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#SIMEU18 Percezione del rischio e valutazione dei propri limiti

Ergonomia cognitiva e fattore umano in emergenza urgenza, intervista a Riccardo Tartaglia

Siamo abituati a pensare all’ergonomia come alla disciplina che si occupa di progettare strumenti e ambienti di lavoro in modo che siano congeniali all’utilizzo che ne deve fare che li usa e che siano utili alla produzione. In realtà esiste una ergonomia cognitiva che si occupa della comprensione delle relazioni fra persone oppure fra le persone e gli elementi del sistema per migliorare la funzionalità di sistemi comoplessi, fra cui certamente si annovera il sistema sanitario.

Su questo difficile e interessante tema si incentra l’intervento di Riccardo Tartaglia, direttore del Centro gestione rischio clinico e sicurezza del paziente della Regione Toscana, che è Collaborating Centre del WHO per la patient safety, e membro dell’Executive Committee della International Ergonomics and Human Factors Association, che anticipa nell’intervista che segue alcuni spunti di riflessione. 

Qual è il fine dell’ergonomia cognitiva? E cosa si intende per fattore umano?

L’ergonomia cognitiva è utile per costruire procedure di lavoro tenendo conto dei limiti umani. I medici in particolare non sono formati a tener conto dei propri limiti, a differenza, ad esempio, dei piloti, la cui formazione tiene conto delle fragilità delle singole persone e le usa per ottenere risultati migliori. Il fattore umano tiene conto del limite, della fatica mentale, del carico di lavoro, della qualità variabile della comunicazione fra gli operatori. I fattori umani servono per mitigare o ridurre al minimo quelle fragilità umane che sono la causa più frequente di eventi avversi in tutti i sistemi complessi.

Come si applicano questi concetti alla medicina di emergenza-urgenza?

Se si tengono in considerazione gli incidenti in pronto soccorso, gli errori di diagnosi sono determinati da una serie di fattori: processi che possono essere migliorati, come ad esempio il tempo di trasmissione dei referti degli esami, eccessivo carico di lavoro del medico dell’emergenza, che a causa della stanchezza e perché lasciato solo a fronteggiare situazioni in cui sarebbe necessario il confronto con i colleghi, rischia di perdere il controllo della situazione.

Secondo la letteratura internazionale, il 10% degli errori di diagnosi in emergenza sono determinati da una scarsa conoscenza dell’anamnesi del caso che sta trattando, perché soprattutto manca una trasmissione efficiente dei dati relativi alla storia del paziente, gap che si risolverebbe, ad esempio, con il Fascicolo sanitario elettronico. Per questo, e per la natura stessa del concetto di emergenza, i professionisti del pronto soccorso si trovano spesso a gestire l’imprevisto. Ma l’imprevedibilità si governa solo con l’esperienza: l’uso dilagante di medici non ancora specializzati in pronto soccorso aumenta esponenzialmente il rischio di errore.

Cosa si può far concretamente nell’emergenza sanitaria per migliorare l’ergonomia e ridurre l’impatto del fattore umano?

Innanzitutto bisogna rendere possibile e strutturale il lavoro di squadra; poi sarebbe utile introdurre sistemi di supporto cognitivo, ad esempio schede con diverse serie di sintomi per avere score che indichi come procedere nei differenti casi clinici; infine, uno strumento utile si è rivelato essere la formazione attraverso la simulazione di situazioni estreme, per valutare le reazioni del singolo in quei casi, il “fattore umano”, e in base a questo orientare la formazione specifica. Per concludere è necessario che i professionisti aumentino la percezione del rischio, che spesso non hanno, proprio perché, come dicevamo all’inizio, i medici culturalmente non sono formati a tener contro dei propri limiti. È necessario cominciare da se stessi per migliorare performance, sicurezza del paziente ed efficacia delle cure.

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