura gerarchica, verba volant, scripta manent mando la mail, mai sull’onda dell’emozione o per far polemica sempre pensando che il soggetto gerarchico va rispettato e non deve diventare lui lo scavanger delle mie responsabilità o frustrazioni represse.

    Il ritmo la pressione? Mi piace, altrimenti non facevo PS. Il triage deve fare da ammortizzatore, io devo essere asciutto ed efficiente: nel percorso diagnostico, nella comunicazione con il paziente, nella terapia. Ogni giorno puoi divertirti a cercare di limare 10″ a visita, è una sfida con me stesso una motivazione per cercare di progredire.

    Accuse di malasanità? fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce… non bisogna leggerli i quotidiani, meglio la letteratura scientifica.

    Gli aspetti psicologici del medico di PS sono un argomento di studio interessantissimo, anche come strumento per migliorare il servizio e soffrire meno noi stessi. Mi rendo disponibile alla task force proposta da Gemma Morabito.

  3. giorgio carbone Says:

    Carissimi Ale e Gemma
    non sono in grado di pre-dire se la task force SIMEU sia lo strumento utile e necessario ad affrontare questo oramai così capillare problema del “sentirsi” abused. Tuttavia sono assolutamente disponibile a discutere del progetto: attendo vostre notizie!!
    Ma permettetemi di esprimere la mia opinione personale e non da presidente della SIMEU, da colui che ha scelto da sempre questa dura e poco redditizia professione rinunciando ad un lanciatissimo studio privato di famiglia.
    Penso che l’amaro calice diventi più trangugiabile grazie al mantenere sempre vivi curiosità, ragionamento, interesse e investimento in cosa e di cosa ci stiamo occupando: solo in questo modo la nostra mente potrà “forse” riuscire nell’impresa di tenere fuori il naso dal guano. Inoltre mi piace ricordare sempre la nostra funzione sociale: noi siamo sulla strada (come certe “operatrici sociali” presenti da sempre nel mondo) e ci occupiamo di tutti, ricchi e poveri, reietti o eletti della terra, “negri ebrei o comunisti” o nobili conti e marchesi…. alle soglie dei 30 anni di carriera continuo a considerarlo un privilegio ed una grande scuola di vita.

  4. Editor MedEmIt Says:

    Ben detto Presidente!
    Sono d’accordo che una buona dose di Pazzia che ci faccia amare questo lavoro è la base indispensabile, come dici tu, per mandare già il calice amaro. Questo lo dice anche Manlio, mi sembra di capire.
    E infatti nessuno vuole proporre una guerra, ma un lavoro da fare insieme per migliorare il nostro lavoro e tutelare i nostri pazienti.
    Per la task force, credo che il direttivo sia ricco di persone capaci, con esperienza, giovani appassionati, che possono voler lavorare su questo. Se qualcuno di loro prende a cuore la cosa e ci vuole a collaborare, noi ci siamo!

  5. Alessandro Sabidussi Says:

    La descrizione che il collega di Chiavari fa di sé calza a pennello a molti di noi. E non deve stupire: assertività, asciuttezza, efficienza (e mi permetto di aggiungere ironia ed autoironia) sono qualità che, dopo un tot di anni in “prima linea”, necessariamente maturano ed emergono dal marmo grezzo. In caso contrario ci si ritira in altri conventi o, se non si riesce, si mummifica in una sempre più dequalificante Medicina Difensiva. Altrettanto sacrosanta, a parer mio, è la raccomandata attenzione che ognuno di noi deve porre alla propria salute in senso lato, non meno che a quella dei pazienti.
    La questione centrale è però di altra natura (concedetemi un po’ di enfasi espositiva):
    a. dobbiamo ritenere normale ed accettabile che negli ospedali del 2013 siano ancora necessari i soldati da prima linea, la Vecchia Guardia di Napoleone o, peggio, i gladiatori delle arene? È così salutare per il buon funzionamento dell’Emergenza sanitaria di un Paese che il personale finisca per autoselezionarsi per criteri di “rambismo” o “gladiatorismo”, perdendo per strada magari eccellenze colpevoli solo di non avere sufficiente tenuta psicologica allo stress da guerra?
    b. dobbiamo ritenere normale ed accettabile (e qui parlo soprattutto nelle vesti di cittadino contribuente) che una struttura di complessità, delicatezza, importanza e costi qual è il Pronto Soccorso debba sempre subire le limitazioni di efficienza imposte da uno stato perenne di maxi-emergenza anche quando la maxi-emergenza non c’è, ma è semplicemente il parto mostruoso del discutibile utilizzo che se ne fa e della sua discutibile organizzazione? E qui mi riferisco ovviamente non tanto all’organizzazione del PS in sé quanto al contributo che l’intero ospedale fornisce al buon funzionamento del proprio PS.
    Concludo condividendo in pieno l’opportunità di una Task Force come è stato proposto.

  6. giorgio carbone Says:

    ………. e allora stupitemi con effetti speciali…. le luci si spengono sulla tavola rotonda, i grandi parrucconi esperti di ….tutto… chiudono le loro 24ore, ripongono iPad, iPhone ed ogni strumento telematpsicotronico….
    non lasciamo il cerino in mano a nessuno…. impegnamoci in prima persona…
    un’associazione come la nostra è “fatta” da voi e sin da quando leggevo “Spontaneismo malattia infantile del comunismo” di Lenin con relativa risposta di Daniel Cohn-Bendit “L’estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo”, credo nelle persone che si uniscono discutono propongono e difendono a gran voce le proprie idee.
    Attendo pertanto il giorno del battesimo della neonata “task force”…. ne voglio conoscere programmi e propositi….ma fatelo altrimenti il vostro e nostro rimane un inutile piagnisteo!!!

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